- Se pareba boves, alba pratàlia aràba
- et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba
- Traduzione
- Teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati,
- e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava
- PLACITO CASSINESE
- Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.
La scuola di Atene
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venerdì 5 febbraio 2016
PRIMI DOCUMENTI IN VOLGARE
INDOVINELLO VERONESE
mercoledì 3 febbraio 2016
PETRARCA
L'utilità dell'inutile
Petrarca e il mondo classico: l'Africa
http://www.edatlas.it/documents/c5dbed17-0f24-4a4b-b837-d2c4554a5b38
AFRICA
Moriturus ad astra
scandere querit homo, sed mors docet omnia quo sint
nostra loco
(...)
Aurea marmoreis quid ve alta palatia muris
erexisse iuvat, postquam sic sidere levo
sub divo periturus eram
(Africa, VI, vv.904/911)
TRADUZIONE
Destinato a morire, l’uomo cerca di ascendere agli astri, ma la morte c’insegna quale sia il posto
di tutte le nostre cose. (...) A che mi serve aver costruito alti palazzi adorni d’oro su mura di marmo, se io dovevo per sinistro destino morire così sotto il cielo?
Petrarca: l'autocoscienza e la coscienza storica.
L'INTERPRETAZIONE DI M. SANTAGATA
Petrarca e nascita della cultura dei testi e del senso storico: alle soglie dell'Umanesimo (minuto 14,52)
Petrarca e la scoperta dell'interiorità (M. Santagata, minuto 16,35)
La gola e ’l somno et l’otïose piume
ànno del mondo ogni vertú sbandita,
ond’è dal corso suo quasi smarrita
nostra natura vinta dal costume;
et è sí spento ogni benigno lume5
del ciel, per cui s’informa humana vita,
che per cosa mirabile s’addita
chi vòl far d’Elicona nascer fiume.
Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
Povera et nuda vai philosophia,10
dice la turba al vil guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l’altra via:
tanto ti prego piú, gentile spirto,
non lassar la magnanima tua impresa.
Petrarca, Canzoniere, VIII
ànno del mondo ogni vertú sbandita,
ond’è dal corso suo quasi smarrita
nostra natura vinta dal costume;
et è sí spento ogni benigno lume5
del ciel, per cui s’informa humana vita,
che per cosa mirabile s’addita
chi vòl far d’Elicona nascer fiume.
Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
Povera et nuda vai philosophia,10
dice la turba al vil guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l’altra via:
tanto ti prego piú, gentile spirto,
non lassar la magnanima tua impresa.
Petrarca, Canzoniere, VIII
Petrarca e il mondo classico: l'Africa
http://www.edatlas.it/documents/c5dbed17-0f24-4a4b-b837-d2c4554a5b38
AFRICA
Moriturus ad astra
scandere querit homo, sed mors docet omnia quo sint
nostra loco
(...)
Aurea marmoreis quid ve alta palatia muris
erexisse iuvat, postquam sic sidere levo
sub divo periturus eram
(Africa, VI, vv.904/911)
TRADUZIONE
Destinato a morire, l’uomo cerca di ascendere agli astri, ma la morte c’insegna quale sia il posto
di tutte le nostre cose. (...) A che mi serve aver costruito alti palazzi adorni d’oro su mura di marmo, se io dovevo per sinistro destino morire così sotto il cielo?
Petrarca: l'autocoscienza e la coscienza storica.
L'INTERPRETAZIONE DI M. SANTAGATA
Petrarca e nascita della cultura dei testi e del senso storico: alle soglie dell'Umanesimo (minuto 14,52)
Petrarca e la scoperta dell'interiorità (M. Santagata, minuto 16,35)
IL PAESAGGIO-STATO D'ANIMO
1) SOLO E PENSOSO
2) CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
3) WILLIAM WORDSWORTH, Prelude III, 127-132
To every natural form, rock, fruits, or flower,
Even the loose stones that cover the highway,
I gave a moral life: I saw them feel,
Or linked them to some feeling: the great mass 130
Lay bedded in a quickening soul, and all
That I beheld respired with inward meaning.
(A ogni fprma naturale, a rocce, a frutti, fiori
e persino alle pietre sparse per strada,
attribuivo una vita morale: li vedevo sentire
o li associavo a un sentimento; la grande massa
posava in un'anima vivificante, e tutto
ciò che vedevo spirava intimo significato)
mercoledì 6 gennaio 2016
LEOPARDI
Giacomo Leopardi, Lettera al padre (1819)
Mio Signor Padre.
Sebbene dopo aver saputo quello ch’io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l’ha sempre amata e l’ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch’io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d’ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l’Italia, e sto per dire in tutta l’Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch’ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch’Ella sa, e ch’io non debbo ripetere. Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch’io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sé. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch’io vivessi tuttavia in questa città, e com’Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente.
Certamente non l’è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch’essi tutti hanno in quell’età nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s’accordava ai 21 anno. Ma lasciando questo, benché io avessi dato saggi di me, s’io non m’inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno solamente molto dopo l’età consueta, cominciai a manifestare il mio desiderio ch’Ella provvedesse al mio destino, e al bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra, e sapeva poi d’infinite altre straniere, che per qualche leggero barlume d’ingegno veduto in qualche giovane loro individuo, non esitavano a far gravissimi sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de’ suoi talenti. Contuttoché si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, Ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl’impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che perciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch’Ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch’io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia, Ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch’Ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch’io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch’era più ch’evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v’era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttociò Ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione, e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, mi persuasero ch’io benché sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte. Io so che la felicità dell’uomo consiste nell’esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero.
So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così. Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche. Ma quanto a ciò molti sono d’altra opinione; quanto a noi, siccome il disperare di se stessi non può altro che nuocere, così non mi sono mai creduto fatto per vivere e morire come i miei antenati.
Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch’io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch’io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da Lei, per l’espressioni ch’Ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io son grato sino all’estremo dell’anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cioè l’ingratitudine. La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch’io fo, è stata cagione della mia disavventura. È piaciuto al cielo per nostro castigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola è il pensare che questa è l’ultima molestia ch’io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l’avvenire, Mio caro Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m’inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d’ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.
L’ultimo favore ch’io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l’ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, né la maledica; e se la sorte non ha voluto ch’Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.
Luglio 1819
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Canti
Dallo Zibaldone
La doppia visione
All'uomo sensibile e immaginoso che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli
oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso. In questo secondo genere di obbietti sta tutto coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, vedrà un altro suono, il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.
(30 Novembre, 1^ Domenica dell'Avvento).
Cfr. Novalis, Frammenti
II sentimento per la poesia ha molto in comune col senso mistico. E il senso per ciò che è proprio, personale, ignoto, misterioso, da rivelare, necessario-casuale. Esso rappresenta l'irrappresentabile, vede l'invisibile, sente il non-sensibile, ecc. La critica della poesia è un assurdo. È già diffìcile distinguere (eppure è la sola distinzione possibile) se qualcosa sia poesia o no. Il poeta è veramente rapito fuori dei sensi; in compenso tutto accade dentro di lui. Egli rappresenta in senso vero e proprio il soggetto-oggetto, anima e mondo. Di qui l'infinità di una buona poesia. Il sentimento per la poesia ha una vicina affinità col senso della profezia e col sentimento religioso, col sentimento dell'infinito in genere. Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa ed è incomprensibile a lui stesso perché accada proprio così e non altrimenti.
Poeta e sacerdote erano in principio una cosa sola, e soltanto più tardi li hanno distinti. Ma il vero poeta è sempre rimasto sacerdote, così come il vero sacerdote è sempre rimasto poeta. E non dovrebbe l'avvenire ricondurre l'antico stato di cose?
Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli,Canti
Alla luna
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
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Teoria del piacere
Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l'animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L'anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt'uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch'è ingenita o congenita coll'esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti: 1. né per durata; 2. né per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli: 1. né la sua durata, perchè nessun piacere è eterno; 2. né la sua estensione, perchè nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente, e tutto abbia confini, e sia circoscritto. (...)
Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la vita, non perciò l'animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne l'estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che riempisse tutta l'anima. Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l'anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere. (...)
Veniamo alla inclinazione dell’uomo all’infinito. Indipendentemente dal desiderio del piacere, esiste nell'uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono. Considerando la tendenza innata dell'uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti: 1, in numero, 2. in durata, 3. in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec.
(Luglio 1820)
Il corpo è l'uomo
Tristano Sì certo. È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l’uomo; perché (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui. E però anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta:
pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito.
E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita privata e pubblica, che tutte, di proprietà loro, cospirano anticamente a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che furono uomini. Parlo così degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse. Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi anche ne’ sistemi di morale e di metafisica.
(Dal Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali)
La doppia visione
All'uomo sensibile e immaginoso che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli
oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso. In questo secondo genere di obbietti sta tutto coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, vedrà un altro suono, il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione.
(30 Novembre, 1^ Domenica dell'Avvento).
Cfr. Novalis, Frammenti
II sentimento per la poesia ha molto in comune col senso mistico. E il senso per ciò che è proprio, personale, ignoto, misterioso, da rivelare, necessario-casuale. Esso rappresenta l'irrappresentabile, vede l'invisibile, sente il non-sensibile, ecc. La critica della poesia è un assurdo. È già diffìcile distinguere (eppure è la sola distinzione possibile) se qualcosa sia poesia o no. Il poeta è veramente rapito fuori dei sensi; in compenso tutto accade dentro di lui. Egli rappresenta in senso vero e proprio il soggetto-oggetto, anima e mondo. Di qui l'infinità di una buona poesia. Il sentimento per la poesia ha una vicina affinità col senso della profezia e col sentimento religioso, col sentimento dell'infinito in genere. Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa ed è incomprensibile a lui stesso perché accada proprio così e non altrimenti.
Poeta e sacerdote erano in principio una cosa sola, e soltanto più tardi li hanno distinti. Ma il vero poeta è sempre rimasto sacerdote, così come il vero sacerdote è sempre rimasto poeta. E non dovrebbe l'avvenire ricondurre l'antico stato di cose?
Parole poetiche
perchè destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e
confuse. (...)
Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono
poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo
non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta,
sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo.
ec. ec. (28. Sett. 1821)
Teoria della visione
Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come
degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino
idee indefinite, si spiega perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; (...)
A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. (...)
È piacevolissima ancora, per le sopraddette cagioni la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ec. un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec. che l’animo non possa determinare, nè concepire definitamente e distintamente ec. come quello di una folla, o di un gran numero di formiche, o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati, e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec.
(20. Sett. 1821.)
Teoria del suono
È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada a poco a poco allontanando, e divenendo insensibile; o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. Stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perchè nè l’udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere la sensazione, e le sue concomitanze.
(16 Ottobre 1821)
L'INFINITO
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L'UOMO, ANIMALE SOCIALE
L'Italia è (...) di costumi notabilmente diversa dagli altri popoli civili. (...).
Il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l'unico che rimanga alla società, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più a stimolare al bene.
Tutti sanno (...) che le leggi senza i costumi non bastano (...).
In questa generale dissoluzione dei principi sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor di un filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle società civili (...), le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l'Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale, e quindi della società, che, benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principi morali (...), pure è d'un grandissimo effetto. Questo principio è la società stessa (...), cioè il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni, e difendersi dai comuni danni e pericoli. (...). Per mezzo di quella società stretta, le città e le nazioni intere (...) divengono quasi famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, (...) un trattenimento alla vita di quelli, che senza ciò manterrebbero il tempo affatto vuoto. (...) Con l'uso scambievole gli uomini naturalmente e immancabilmente prendono stima gli uni degli altri; (...) la stretta società fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera farsene stimare (...) e li considera necessari alla propria felicità.
(da G. Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani)BIOGRAFIA
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/giacomo-leopardi-parte-prima/3205/default.aspx
A SILVIA
LA RADICE DEL DOLORE UMANO
1
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?
(Leopardi, A Silvia)
LETTERA DI LEOPARDI A FANNY TARGIONI TOZZETTI, 1831
https://www.libriantichionline.com/divagazioni/giacomo_leopardi_lettera_a_fanny_targioni_tozzetti
LEOPARDI POETA TRAGICO, MA NON PESSIMISTA
L'INTERPRETAZIONE DI LUCIO VILLARI
http://www.raistoria.rai.it/articoli/leopardi-il-rivoluzionario/25794/default.aspx
Dialogo di Plotino e Porfirio
http://www.leopardi.it/operette_morali22.php
venerdì 27 novembre 2015
LA CRISI DEL TRECENTO
LA PESTE NERA
LA TESTIMONIANZA DI MARSILIO DA PADOVA, MEDICO E FILOSOFO
LA PESTE NELLA LETTERATURA
TUCIDIDE
Le sofferenze causate dal morbo furono aggravate, soprattutto per quelli venuti da fuori, dall’affollamento determinatosi con il trasferimento in città degli Ateniesi che abitavano in campagna: poiché mancavano case, si viveva in tuguri che in quel periodo dell’anno erano soffocanti, sì che la strage si compiva nel caos più indescrivibile. I moribondi sul punto di spirare erano ammucchiati gli uni sugli altri, altri mezzo morti
si aggiravano per le strade e intorno a tutte le fontane, mossi dalla voglia spasmodica di acqua. I santuari in cui si erano accampati erano pieni di cadaveri, la gente moriva sul posto, poiché nell’infuriare dell’epidemia gli uomini, non sapendo cosa ne sarebbestato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane. Tutte le consuetudini seguite in passato per le esequie furono sconvolte; ciascuno provvedeva
alla sepoltura come poteva. Molti, mancando del necessario, poiché avevano già avuto molti morti, compievano l’opera di sepoltura in modo vergognoso, utilizzando pire che già erano state innalzate per altri cadaveri: alcuni prevenivano chi aveva provveduto ad accatastare la legna e, deposto sulla pira il proprio morto, subito appiccavano il fuoco, altri invece gettavano su una pira – mentre già vi ardeva un altro cadavere – il corpo che avevano portato, e se ne andavano.
Anche per altri aspetti la peste segnò per la città l’inizio del dilagare della corruzione. Ciò che prima si faceva, ma solo di nascosto, per proprio piacere, ora lo si osava più liberamente: si assisteva a cambiamenti repentini, vi erano ricchi che morivano all’improvviso, e gente, che prima non aveva niente, da un momento all’altro si trovava in possesso delle ricchezze appartenute a quelli, per cui ci si credeva in diritto di abbandonarsi a rapidi piaceri, volti alla soddisfazione dei sensi, ritenendo un bene eff imero sia il proprio
corpo che il proprio denaro. Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava fosse il bene, perché – pensava – non poteva sapere se non sarebbe morto prima di arrivarci; invece il piacere immediato e il guadagno che potesse procurarlo, quale che fosse la sua provenienza, ecco ciò che divenne bello e utile. La paura degli dèi o le leggi umane non rappresentavano più un freno, da un lato perché ai loro occhi il rispetto degli dèi o l’irriverenza erano ormai la stessa cosa, dal momento che vedevano morire tutti allo stesso modo, dall’altro perché, commesse delle mancanze, nessuno sperava di restare in vita fino al momento della celebrazione del processo e della resa dei conti. La pena sospesa sulle loro teste era molto più seria, e per essa la condanna era già stata pronunciata: era naturale quindi, prima che si abbattesse su di loro, godersi un po’ la vita.
(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, 51 -53)Trad. M. Cagnetta)MANZONI
Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce
marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone
morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati
da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del
disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo
sociale! Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze, ogni grido di
venditori, ogni chiacchierio di passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto
da altro che da rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi, da
urli di frenetici, da grida di monatti. All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo
dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare
in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista
pure di qualche conforto.
(...)
Si vedevano
gli uomini più qualificati, senza cappa né mantello, parte allora essenzialissima del vestiario
civile; senza sottana i preti, e anche de’ religiosi in farsetto; dismessa in somma ogni sorte
di vestito che potesse con gli svolazzi toccar qualche cosa, o dare (ciò che si temeva più di
tutto il resto) agio agli untori. E fuor di questa cura d’andar succinti e ristretti il più che fosse
possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle,
cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature,
non sol per quella trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento, ma per esser
divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno
di loro, Giangiacomo Mora: nome che, per un pezzo, conservò una celebrità municipale
d’infamia, e ne meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà. I più tenevano da una
mano un bastone, alcuni anche una pistola, per avvertimento minaccioso a chi avesse voluto
avvicinarsi troppo; dall’altra pasticche odorose, o (...) spugne inzuppate d’aceti medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al naso,
o ce le tenevano di continuo. (...)
I gentiluomini, non solo uscivano
senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta in braccio, andare a comprar le
cose necessarie al vitto. Gli amici, quando pur due s’incontrassero per la strada, si salutavan
da lontano, con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare, per
iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e, in qualche luogo,
anche affatto ingombro: ognuno cercava di stare in mezzo alla strada, per timore d’altro
sudiciume, o d’altro più funesto peso che potesse venir giù dalle f inestre; per timore delle
polveri venefiche che si diceva essere spesso buttate da quelle su’ passeggieri; per timore
delle muraglie, che potevan esser unte. Così l’ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia,
aggiungeva ora angustie all’angustie, e dava falsi terrori, in compenso de’ ragionevoli e
salutari che aveva levati da principio. […]
Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa. Arrivato al crocicchio,
vide da una parte una moltitudine confusa che s’avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare.
Erano ammalati che venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano in
vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e rispondevano con inutili imprecazioni
alle bestemmie e ai comandi de’ monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio,
senza mostrar dolore, né alcun altro sentimento, come insensati; donne co’ bambini
in collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che dal
pensiero confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la madre e le sue braccia
fidate, e la casa loro. Ahi! e forse la madre, che credevano d’aver lasciata addormentata sul
suo letto, ci s’era buttata, sorpresa tutt’a un tratto dalla peste; e stava lì senza sentimento,
per esser portata sur un carro al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. Forse,
o sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata de’ suoi patimenti,
aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e non aveva più che un pensiero: di morire in
pace. Pure, in tanta confusione, si vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà:
padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro, e gli accompagnavano con
parole di conforto: né adulti soltanto, ma ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini
più teneri; e con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d’essere
ubbidienti, gli assicuravano che s’andava in un luogo dove c’era chi avrebbe cura di loro
per farli guarire.
(Manzoni, I promessi sposi, XXXIV)
A. CAMUS
Finora la peste aveva fatto molte più vittime nei quartieri esterni, più popolati e meno comodi, che nel centro della città; ma all’improvviso sembrò avvicinarsi e stabilirsi anche nel quartiere degli affari. Gli abitanti accusavano il vento di trasportare i germi infettivi. «Imbroglia le carte» diceva il direttore dell’albergo. Comunque fosse, i quartieri del centro sapevano che il loro turno era venuto sentendosi vibrare tutt’intorno, nella notte, e con frequenza sempre maggiore, la campana delle ambulanze, che faceva risuonare sotto le loro f inestre il richiamo tetro e senza passione della peste. Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti, e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto, agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti diff icili trovavano una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno fortunati di loro. «C’è sempre uno più prigioniero di me», era la frase che riassumeva allora la sola speranza possibile. Press’a poco a quell’epoca ci fu anche una recrudescenza d’incendi, soprattutto nei quartieri eleganti alle porte ovest della città. Assunte informazioni, si trattava di persone tornate dalla quarantena, che impazzite per i lutti e le disgrazie davano fuoco alle loro case nell’illusione di farvi morire la peste. (...)
Finora la peste aveva fatto molte più vittime nei quartieri esterni, più popolati e meno comodi, che nel centro della città; ma all’improvviso sembrò avvicinarsi e stabilirsi anche nel quartiere degli affari. Gli abitanti accusavano il vento di trasportare i germi infettivi. «Imbroglia le carte» diceva il direttore dell’albergo. Comunque fosse, i quartieri del centro sapevano che il loro turno era venuto sentendosi vibrare tutt’intorno, nella notte, e con frequenza sempre maggiore, la campana delle ambulanze, che faceva risuonare sotto le loro f inestre il richiamo tetro e senza passione della peste. Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti, e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto, agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti diff icili trovavano una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno fortunati di loro. «C’è sempre uno più prigioniero di me», era la frase che riassumeva allora la sola speranza possibile. Press’a poco a quell’epoca ci fu anche una recrudescenza d’incendi, soprattutto nei quartieri eleganti alle porte ovest della città. Assunte informazioni, si trattava di persone tornate dalla quarantena, che impazzite per i lutti e le disgrazie davano fuoco alle loro case nell’illusione di farvi morire la peste. (...)
Ma la notte era anche in tutti i cuori, e la verità come le leggende che si riportavano a
proposito dei seppellimenti non erano fatte per rassicurare i nostri concittadini. Infatti, bisogna
ben parlare dei seppellimenti, e il narratore se ne scusa, sensibile al rimprovero che gli si
potrebbe fare al riguardo. La sua sola giustif icazione è che vi furono seppellimenti per tutto
quel periodo e che, in una certa maniera, egli fu costretto, come furono costretti tutti i suoi
concittadini, a preoccuparsi dei seppellimenti. […]
Ebbene, quello che caratterizzava, in principio, le nostre cerimonie era la rapidità; tutte le
formalità erano state semplificate e generalmente la pompa funeraria era stata soppressa. I
malati morivano lontani dalle loro famiglie, le veglie rituali erano state proibite, di modo che
chi era morto in serata passava la notte da solo, e chi moriva durante il giorno era sepolto
senza indugio. Si avvertiva la famiglia, beninteso, ma, nella maggior parte dei casi, questa
non poteva muoversi, essendo in quarantena se era vissuta accanto al malato. Nel caso in
cui la famiglia non abitasse col defunto, si presentava all’ora indicata, ossia a quella della
partenza per il cimitero, quando il corpo era stato ormai lavato e messo nella bara. (...)
In tal modo, tutto si svolgeva veramente col massimo di rapidità e col minimo di rischi. E
di certo, almeno in principio, è chiaro che il naturale sentimento delle famiglie ne fosse urtato.
Ma in tempo di peste, sono considerazioni di cui non è possibile tener conto: tutto era
sacrificato all’efficacia. Del resto, se in principio il morale della popolazione aveva sofferto
di tali pratiche – il desiderio di esser seppelliti decentemente essendo più diffuso di quanto
non si creda – un po’ più avanti, per fortuna, il problema del vettovagliamento diventò delicato
e l’interesse degli abitanti deviò verso preoccupazioni più immediate. Assorbite dalle
code da fare, dai passi e dalle formalità da compiere se volevano mangiare, le persone non
ebbero più il tempo di pensare alla maniera con cui si moriva intorno a loro e con cui un
giorno sarebbero morte; e le difficoltà materiali, che dovevano essere un male, si rivelarono,
in seguito, un beneficio. Tutto sarebbe andato per il meglio se, come abbiamo veduto, il
contagio non si fosse esteso. (...)
In fondo al cimitero, in un terreno nudo,
coperto da lentischi, si erano scavate due immense fosse; c’era la fossa degli uomini e quella
delle donne. Da questo punto di vista, l’amministrazione rispettava le convenienze e soltanto
molto più tardi, per forza di cose, quest’ultimo pudore scomparve, e si seppellì alla rinfusa,
gli uni sulle altre, uomini e donne, trascurando la decenza. Per fortuna, quest’ultima confusione
contraddistinse unicamente i momenti estremi del flagello. Nel periodo di cui ci occupiamo
la separazione delle fosse esisteva, e la prefettura ci teneva molto. In fondo a ognuna
un grosso strato di calce viva fumava e bolliva. Sugli orli della buca una montagnola della
stessa calce lasciava scoppiare le sue bolle all’aria aperta. Quando i viaggi dell’ambulanza
erano terminati, si portavano le barelle in corteo, si lasciavano scivolare nel fondo, press’a
poco gli uni accanto agli altri, i corpi spogliati e leggermente contorti; li si coprivano di calce
viva, poi di terra, ma sino a una certa altezza soltanto, allo scopo di preparare il posto ai
futuri ospiti. Il giorno dopo i parenti erano invitati a f irmare in un registro, il che segnava la
differenza più importante che ci può essere tra gli uomini e, ad esempio, i cani: il controllo
era sempre possibile.
(A. CAMUS, La peste, Trad. B. Dal Fabbro)
(A. CAMUS, La peste, Trad. B. Dal Fabbro)
mercoledì 25 novembre 2015
BOCCACCIO
Fin da quando ero nel seno materno
ho avuto per natura la vocazione alla poesia e,
per quel che posso giudicare, sono nato soltanto per questo. Ricordo, infatti, che mio padre, fin dall'infanzia,
indirizzò tutti i suoi sforzi per fare di me un commerciante;
e dopo avermi fatto imparare l'aritmetica, mi affidò,
non ancora adolescente, in qualità di apprendista,
ad un grande commerciante,
presso il quale per sei anni non feci altro che sprecare inutilmente un tempo non più recuperabile.
(...) E non un capriccio improvviso,
ma un'originaria inclinazione del mio spirito,
lo faceva tendere con tutte le forze alla poesia.
(G. Boccaccio, Genealogiae deorum gentilium)
"A cosí fatta vita e a piggiore m’ha la fortuna lasciata consolazione cosí piccola, come udite; né intendiate consolazione che me di dolore privi, sí come l'altre suole: essa solamente alcuna volta gli occhi toglie dal lagrimare senza piú prestarmi de’ suoi beni. Seguitando adunque le mie fatiche, dico che, con ciò sia cosa che io per addietro tra l'altre giovini della mia città di bellezze ornatissima, quasi niuna festa solea, che alli divini templi si facesse, lasciare, né alcuna bella senza me ne reputavano li cittadini; le quali feste vegnendo, a quelle mi solevano sollecitare le serve mie, e ancora esse, l'antico ordine osservando, apparecchiati li nobili vestimenti, alcuna volta mi dicono:
“O donna, adórnati; venuta è la solennità di cotale tempio, la quale te sola aspetta per compimento.
Ohimè! che egli mi torna a mente che io alcuna volta a loro furiosa rivolta, non altramente che l'addentato cinghiaro alla turba de cani, a loro rispondeva turbata, e con voce d'ogni dolcezza vòta, già dissi:
“Via, vilissima parte della nostra casa, fate lontani da me questi ornamenti: brieve roba basta a coprire gli sconsolati membri, né piú alcuno tempio né festa per voi a me si ricordi, se la mia grazia v'è cara.
Oh, quante volte già, come io udii, furono quelli da molti nobili visitati, li quali piú per vedermi, che per divozione alcuna venuti, non veggendomi, turbati si tornavano indietro, nulla dicendo senza me valere quella festa! Ma come che io cosí le rifiuti, pure alcuna volta, in compagnia delle mie nobili compagne, me le conviene costretta vedere, con le quali io semplicemente e di feriali vestimenti vestita vi vado, e quivi non i solenni luoghi, come già feci, cerco, ma, rifiutando li già voluti onori, umile, ne piú bassi luoghi tra le donne m'assetto; e quivi diverse cose, ora dall'una ora dall'altra ascoltando con doglia nascosa quanto io piú posso, passo quello tempo che io vi dimoro. Ohimè! quante volte già m’ho io udito dire assai d'appresso:
“Oh, quale maraviglia è questa! Questa donna, singulare ornamento della nostra città, cosí rimessa e umile è divenuta? Qual divino spirito l’ha spirata? Ove le nobili robe? Ove gli altieri portamenti? Ove le mirabili bellezze si sono fuggite?
Alle quali parole, se licito mi fosse stato, avrei volontieri risposto: “Tutte queste cose, con molte altre piú care, se ne portò Panfilo dipartendosi”.
Quivi ancora dalle donne intorniata, e da diverse domande trafitta, a tutte con infinto viso mi conviene satisfare. L'una con cotali voci mi stimola:
“O Fiammetta, senza fine di te me e l'altre donne fai maravigliare, ignorando quale sia stata sí súbita la cagione che le preziose robe hai lasciate e li cari ornamenti, e l’altre cose dicevoli alla tua giovine etade; tu, ancora fanciulla, in sí fatto abito andare non dovresti. Non pensi tu che, lasciandolo ora, per innanzi ripigliar nol potrai? Usa gli anni secondo la loro qualità. Questo abito di tanta onestade da te preso non ti falla per innanzi. Vedi qui qualunque di noi, piú di te attempate, ornate con maestra mano, e d'artificiali drappi e onorevoli vestite, e cosí tu similemente dovresti essere ornata.
A costei e a piú altre aspettanti le mie parole rendo io con umile voce cotale risposta:
“Donne, o per piacere a Dio o agli uomini si viene a questi templi. Se per piacere a Dio ci si viene, l'anima ornata di virtú basta, né forza fa, se il corpo di cilicio fosse vestito; se per piacere agli uomini ci si viene, con ciò sia cosa che la maggior parte, da falso parere adombrati per le cose esteriori giudichino quelle dentro, confesso che gli ornamenti usati e da voi e da me per addietro, si richieggiono. Ma io di ciò non ho cura, anzi, dolente delle passate vanità, volonterosa d'ammendare nel cospetto d'Iddio, mi rendo quanto posso dispetta agli occhi vostri.
E quinci le lagrime dall’intrinseca verità cacciate per forza fuori mi bagnano il mesto viso, e con tacita voce cosí con meco medesima dico:
“O Iddio, veditore de’ nostri cuori, le non vere parole dette da me non m'imputare in peccato. Come tu vedi, non volontà d'ingannare, ma necessità di ricoprire le mie angoscie a quelle mi strigne, anzi piuttosto merito me ne rendi, considerando che'l malvagio essemplo levando, alle tue creature il do buono: egli m'è grandissima pena il mentire, e con faticoso animo la sostengo, ma piú non posso”.
Oh quante volte, o donne, ho io per questa iniquità pietose laude ricevute, dicendo le circustanti donne me divotissima giovine di vanissima ritornata! Certo, io intesi piú volte di molte essere oppinione, me di tanta amicizia essere congiunta con Dominedio, che niuna grazia a lui da me dimandata, negata sarebbe; e piú volte ancora dalle sante persone per santa fui visitata, non conoscendo esse quel che nell'animo nascondea il tristo viso, e quanto li miei disiderii .fossero lontani alle mie parole. O ingannevole mondo, quanto possono in te gl’infinti visi piú che li giusti animi, se l'opere sono occulte! Io, piú peccatrice che altra, dolente per li miei disonesti amori, però che quelli velo sotto oneste parole, sono reputata santa; ma conoscelo Iddio, che, se senza pericolo essere potesse, io con vera voce di me sgannerei ogni ingannata persona, né celerei la cagione che trista mi tiene; ma non si puote."
Il Decameron: il piacere di raccontare storie
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-b6cdbe76-3199-4195-8af6-6ff1aeeee787.html
Pasolini, da Decameron, "Andreuccio da Perugia"
ANDREUCCIO DA PERUGIA
LA BADESSA E LE BRACHE
CALANDRINO E L'ELITROPIA
FRATE CIPOLLA
Una rilettura del Decameron
http://www.leparoleelecose.it/?p=28731
Pasolini, da Decameron, "Andreuccio da Perugia"
ANDREUCCIO DA PERUGIA
LA BADESSA E LE BRACHE
CALANDRINO E L'ELITROPIA
FRATE CIPOLLA
Una rilettura del Decameron
http://www.leparoleelecose.it/?p=28731
martedì 24 novembre 2015
GIORNATA DELLA MEMORIA
LA TESTIMONIANZA DI HELGA SCHNEIDER
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/ragazzi-non-ignorate-la-storia/23815/default.aspx
PRIMO LEVI
Se questo è un uomo
http://www.letteratura.rai.it/articoli/primo-levi-testimoniare-per-non-dimenticare/14129/default.aspx
I sommersi e i salvati
http://www.rai5.rai.it/articoli/i-sommersi-e-i-salvati-frediano-sessi-racconta-primo-levi/22381/default.aspx
La "zona grigia", da I sommersi e i salvati
http://www.oilproject.org/lezione/vita-primo-levi-zona-grigia-sommersi-e-salvati-2881.html
ELI WIESEL, LA NOTTE
http://www.majorana.org/progetti/shoah/elie_wiesel__la_notte.htm
IL CONCETTO DI DIO DOPO AUSCHWITZ
https://seieditrice.com/chiaroscuro/files/2010/03/V3_U9-ipertestoD.pdf
GIACIMENTI DELLA MEMORIA
http://www.doppiozero.com/materiali/giacimenti-della-memoria-di-guerra
mercoledì 28 ottobre 2015
PASOLINI
Pasolini: il mito
http://www.leparoleelecose.it/?p=23962
PASOLINI: VITA E OPERE
http://www.raistoria.rai.it/articoli/muore-pier-paolo-pasolini/23081/default.aspx
O. Fallaci, "E' stato un massacro!"
http://www.pierpaolopasolini.eu/processi_pelosi_massacro.htm
SITOGRAFIA
1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/08/pier-paolo-pasolini-di-quale-verita-e-morto-veramente/2199913/
2) https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei#L.27incidente_aereo_e_la_morte
"Le ceneri di Gramsci" è una poesia di Pier Paolo Pasolini, contenuta nella raccolta omonima pubblicata nel 1957. Il testo è diviso in sei parti.
(...) Manca poco alla cena;
http://www.leparoleelecose.it/?p=23962
PASOLINI: VITA E OPERE
http://www.raistoria.rai.it/articoli/muore-pier-paolo-pasolini/23081/default.aspx
MORTE DI PASOLINI
http://youtu.be/BnQL1q3SNtMO. Fallaci, "E' stato un massacro!"
http://www.pierpaolopasolini.eu/processi_pelosi_massacro.htm
Per colpa della verità si può anche morire? La risposta è affermativa. Ma altra è l’ulteriore domanda a cui si dovrebbe rispondere: per quale verità Pasolini potrebbe essere stato ucciso? Due le possibili ipotesi, fra loro, del resto, intimamente connesse: innanzitutto, quella sugli attentati che insanguinavano l’Italia e sulla corruzione della classe politica italiana, tanto ch’egli reclamava un “processo” a carico di ministri e politici; ma anche quella sulla morte di Enrico Mattei, momento culminante, almeno nel romanzo incompiuto Petrolio, di un complotto alla cui testa riteneva si collocasse Eugenio Cefis, personaggio dissimulato in Petrolio, sotto il nome di Troya.
Presidente dell’Eni nella seconda metà degli anni Sessanta e quindi a capo della Montedison dal maggio 1971, Cefis aveva usato la sua preminente posizione in campo economico e finanziario, delegatagli dai politici, per organizzare un centro di potere che si avvaleva, in maniera sempre più aggressiva, delle disponibilità del gruppo da lui gestito per annettere a sé uomini, gruppi e mezzi nei diversi settori della vita nazionale. Il “sistema” da lui posto in essere era divenuto progressivamente un vero e proprio potentato, che sfruttando le risorse imprenditoriali pubbliche condizionava pesantemente la stampa, usava illecitamente i servizi segreti dello Stato a scopo d’informazione, praticava l’intimidazione e il ricatto, compiva manovre finanziarie spregiudicate oltre i limiti della legalità, corrompeva politici, stabiliva alleanze con ministri, partiti e correnti.
Il “sistema Cefis” cominciò a declinare, come tale, dalla metà degli anni Settanta fino all’uscita di scena del suo organizzatore nel 1977. Allo stesso tempo, si andava sviluppando il “sistema P2”. Vi sono fra i due “sistemi”elementi di continuità e non pochi sono i punti di contatto tra le due fasi della vita politica italiana, nelle quali hanno avuto un peso rilevante raggruppamenti palesi ed occulti operanti nell’illegalitàSi è parlato della Loggia P2 come di un’organizzazione per delinquere interna alla classe dirigente, e la sua posta in gioco sarebbe stato il potere e il suo esercizio illegittimo e occulto con l’uso di ricatti, di rapine su larga scala, di attività eversive e di giganteschi imbrogli finanziari fino al ricorso alla eliminazione fisica.
Forse, sarà stato un caso che Pier Paolo Pasolini abbia trovato la morte proprio sul finire del 1975. Non si può trascurare il fatto, però, ch’egli avesse affermato di sapere i nomi dei responsabili della “serie di «golpe» istituitasi a sistema di protezione del potere, col suo orrendo corredo di stragi e attentati alle istituzioni, in combutta con servizi segreti stranieri, vecchi generali, per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato, vecchi fascisti “ideatori di golpe”, giovani neo-fascisti “autori materiali delle prime stragi”, “«ignoti» autori materiali delle stragi più recenti, criminali mafiosi e comuni. Certo, aveva anche affermato di sapere senza averne le prove, ma aveva spiegato di sapere perché era un intellettuale, i cui strumenti del mestiere sono il “cerca(re) di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace”, ed altresì il “…coordina(re) fatti anche lontani, …rimette(re) insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, …ristabili(re) la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.
IL CASO MATTEI
Presidente dell’ENI, muore nel 1962 in un misterioso incidente aereo a Bescapé, in provincia di Pavia: l’aereo sarebbe esploso in volo. Secondo alcuni, il mandante dell'omicidio di Mattei era stato il suo ex braccio destro all'ENI Eugenio Cefis, che pochi mesi prima era stato costretto alle dimissioni dallo stesso Mattei quando questi si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA.[49] Pochi giorni dopo l'attentato Cefis fu reintegrato nell'ENI come vicepresidente e successivamente ne divenne presidente stesso. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.
Il mistero della fine di Mattei si complicò dopo la sua morte e arrivò a coinvolgere anche alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l'inchiesta sull'incidente: esse morirono in circostanze misteriose.
Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film dei primi anni settanta su Enrico Mattei, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell'incontro previsto con Rosi, De Mauro scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei.
Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.
Curiosamente, una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio. Lo stesso Pasolini si interessò molto alla figura di Mattei e al mistero della sua morte. Anche Pasolini morì in circostanza poco chiare.
SITOGRAFIA
1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/08/pier-paolo-pasolini-di-quale-verita-e-morto-veramente/2199913/
2) https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei#L.27incidente_aereo_e_la_morte
(...) Manca poco alla cena;
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d'operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
verso il monte (...) nell'ombra (...)
e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri
come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
vespertina (...).
È un brusio
la vita, e questi persi
in essa, la
perdono serenamente
se il cuore ne hanno pieno: a
godersi
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce … Ma io, con il cuore
cosciente,
di chi soltanto nella storia ha
vita,
potrò mai più con pura passione
operare,
se so che la nostra storia è finita?
da Pasolini, Le ceneri di Gramsci, VI
http://www.corriere.it/cultura/eventi/2011/secolo-poesia/notizie/pasolini-al-principe_f5e630a8-56f7-11e1-a6d2-3f65acf5f759.shtml
PASOLINI REGISTA
http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/che-cosa-sono-le-nuvole-unanalisi-di-daniele-gallo/
Che cosa sono le nuvole?
Iago Cosa senti dentro di te? Concentrati bene. Cosa senti?
Otello Sì sì, si sente qualcosa che c'è!
Iago Quella è la verità. Ma, ssh! Non bisogna nominarla, perché appena la nomini, non c'è più.
La storia è una rivisitazione dell'Otello, recitato da un gruppo di marionette (Totò, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Ninetto Davoli, Laura Betti, Adriana Asti), che sulla scena interpretano i ruoli shakespeariani ma che dietro le quinte si pongono delle domande sul perché fanno ciò che fanno. La rappresentazione è interrotta dal pubblico che, nel momento più drammatico, l'omicidio di Desdemona (Laura Betti) da parte di Otello (Ninetto Davoli), irrompe sulla scena e, disapprovando i comportamenti di lui e di Iago (Totò), li fa a pezzi. Il monnezzaro (Domenico Modugno) getta cantando le due marionette in una discarica, dove i due fantocci rimangono incantati a guardare le nuvole e notano la "straziante, meravigliosa bellezza del creato". Il cortometraggio prende il titolo proprio da questa scena finale.
Questo episodio è l'ultima pellicola cinematografica in cui appare Totò ed è l'ultimo film girato dall'artista.
Excipit del film
Otello: Iiih! E che so' quelle?
Jago: Quelle sono... sono le nuvole...
Otello: E che so' ste nuvole?
Iago: Mah!
Otello: Quanto so' belle, quanto so' belle... quanto so' belle...
Jago: Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato!
Avion Travel, Cosa sono le nuvole: testo di P.P.Pasolini
.... il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta...
.... il derubato che sorride
ruba qualcosa al ladro
ma il derubato che piange
ruba qualcosa a se stesso
perciò io vi dico
finché sorriderò
tu non sarai perduta...
MESSAGGIO AI GIOVANI
Non lasciarti tentare dai campioni dell'infelicità,
della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
(...)
Essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi,
invece, Gennariello.
(Pasolini, da Lettere luterane)
Penso che sia necessario educare le
nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che
ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di
destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne
siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, non passare sul corpo
degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e
disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che
occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i
nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare. A questa antropologia del
vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un
esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono
un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e
spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la
sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù. (da
un'intervista del 1961 al settimanale Vie nuove)
POESIA DELLA TRADIZIONE (da Trasumanar e organuizzar)
Oh generazione sfortunata!
Cosa succederà domani, se tale classe dirigente -
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un’esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero,
dovevano dimostrare
di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell’inverno del ‘70 usasti cappotti e scialli fantasiosi
e fosti viziata
chi ti insegnò a non sentirti inferiore -
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili -
chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l’obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l’odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che è grande eppure così semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato
la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,
arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia - la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato - il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,
ma sopratutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati
né le sedi dei padri padroni, dipinte da
-e tutte le altre sublimi cose
non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel
la lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:
irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti
e di aggressività disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell’operaio: ma nessuno chiede a un operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto
e quindi all’infelicità
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto:
povera generazione calvinista come alle origini della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell’organizzazione
(che non può altro produrre che altra organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventù
parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai della ripetizione delle formule,
ché organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire -
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!
(Pasolini, La poesia della tradizione, da Trasumanar e organizzar)
Penso che sia necessario educare le
nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che
ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di
destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne
siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, non passare sul corpo
degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e
disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che
occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i
nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare. A questa antropologia del
vincente preferisco di gran lunga chi perde. È un
esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono
un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e
spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la
sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù. (da
un'intervista del 1961 al settimanale Vie nuove)
POESIA DELLA TRADIZIONE (da Trasumanar e organuizzar)
Oh generazione sfortunata!Cosa succederà domani, se tale classe dirigente -
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un’esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero,
dovevano dimostrare
di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell’inverno del ‘70 usasti cappotti e scialli fantasiosi
e fosti viziata
chi ti insegnò a non sentirti inferiore -
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili -
chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l’obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l’odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che è grande eppure così semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe dominante del passato
la gioventù passa presto; oh generazione sfortunata,
arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia - la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato - il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l’amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è vero,
ma sopratutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un’ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli degli antenati
né le sedi dei padri padroni, dipinte da
-e tutte le altre sublimi cose
non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto nel
la lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:
irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni sentimenti
e di aggressività disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell’operaio: ma nessuno chiede a un operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al ricatto
e quindi all’infelicità
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche perduto:
povera generazione calvinista come alle origini della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell’organizzazione
(che non può altro produrre che altra organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventù
parlando il linguaggio della democrazia burocratica
non uscendo mai della ripetizione delle formule,
ché organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l’autorità paterna in balia del potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un’idea confusa, un’assoluta certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire -
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!
(Pasolini, La poesia della tradizione, da Trasumanar e organizzar)
Alì dagli occhi azzurri
http://pasolinipuntonet.blogspot.it/2012/11/ali-dagli-occhi-azzurri-una-profezia-di.html
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