Scritto, come pare, in tre giorni, Candido è un romanzo costruito sull'archetipo narrativo del viaggio e sull'uso sapiente e smascherante dell'ironia.
Si tratta di un romanzo filosofico che esorta gli uomini non tanto ad essere "felici", ma a saper conquistare l'arte di essere "contenti".
Il segreto sta nel rinunciare alla pretesa di spiegare il mondo e nel saperlo accettare in tutta la sua complessità.
Compito di ogni uomo è, dunque, "accontentarsi" di operare utilmente nel piccolo spazio che gli è riservato, affinché non sia un inferno, ma diventi un paradiso!
Compito del poeta è dire la verità, sempre. Quando si parla di scrittura poetica, verità non significa necessariamente “realismo”, non significa raccontare fatti “realmente” accaduti. Vuol dire, piuttosto, concepire testi veritieri sulla condizione umana. Compito della letteratura è dire la verità con lo strumento della finzione. Ricordava P. Levi, nel suo testo sullo Scrivere oscuro: abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno. Naturalmente questo presuppone che chi scrive non sia mosso solo dal desiderio di svolgere un esercizio di stile. Ne era convinto Paul Brulat, giornalista francese che prese parte attiva nell’affaire Dreyfus e che, quindi usò la penna come strumento incisivo sulla realtà; a tale proposito egli soleva dire: per scrivere bene, in versi come in prosa, niente eguaglia l’avere davvero qualcosa da dire. Solo così la parola potrà svolgere il suo compito più alto, cioè quello di costruire relazioni, di comunicare, nel senso di mettere in comune idee e sentimenti, penetrare nei cuori umani. Insomma, le parole hanno un peso e vanno usate con intelligenza, chiarezza e onestà. E, soprattutto, vanno ascoltate. Abituati a considerare con estrema attenzione le parole degli altri, e per quanto puoi entra nell’anima di chi sta parlando. Marco Aurelio, Ricordi “Spiego alcune cose” Domanderete: E dove sono i lillà? E la metafisica coperta di papaveri? E la pioggia che fitta colpiva le sue parole, riempiendole di buchi e uccelli? Vi racconterò tutto quel che m’accade. Vivevo in un quartiere di Madrid, con campane, orologi, alberi. Da lì si vedeva il volto secco della Castiglia, come un oceano di pelle. La mia casa la chiamavano “La casa dei fiori”, ché da ogni parte scoppiavano i gerani: era una bella casa, con cani e ragazzini. (…) E una mattina tutto stava ardendo, E una mattina i fuochi uscivan dalla terra, divorando esseri, e da allora fuoco, da allora, e da allora sangue. Banditi con aerei e con mori, banditi con anelli e duchesse, banditi con neri frati benedicenti venivano per cielo a uccidere bambini, e per le strade il sangue dei bambini correva semplicemente, come sangue di bambini. (…) Generali traditori: guardate la mia casa morta, guardata la Spagna distrutta: ma da ogni casa morta esce metallo ardente invece di fiori, ma da ogni buco della Spagna esce la Spagna, ma da ogni bambino morto vien fuori un fucile con occhi, ma da ogni crimine nascono proiettili che un giorno troveranno il bersaglio del vostro cuore. Domanderete: perché la sua poesia non ci parla del sogno, delle foglie, dei grandi vulcani del suo paese natale? Venite a vedere il sangue per le strade, venite a vedere il sangue per le strade, venite a vedere il sangue per le strade! (P. Neruda, da Terza residenza, 1947)
“Brutti tempi per la lirica” Lo so: piace soltanto chi è felice. La sua voce volentieri la si ascolta. Bello è il suo viso. L'albero storpio nel cortile denuncia il cattivo terreno, ma chi passa gli dà di storpio, e con ragione. I verdi battelli e le gaie vele del Sund non li vedo. Fra tante cose vedo solo la rete dei pescatori, fragile. Perché vado dicendo solo che la contadina quarantenne cammina tutta curva? I seni delle ragazze son caldi come prima. Nel mio canto una rima mi parrebbe quasi insolenza. In me combattono l'entusiasmo per il melo in fiore e l'orrore per i discorsi dell'Imbianchino. Ma solo il secondo mi spinge al tavolo di lavoro. (B. Brecht, da Poesie, 1938-1941, trad. R. Leiser - F. Fortini )
Io che nulla amo più Io che nulla amo più dello scontento per le cose mutabili, così nulla odio più del profondo scontento per le cose che non possono cambiare.
(B. Brecht, da Poesie, 1938-1941, trad. R. Leiser - F. Fortini )
Molti pensano Molti pensano che noi ci diamo da fare nelle faccende più peregrine, ci affatichiamo in strane imprese per saggiare le nostre forze o per darne la prova. Ma in realtà è più nel vero chi ci pensa intenti semplicemente all'inevitabile: scegliere la strada più diritta possibile, vincere gli ostacoli del giorno, evitare i pensieri che hanno avuto esiti cattivi, e scoprire quelli propizi, in breve: aprire la strada alla goccia nel fiume che si apre la strada in mezzo alla pietraia. (B. Brecht, da Poesie, 1938-1941, trad. R. Leiser - F. Fortini ) COSTRUIRE UN MONDO MIGLIORE: NON SOLO REGOLE. IL VALORE DEI SENTIMENTI
I SERVI DELLA GLEBA L'istituto della servitù della gleba fu abolito definitivamente solo nel 1861, in Russia, dove l'economia zarista fondata sul latifondo ne consentiva la sopravvivenza. I servi della gleba coltivavano i terreni che erano dati in concessione dal re ai nobili, pagando un fitto.
Inoltre dovevano pagare le decime (qualora il proprietario facesse parte del clero o fosse un ente ecclesiastico) ed erano obbligati a determinate prestazioni di lavoro (corvées).
I servi della gleba erano tali per nascita, e non potevano sottrarsi a tale condizione senza il consenso del padrone del terreno.
Nel Medioevo, in occasione dei lavori per dissodare nuove terre, spesso il proprietario dava a chi si sobbarcava l'onere di trasferirsi nelle nuove aree, particolari libertà (franchigie) e privilegi: da cui il nome "Villafranca" dato a tante località.
I servizi a cui i servi della gleba erano obbligati, contrariamente a quanto accadeva nella schiavitù, non avevano un carattere generico, ma erano precisamente definiti. A differenza degli schiavi, giuridicamente i servi della gleba non erano "cose" ma persone, con qualche diritto: proprietà privata (limitata ai beni mobili), possibilità di sposarsi e di avere figli ai quali lasciare un'eredità.
Il feudatario non aveva potestà sulla vita del servo della gleba, che però poteva essere venduto insieme alla terra, su cui aveva l'obbligo di restare. Perciò non poteva neanche esserne cacciato. Dai doveri rurali, in molte zone d'Europa, ci si poteva sottrarre anche col trasferimento in città, come avvenne in Italia con la formazione dei liberi comuni (lasciare la campagna era illegale, ma i liberi comuni proteggevano i propri cittadini da ritorsioni del signore feudale): in Germania c'era il detto stadtluft macht frei, ossia "l'aria della città rende liberi".
AFRICA Moriturus ad astra scandere querit homo, sed mors docet omnia quo sint nostra loco (...) Aurea marmoreis quid ve alta palatia muris erexisse iuvat, postquam sic sidere levo sub divo periturus eram
(Africa, VI, vv.904/911)
TRADUZIONE
Destinato a morire, l’uomo cerca di ascendere agli astri, ma la morte c’insegna quale sia il posto
di tutte le nostre cose. (...) A che mi serve aver costruito alti palazzi adorni
d’oro su mura di marmo, se io dovevo per
sinistro destino morire così sotto il cielo?
Petrarca: l'autocoscienza e la coscienza storica. L'INTERPRETAZIONE DI M. SANTAGATA
Petrarca e nascita della cultura dei testi e del senso storico: alle soglie dell'Umanesimo (minuto 14,52)
Petrarca e la scoperta dell'interiorità (M. Santagata, minuto 16,35)