I SERVI DELLA GLEBA L'istituto della servitù della gleba fu abolito definitivamente solo nel 1861, in Russia, dove l'economia zarista fondata sul latifondo ne consentiva la sopravvivenza. I servi della gleba coltivavano i terreni che erano dati in concessione dal re ai nobili, pagando un fitto.
Inoltre dovevano pagare le decime (qualora il proprietario facesse parte del clero o fosse un ente ecclesiastico) ed erano obbligati a determinate prestazioni di lavoro (corvées).
I servi della gleba erano tali per nascita, e non potevano sottrarsi a tale condizione senza il consenso del padrone del terreno.
Nel Medioevo, in occasione dei lavori per dissodare nuove terre, spesso il proprietario dava a chi si sobbarcava l'onere di trasferirsi nelle nuove aree, particolari libertà (franchigie) e privilegi: da cui il nome "Villafranca" dato a tante località.
I servizi a cui i servi della gleba erano obbligati, contrariamente a quanto accadeva nella schiavitù, non avevano un carattere generico, ma erano precisamente definiti. A differenza degli schiavi, giuridicamente i servi della gleba non erano "cose" ma persone, con qualche diritto: proprietà privata (limitata ai beni mobili), possibilità di sposarsi e di avere figli ai quali lasciare un'eredità.
Il feudatario non aveva potestà sulla vita del servo della gleba, che però poteva essere venduto insieme alla terra, su cui aveva l'obbligo di restare. Perciò non poteva neanche esserne cacciato. Dai doveri rurali, in molte zone d'Europa, ci si poteva sottrarre anche col trasferimento in città, come avvenne in Italia con la formazione dei liberi comuni (lasciare la campagna era illegale, ma i liberi comuni proteggevano i propri cittadini da ritorsioni del signore feudale): in Germania c'era il detto stadtluft macht frei, ossia "l'aria della città rende liberi".
AFRICA Moriturus ad astra scandere querit homo, sed mors docet omnia quo sint nostra loco (...) Aurea marmoreis quid ve alta palatia muris erexisse iuvat, postquam sic sidere levo sub divo periturus eram
(Africa, VI, vv.904/911)
TRADUZIONE
Destinato a morire, l’uomo cerca di ascendere agli astri, ma la morte c’insegna quale sia il posto
di tutte le nostre cose. (...) A che mi serve aver costruito alti palazzi adorni
d’oro su mura di marmo, se io dovevo per
sinistro destino morire così sotto il cielo?
Petrarca: l'autocoscienza e la coscienza storica. L'INTERPRETAZIONE DI M. SANTAGATA
Petrarca e nascita della cultura dei testi e del senso storico: alle soglie dell'Umanesimo (minuto 14,52)
Petrarca e la scoperta dell'interiorità (M. Santagata, minuto 16,35)
Mio Signor Padre. Sebbene dopo aver saputo quello ch’io avrò fatto, questo foglio le possa parere indegno di esser letto, a ogni modo spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l’ha sempre amata e l’ama, e si duole infinitamente di doverle dispiacere. Ella conosce me, e conosce la condotta ch’io ho tenuta fino ad ora, e forse quando voglia spogliarsi d’ogni considerazione locale, vedrà che in tutta l’Italia, e sto per dire in tutta l’Europa, non si troverà altro giovane, che nella mia condizione, in età anche molto minore, forse anche con doni intellettuali competentemente inferiori ai miei, abbia usato la metà di quella prudenza, astinenza da ogni piacer giovanile, ubbidienza e sommessione ai suoi genitori ch’ho usata io. Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch’Ella sa, e ch’io non debbo ripetere.Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch’io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sé. Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch’io vivessi tuttavia in questa città, e com’Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente.
Certamente non l’è ignoto che non solo in qualunque città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch’essi tutti hanno in quell’età nella mia condizione, libertà di cui non era appena un terzo quella che mi s’accordava ai 21 anno. Ma lasciando questo, benché io avessi dato saggi di me, s’io non m’inganno, abbastanza rari e precoci, nondimeno solamente molto dopo l’età consueta, cominciai a manifestare il mio desiderio ch’Ella provvedesse al mio destino, e al bene della mia vita futura nel modo che le indicava la voce di tutti. Io vedeva parecchie famiglie di questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra, e sapeva poi d’infinite altre straniere, che per qualche leggero barlume d’ingegno veduto in qualche giovane loro individuo, non esitavano a far gravissimi sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de’ suoi talenti. Contuttoché si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che un barlume, Ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia. Io vedeva i miei parenti scherzare cogl’impieghi che ottenevano dal sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi con effetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, senza che perciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle risa, ed Ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch’Ella formava su di noi, e come per assicurare la felicità di una cosa ch’io non conosco, ma sento chiamar casa e famiglia, Ella esigeva da noi due il sacrifizio, non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della gioventù, e di tutta la nostra vita.Il quale essendo io certo ch’Ella nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima vita ch’io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo genere che mi proccurava la mia strana immaginazione, e non poteva ignorare quello ch’era più ch’evidente, cioè che a questo, ed alla mia salute che ne soffriva visibilissimamente, e ne sofferse sino da quando mi si formò questa misera complessione, non v’era assolutamente altro rimedio che distrazioni potenti e tutto quello che in Recanati non si poteva mai ritrovare. Contuttociò Ella lasciava per tanti anni un uomo del mio carattere, o a consumarsi affatto in istudi micidiali o a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine e dalla vita affatto disoccupata, come massimamente negli ultimi mesi. Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta da una costantissima dissimulazione, e apparenza di cedere, era tale da non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo e le riflessioni fatte sulla natura degli uomini, mi persuasero ch’io benché sprovveduto di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi della mia sorte. Io so che la felicità dell’uomo consiste nell’esser contento, e però più facilmente potrò esser felice mendicando, che in mezzo a quanti agi corporali possa godere in questo luogo. Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero.
So che sarò stimato pazzo, come so ancora che tutti gli uomini grandi hanno avuto questo nome. E perché la carriera di quasi ogni uomo di gran genio è cominciata dalla disperazione, perciò non mi sgomenta che la mia cominci così.Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del corpo. I padri sogliono giudicare dei loro figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche. Ma quanto a ciò molti sono d’altra opinione; quanto a noi, siccome il disperare di se stessi non può altro che nuocere, così non mi sono mai creduto fatto per vivere e morire come i miei antenati.
Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta ch’io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa medesima e con quello ch’io porto meco. Se la mia salute fosse stata meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, e non potendo sperar più nulla da Lei, per l’espressioni ch’Ella si è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far dispiacere a Lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione. Alle quali io son grato sino all’estremo dell’anima, e mi pesa infinitamente di parere infetto di quel vizio che abborro quasi sopra tutti, cioè l’ingratitudine.La sola differenza di principii, che non era in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch’io fo, è stata cagione della mia disavventura. È piaciuto al cielo per nostro castigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi. Quello che mi consola è il pensare che questa è l’ultima molestia ch’io le reco, e che serve a liberarla dal continuo fastidio della mia presenza, e dai tanti altri disturbi che la mia persona le ha recati, e molto più le recherebbe per l’avvenire, Mio caro Signor Padre, se mi permette di chiamarla con questo nome, io m’inginocchio per pregarla di perdonare a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, e così spero che sarà d’ora innanzi. Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a servirmi.
L’ultimo favore ch’io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l’ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, né la maledica; e se la sorte non ha voluto ch’Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.
Luglio 1819
====== Canti
Alla luna
O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l'anno, sovra questo colle
Io venia pien d'angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l'etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l'affanno duri!
=====
Dallo Zibaldone
Teoria del piacere
Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l'animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale. L'anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt'uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch'è ingenita o congenita coll'esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita. E non ha limiti: 1. né per durata; 2. né per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli: 1. né la sua durata, perchè nessun piacere è eterno; 2. né la sua estensione, perchè nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente, e tutto abbia confini, e sia circoscritto. (...)
Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la vita, non perciò l'animo sarebbe pago, perchè il suo desiderio è anche infinito per estensione, così che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne l'estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che riempisse tutta l'anima. Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre, del che ci facciamo tanta maraviglia, come se ciò venisse da una sua natura particolare, quando il dolore la noia ec. non hanno questa qualità. Il fatto è che quando l'anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere. (...)
Veniamo alla inclinazione dell’uomo all’infinito. Indipendentemente dal desiderio del piacere, esiste nell'uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono. Considerando la tendenza innata dell'uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti: 1, in numero, 2. in durata, 3. in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec.
(Luglio 1820)
Il corpo è l'uomo
Tristano Sì certo. È ben vero che alcune volte penso che gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per quattro di noi. E il corpo è l’uomo; perché (lasciando tutto il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perché la sua sorte è di stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita non è per lui. E però anticamente la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l’educazione non si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta:
pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito, rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo, rovina a vicenda anche lo spirito.
E dato che si potesse rimediare in ciò all’educazione, non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita privata e pubblica, che tutte, di proprietà loro, cospirano anticamente a perfezionare o a conservare il corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini, e che gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che furono uomini. Parlo così degl’individui paragonati agl’individui, come delle masse (per usare questa leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse. Ed aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili di noi anche ne’ sistemi di morale e di metafisica.
(Dal Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali)
La doppia visione All'uomo sensibile e immaginoso che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d'una campana; e nel tempo stesso. In questo secondo genere di obbietti sta tutto coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, vedrà un altro suono, il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione. (30 Novembre, 1^ Domenica dell'Avvento). Cfr. Novalis, Frammenti II sentimento per la poesia ha molto in comune col senso mistico. E il senso per ciò che è proprio, personale, ignoto, misterioso, da rivelare, necessario-casuale. Esso rappresenta l'irrappresentabile, vede l'invisibile, sente il non-sensibile, ecc. La critica della poesia è un assurdo. È già diffìcile distinguere (eppure è la sola distinzione possibile) se qualcosa sia poesia o no. Il poeta è veramente rapito fuori dei sensi; in compenso tutto accade dentro di lui. Egli rappresenta in senso vero e proprio il soggetto-oggetto, anima e mondo. Di qui l'infinità di una buona poesia. Il sentimento per la poesia ha una vicina affinità col senso della profezia e col sentimento religioso, col sentimento dell'infinito in genere. Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa ed è incomprensibile a lui stesso perché accada proprio così e non altrimenti. Poeta e sacerdote erano in principio una cosa sola, e soltanto più tardi li hanno distinti. Ma il vero poeta è sempre rimasto sacerdote, così come il vero sacerdote è sempre rimasto poeta. E non dovrebbe l'avvenire ricondurre l'antico stato di cose?
Parole poetiche
Le parole lontano, antico, e simili sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite, e non determinabili e
confuse. (...) Le parole notte notturno ec. le descrizioni della notte ec. sono poeticissime, perchè la notte confondendo gli oggetti, l’animo non ne concepisce che un’immagine vaga, indistinta, incompleta, sì di essa, che quanto ella contiene. Così oscurità, profondo.
ec. ec. (28. Sett. 1821) Teoria della visione Da quella parte della mia teoria del piacere dove si mostra come degli oggetti veduti per metà, o con certi impedimenti ec. ci destino idee indefinite, si spiega perchè piaccia la luce del sole o della luna, veduta in luogo dov’essi non si vedano e non si scopra la sorgente della luce; un luogo solamente in parte illuminato da essa luce; il riflesso di detta luce, e i vari effetti materiali che ne derivano; il penetrare di detta luce in luoghi dov’ella divenga incerta e impedita, e non bene si distingua, come attraverso un canneto, in una selva, per li balconi socchiusi ec. ec.; (...) A questo piacere contribuisce la varietà, l’incertezza, il non veder tutto, e il potersi perciò spaziare coll’immaginazione, riguardo a ciò che non si vede. (...) È piacevolissima ancora, per le sopraddette cagioni la vista di una moltitudine innumerabile, come delle stelle, o di persone ec. un moto moltiplice, incerto, confuso, irregolare, disordinato, un ondeggiamento vago ec. che l’animo non possa determinare, nè concepire definitamente e distintamente ec. come quello di una folla, o di un gran numero di formiche, o del mare agitato ec. Similmente una moltitudine di suoni irregolarmente mescolati, e non distinguibili l’uno dall’altro ec. ec. ec.
(20. Sett. 1821.) Teoria del suono È piacevole per se stesso, cioè non per altro, se non per un’idea vaga ed indefinita che desta, un canto (il più spregevole) udito da lungi, o che paia lontano senza esserlo, o che si vada a poco a poco allontanando, e divenendo insensibile; o anche viceversa (ma meno), o che sia così lontano, in apparenza o in verità, che l’orecchio e l’idea quasi lo perda nella vastità degli spazi; un suono qualunque confuso, massime se ciò è per la lontananza; un canto udito in modo che non si veda il luogo da cui parte; un canto che risuoni per le volte di una stanza ec. dove voi non vi troviate però dentro; il canto degli agricoltori che nella campagna s’ode suonare per le valli, senza però vederli, e così il muggito degli armenti ec. Stando in casa, e udendo tali canti o suoni per la strada, massime di notte, si è più disposti a questi effetti, perchè nè l’udito nè gli altri sensi non arrivano a determinare nè circoscrivere la sensazione, e le sue concomitanze. (16 Ottobre 1821)
L'INFINITO
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L'UOMO, ANIMALE SOCIALE
L'Italia è (...) di costumi notabilmente diversa dagli altri popoli civili. (...).
Il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l'unico che rimanga alla società, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più a stimolare al bene.
Tutti sanno (...) che le leggi senza i costumi non bastano (...).
In questa generale dissoluzione dei principi sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor di un filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle società civili (...), le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l'Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale, e quindi della società, che, benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principi morali (...), pure è d'un grandissimo effetto. Questo principio è la società stessa (...), cioè il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni, e difendersi dai comuni danni e pericoli. (...). Per mezzo di quella società stretta, le città e le nazioni intere (...) divengono quasi famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, (...) un trattenimento alla vita di quelli, che senza ciò manterrebbero il tempo affatto vuoto. (...) Con l'uso scambievole gli uomini naturalmente e immancabilmente prendono stima gli uni degli altri; (...) la stretta società fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera farsene stimare (...) e li considera necessari alla propria felicità.
LA RADICE DEL DOLORE UMANO 1 O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor? perché di tanto inganni i figli tuoi?
(Leopardi, A Silvia)
LA TESTIMONIANZA DI MARSILIO DA PADOVA, MEDICO E FILOSOFO
LA PESTE NELLA LETTERATURA TUCIDIDE
Le sofferenze causate dal morbo furono aggravate, soprattutto per quelli venuti da fuori, dall’affollamento determinatosi con il trasferimento in città degli Ateniesi che abitavano in campagna: poiché mancavano case, si viveva in tuguri che in quel periodo dell’anno erano soffocanti, sì che la strage si compiva nel caos più indescrivibile. I moribondi sul punto di spirare erano ammucchiati gli uni sugli altri, altri mezzo morti
si aggiravano per le strade e intorno a tutte le fontane, mossi dalla voglia spasmodica di acqua. I santuari in cui si erano accampati erano pieni di cadaveri, la gente moriva sul posto, poiché nell’infuriare dell’epidemia gli uomini, non sapendo cosa ne sarebbestato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane. Tutte le consuetudini seguite in passato per le esequie furono sconvolte; ciascuno provvedeva
alla sepoltura come poteva. Molti, mancando del necessario, poiché avevano già avuto molti morti, compievano l’opera di sepoltura in modo vergognoso, utilizzando pire che già erano state innalzate per altri cadaveri: alcuni prevenivano chi aveva provveduto ad accatastare la legna e, deposto sulla pira il proprio morto, subito appiccavano il fuoco, altri invece gettavano su una pira – mentre già vi ardeva un altro cadavere – il corpo che avevano portato, e se ne andavano.
Anche per altri aspetti la peste segnò per la città l’inizio del dilagare della corruzione. Ciò che prima si faceva, ma solo di nascosto, per proprio piacere, ora lo si osava più liberamente: si assisteva a cambiamenti repentini, vi erano ricchi che morivano all’improvviso, e gente, che prima non aveva niente, da un momento all’altro si trovava in possesso delle ricchezze appartenute a quelli, per cui ci si credeva in diritto di abbandonarsi a rapidi piaceri, volti alla soddisfazione dei sensi, ritenendo un bene eff imero sia il proprio
corpo che il proprio denaro. Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava fosse il bene, perché – pensava – non poteva sapere se non sarebbe morto prima di arrivarci; invece il piacere immediato e il guadagno che potesse procurarlo, quale che fosse la sua provenienza, ecco ciò che divenne bello e utile. La paura degli dèi o le leggi umane non rappresentavano più un freno, da un lato perché ai loro occhi il rispetto degli dèi o l’irriverenza erano ormai la stessa cosa, dal momento che vedevano morire tutti allo stesso modo, dall’altro perché, commesse delle mancanze, nessuno sperava di restare in vita fino al momento della celebrazione del processo e della resa dei conti. La pena sospesa sulle loro teste era molto più seria, e per essa la condanna era già stata pronunciata: era naturale quindi, prima che si abbattesse su di loro, godersi un po’ la vita.
(Tucidide, La Guerra del Peloponneso, 51 -53)Trad. M. Cagnetta) MANZONI
Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce
marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone
morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati
da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del
disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo
sociale! Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze, ogni grido di
venditori, ogni chiacchierio di passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto
da altro che da rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi, da
urli di frenetici, da grida di monatti. All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo
dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare
in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista
pure di qualche conforto.
(...)
Si vedevano
gli uomini più qualificati, senza cappa né mantello, parte allora essenzialissima del vestiario
civile; senza sottana i preti, e anche de’ religiosi in farsetto; dismessa in somma ogni sorte
di vestito che potesse con gli svolazzi toccar qualche cosa, o dare (ciò che si temeva più di
tutto il resto) agio agli untori. E fuor di questa cura d’andar succinti e ristretti il più che fosse
possibile, negletta e trasandata ogni persona; lunghe le barbe di quelli che usavan portarle,
cresciute a quelli che prima costumavan di raderle; lunghe pure e arruffate le capigliature,
non sol per quella trascuranza che nasce da un invecchiato abbattimento, ma per esser
divenuti sospetti i barbieri, da che era stato preso e condannato, come untor famoso, uno
di loro, Giangiacomo Mora: nome che, per un pezzo, conservò una celebrità municipale
d’infamia, e ne meriterebbe una ben più diffusa e perenne di pietà. I più tenevano da una
mano un bastone, alcuni anche una pistola, per avvertimento minaccioso a chi avesse voluto
avvicinarsi troppo; dall’altra pasticche odorose, o (...) spugne inzuppate d’aceti medicati; e se le andavano ogni tanto mettendo al naso,
o ce le tenevano di continuo. (...)
I gentiluomini, non solo uscivano
senza il solito seguito, ma si vedevano, con una sporta in braccio, andare a comprar le
cose necessarie al vitto. Gli amici, quando pur due s’incontrassero per la strada, si salutavan
da lontano, con cenni taciti e frettolosi. Ognuno, camminando, aveva molto da fare, per
iscansare gli schifosi e mortiferi inciampi di cui il terreno era sparso e, in qualche luogo,
anche affatto ingombro: ognuno cercava di stare in mezzo alla strada, per timore d’altro
sudiciume, o d’altro più funesto peso che potesse venir giù dalle f inestre; per timore delle
polveri venefiche che si diceva essere spesso buttate da quelle su’ passeggieri; per timore
delle muraglie, che potevan esser unte. Così l’ignoranza, coraggiosa e guardinga alla rovescia,
aggiungeva ora angustie all’angustie, e dava falsi terrori, in compenso de’ ragionevoli e
salutari che aveva levati da principio. […]
Andò avanti, con in cuore quella solita trista e oscura aspettativa. Arrivato al crocicchio,
vide da una parte una moltitudine confusa che s’avanzava, e si fermò lì, per lasciarla passare.
Erano ammalati che venivan condotti al lazzeretto; alcuni, spinti a forza, resistevano in
vano, in vano gridavano che volevan morire sul loro letto, e rispondevano con inutili imprecazioni
alle bestemmie e ai comandi de’ monatti che li guidavano; altri camminavano in silenzio,
senza mostrar dolore, né alcun altro sentimento, come insensati; donne co’ bambini
in collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che dal
pensiero confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la madre e le sue braccia
fidate, e la casa loro. Ahi! e forse la madre, che credevano d’aver lasciata addormentata sul
suo letto, ci s’era buttata, sorpresa tutt’a un tratto dalla peste; e stava lì senza sentimento,
per esser portata sur un carro al lazzeretto, o alla fossa, se il carro veniva più tardi. Forse,
o sciagura degna di lacrime ancor più amare! la madre, tutta occupata de’ suoi patimenti,
aveva dimenticato ogni cosa, anche i figli, e non aveva più che un pensiero: di morire in
pace. Pure, in tanta confusione, si vedeva ancora qualche esempio di fermezza e di pietà:
padri, madri, fratelli, figli, consorti, che sostenevano i cari loro, e gli accompagnavano con
parole di conforto: né adulti soltanto, ma ragazzetti, ma fanciulline che guidavano i fratellini
più teneri; e con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d’essere
ubbidienti, gli assicuravano che s’andava in un luogo dove c’era chi avrebbe cura di loro
per farli guarire.
(Manzoni, I promessi sposi, XXXIV)
A. CAMUS Finora la peste aveva fatto molte più vittime nei quartieri esterni, più popolati e meno
comodi, che nel centro della città; ma all’improvviso sembrò avvicinarsi e stabilirsi anche
nel quartiere degli affari. Gli abitanti accusavano il vento di trasportare i germi infettivi.
«Imbroglia le carte» diceva il direttore dell’albergo. Comunque fosse, i quartieri del centro
sapevano che il loro turno era venuto sentendosi vibrare tutt’intorno, nella notte, e con frequenza
sempre maggiore, la campana delle ambulanze, che faceva risuonare sotto le loro
f inestre il richiamo tetro e senza passione della peste.
Nel centro stesso della città si ebbe l’idea d’isolare certi quartieri particolarmente colpiti,
e di non autorizzare a uscirne che gli uomini i cui servizi fossero indispensabili. Coloro che
sino allora vi erano vissuti non poterono fare a meno di considerare questa misura come una
vessazione particolarmente diretta contro di loro, e in ogni caso pensavano, per contrasto,
agli abitanti degli altri quartieri come a uomini liberi. Questi ultimi, in cambio, nei momenti
diff icili trovavano una consolazione nell’immaginare che altri erano ancora meno fortunati
di loro. «C’è sempre uno più prigioniero di me», era la frase che riassumeva allora la sola
speranza possibile.
Press’a poco a quell’epoca ci fu anche una recrudescenza d’incendi, soprattutto nei quartieri
eleganti alle porte ovest della città. Assunte informazioni, si trattava di persone tornate dalla
quarantena, che impazzite per i lutti e le disgrazie davano fuoco alle loro case nell’illusione di
farvi morire la peste. (...)
Ma la notte era anche in tutti i cuori, e la verità come le leggende che si riportavano a
proposito dei seppellimenti non erano fatte per rassicurare i nostri concittadini. Infatti, bisogna
ben parlare dei seppellimenti, e il narratore se ne scusa, sensibile al rimprovero che gli si
potrebbe fare al riguardo. La sua sola giustif icazione è che vi furono seppellimenti per tutto
quel periodo e che, in una certa maniera, egli fu costretto, come furono costretti tutti i suoi
concittadini, a preoccuparsi dei seppellimenti. […]
Ebbene, quello che caratterizzava, in principio, le nostre cerimonie era la rapidità; tutte le
formalità erano state semplificate e generalmente la pompa funeraria era stata soppressa. I
malati morivano lontani dalle loro famiglie, le veglie rituali erano state proibite, di modo che
chi era morto in serata passava la notte da solo, e chi moriva durante il giorno era sepolto
senza indugio. Si avvertiva la famiglia, beninteso, ma, nella maggior parte dei casi, questa
non poteva muoversi, essendo in quarantena se era vissuta accanto al malato. Nel caso in
cui la famiglia non abitasse col defunto, si presentava all’ora indicata, ossia a quella della
partenza per il cimitero, quando il corpo era stato ormai lavato e messo nella bara. (...)
In tal modo, tutto si svolgeva veramente col massimo di rapidità e col minimo di rischi. E
di certo, almeno in principio, è chiaro che il naturale sentimento delle famiglie ne fosse urtato.
Ma in tempo di peste, sono considerazioni di cui non è possibile tener conto: tutto era
sacrificato all’efficacia. Del resto, se in principio il morale della popolazione aveva sofferto
di tali pratiche – il desiderio di esser seppelliti decentemente essendo più diffuso di quanto
non si creda – un po’ più avanti, per fortuna, il problema del vettovagliamento diventò delicato
e l’interesse degli abitanti deviò verso preoccupazioni più immediate. Assorbite dalle
code da fare, dai passi e dalle formalità da compiere se volevano mangiare, le persone non
ebbero più il tempo di pensare alla maniera con cui si moriva intorno a loro e con cui un
giorno sarebbero morte; e le difficoltà materiali, che dovevano essere un male, si rivelarono,
in seguito, un beneficio. Tutto sarebbe andato per il meglio se, come abbiamo veduto, il
contagio non si fosse esteso. (...)
In fondo al cimitero, in un terreno nudo,
coperto da lentischi, si erano scavate due immense fosse; c’era la fossa degli uomini e quella
delle donne. Da questo punto di vista, l’amministrazione rispettava le convenienze e soltanto
molto più tardi, per forza di cose, quest’ultimo pudore scomparve, e si seppellì alla rinfusa,
gli uni sulle altre, uomini e donne, trascurando la decenza. Per fortuna, quest’ultima confusione
contraddistinse unicamente i momenti estremi del flagello. Nel periodo di cui ci occupiamo
la separazione delle fosse esisteva, e la prefettura ci teneva molto. In fondo a ognuna
un grosso strato di calce viva fumava e bolliva. Sugli orli della buca una montagnola della
stessa calce lasciava scoppiare le sue bolle all’aria aperta. Quando i viaggi dell’ambulanza
erano terminati, si portavano le barelle in corteo, si lasciavano scivolare nel fondo, press’a
poco gli uni accanto agli altri, i corpi spogliati e leggermente contorti; li si coprivano di calce
viva, poi di terra, ma sino a una certa altezza soltanto, allo scopo di preparare il posto ai
futuri ospiti. Il giorno dopo i parenti erano invitati a f irmare in un registro, il che segnava la
differenza più importante che ci può essere tra gli uomini e, ad esempio, i cani: il controllo
era sempre possibile. (A. CAMUS, La peste, Trad. B. Dal Fabbro)