La scuola di Atene

La scuola di Atene

giovedì 10 novembre 2016

CERVANTES

MIGUEL DE CERVANTES SAAVEDRA Nacque in Alcalá de Henares. Morì a Madrid il 23 aprile 1616. Della sua vita si possono segnare soltanto i momenti salienti: vita di travaglio, consumata tra vicende avverse, nell'assillante lotta per l'esistenza e in vane aspirazioni verso miraggi ideali.
Suo padre, medico pratico senza diploma, lo trasse dietro di sé insieme con la numerosa famiglia nelle sue peregrinazioni da Alcalá de Henares a Valladolid (1554), da Madrid (1561) a Siviglia (1564-65) e quindi nuovamente a Madrid (1566-68). La sua fu, dunque, una giovinezza errante. Anche dopo continuarono i viaggi, come cortigiano e poi come soldato. Soggiornò a lungo in Italia, in un periodo di fermento culturale: dalla lettura del Furioso trae origine, forse, l'interesse per la materia cavalleresca.
Partecipò alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Sebbene febbricitante volle combattere e, ai fianchi della sua galera, su un battello con dodici uomini ai suoi ordini, si lanciò nella mischia. Ebbe due ferite d'archibugio al petto e un'altra alla mano sinistra, che gli rimase rovinata per sempre. Ricordo di sangue e di gloria, che lo esalterà sulle oscure e mediocri vicende della sua umile vita.
A Messina, dove la flotta fece ritorno (30 ottobre), trascorse la convalescenza. Non appena guarito entrò (29 aprile 1572) partecipò alla spedizione di Corfù, all'assedio di Navarino (luglio-agosto 1572), all'occupazione di Tunisi (10 ottobre 1573) e al tentativo di liberare la Goletta (1574). 
Catturato da pirati turchi, venne poi liberato da religiosi spagnoli che pagano il riscatto.
Tornato finalmente in Spagna, non ottiene, però, i riconoscimenti sperati e le ricompense per l'eroismo mostrato come soldato e prigioniero cristiano; il suo ritorno si rivela segnato dall'indifferenza, dalle ristrettezze economiche e dall'umiliazione.
Trova impiego come commissario di vettovagliamento per l'Invincibile Armada e poi come riscossore delle imposte: viene accusato di sequestro di beni privati anche a danno di ecclesiastici e subisce la scomunica; il banchiere presso cui deposita i soldi delle riscossioni d'imposta, fallisce e scappa con il denaro. Cervantes finisce in carcere a Siviglia, dove entra in contatto con gli ambienti malavitosi della città. Probabilmente in carcere inizia l stesura del Don Chisciotte.
La sua storia privata permette a Cervantes di decifrare l'immagine del suo tempo segnato dal disorientamento e da una profonda crisi: la scomparsa del grande impero spagnolo a vantaggio di potenze europee più moderne, come l'Inghilterra; il crollo delle grandi certezze rinascimentali e l'inizio di un'epoca di profondo smarrimento dopo la rivoluzione copernicana. Si tratta di condizioni che mettono in crisi la tradizionale concezione dell'eroe. 

DON CHISCIOTTE
Il Don Chisciotte della Mancia si divide in due sezioni: una prima, scritta intorno agli anni che vanno dal 1598 al 1604; l’altra, la seconda, che venne pubblicata solo nel 1615. Le avventure vedono come protagonista un hidalgo della Mancia che, da appassionato lettore di romanzi cavallereschi, inizia a non saper più distinguere la realtà dalla finzione. È così che, innalzatosi a paladino di giustizia, pace, difesa degli oppressi e dei più alti valori, si convince di essere un cavaliere errante e prende la decisione di mettersi alla ricerca di nuove avventure per proteggere i più deboli.

Assunto il nome di Don Chisciotte il cavaliere esce in sella al suo ronzino, ribattezzato Ronzinante, e dà il via alle proprie imprese: gli esiti, però, si rivelano sin dal principio fallimentari e, picchiato e ammaccato, Don Chisciotte è costretto a tornare a casa.


Una volta guarito, il cavaliere non si dà per vinto: Don Chisciotte torna a casa e decide di ingaggiare uno scudiero, ricordandosi che nessun cavaliere che si rispetti ne ha mai potuto fare a meno: la sua scelta ricade quindi su un ignorante popolano, Sancio Panza, il quale viene convinto con la promessa di poter governare un’intera isola una volta terminate le avventure. Don Chisciotte intraprende imprese che puntualmente si trasformano in disfatte.

Subito don Chisciotte si lancia contro i mulini a vento, che nella sua distorsione della realtà sono terribili giganti da sconfiggere: l’impresa finisce ingloriosamente quando don Chisciotte si schianta contro un mulino e frana a terra insieme con il suo cavallo. Il viaggio di Don Chisciotte e Sancho Panza riprende, e quando incontrano una brigata che accompagna una dama a Siviglia, Don Chisciotte, credendo che la nobildonna sia stata rapita dal suo seguito, cerca di liberarla. Don Chisciotte e Sancho si fermano poi in una modesta osteria, che il protagonista scambia ancora una volta per un castello, conversando con le cameriere, che per lui sono nobili e leggiadre figure femminili. Il protagonista attacca poi un gregge di pecore,che ai suoi occhi assume le dimensioni di un pericoloso esercito, finendo per essere picchiato dai pastori e col perdere due denti. Quando invece incrociano sul loro cammino un funerale, Don Chisciotte scambia il feretro per un cavaliere suo pari ferito e attacca i partecipanti al funerale che, terrorizzati, scappano. Sancho Panza, dopo tutte queste peripezie, assegna al suo padrone il soprannome di “Cavaliere dalla triste figura” e Don Chisciotte apprezzando l’epiteto disegna un personaggio triste come simbolo per il proprio scudo.

Don Chisciotte decide di recuperare il celebre elmo di Mambrino: conquisterà invece gli utensili di un barbiere, liberando poco dopo alcuni carcerati incatenati. Infine, stanco dopo tante imprese, don Chisciotte decide di ritirarsi nei boschi in solitudine e penitenza e manda Sancho da Dulcinea con una missiva d’amore. Sancho, per tranquillizzare don Chisciotte, si inventa che la missione sia andata a buon fine, mentre il curato e il barbiere del paese partono alla ricerca del protagonista, per riportarlo nuovamente a casa.  

La seconda parte del romanzo  è caratterizzata da una novità sostanziale: i protagonisti sono consapevoli della follia di don Chisciotte, che quindi diventa spesso oggetto di un esplicito inganno architettato dagli altri personaggi. Cervantes dà na sfumatura tragica al proprio personaggio, vittima inconsapevole delle trame degli altri personaggi.

La storia si apre con il protagonista che, pur assistito da una governante e dalla nipote, riesce a fuggire di casa e a ripartire all’avventura con Sancho. Per prima cosa i due si recano al Toboso, per incontrare l’amata Dulcinea. Ma in paese naturalmente non c’è nessun castello, così Sancho architetta un inganno per accontentare il suo signore, conducendo Don Chisciotte in un bosco e dicendogli che di lì a poco arriverà la sua Dulcinea. Don Chisciotte vede in realtà solo tre semplici contadine, ma Sancho, semplice ma arguto, risponde che ad uno sguardo più attento il cavaliere potrà notare che quella è la sua elegantissima principessa. Fidandosi della parola di Sancho Panza, don Chisciotte si convince di essere sotto l’incantesimo di quegli incantatori che nella sua immaginazione sempre lo perseguitano mistificando la realtà di fronte ai suoi. Nel frattempo Sansone Carrasco, studente e amico di Don Chisciotte, escogita uno stratagemma per far tornare a casa l’amico. Sansone si presenta infatti come il Cavaliere degli Specchi e sfida don Chisciotte a duello, ponendo la clausula che il vinto avrebbe dovuto obbedire al vincitore. Don Chisciotte, che ha sempre perduto ogni incontro, per un caso fortuito vince: nonostante le buone intenzioni di Carrasco la sua avventura è quindi destinata a continuare. 

Don Chisciotte e Sancho Panza riprendono quindi il cammino e incrociano un nobiluomo e sua moglie che, conoscendo la prima parte della sua storia, lo riconoscono e li invitano presso il loro castello. Duca e duchessa, in realtà, vogliono prendersi gioco di don Chisciotte e allestiscono a loro danno una messinscena con personaggi mascherati e incantamenti. Tra i vari inganni, inventano la storia di un mago, Malabruno, che avrebbe reso barbute la contessa Trifaldi e le sue dodici dame di compagnia. Don Chisciotte viene così convinto a sconfiggere Malabruno in sella al cavallo alato Clavilegno, che, come suggerisce il nome, è un destriero di legno al quale sono stati collegati dei petardi. Don Chisciotte e Sancho Panza vi salgono bendati ma poco dopo i mortaretti esplodono e i due finiscono stesi per terra. Don Chisciotte ha comunque portato a termine la missione, dato che il fantomatico mago è sconfitto. Il duca assegna in ricompensa il governatorato dell’isola di Baratteria a Sancho Panza, il quale, però, preferisce restare con Don Chisciotte. Don Chisciotte e Sancho Panza si dirigono allora verso Barcellona, ma sulla strada di nuovo vengono raggiunti da Sansone Carrasco, questa volta nei panni del Cavaliere della Bianca Luna, determinato a riportare a casa l’amico. Lo sfida così a dire che vi è una donna più bella di Dulcinea e costei è la sua dama. I due si trovano nuovamente a duellare con la medesima clausula: il vinto si dovrà sottomettere al volere del vincitore. Simone Carrasco questa volta vince e riesce così a riportare a casa Don Chisciotte.

Una volta a casa Don Chisciotte cade preda di una forte febbre: dopo sei giorni a letto il cavaliere errante si sveglia da un sonno di sei ore invocando la propria morte e sostenendo di aver ritrovato il senno. Don Chisciotte quindi si confessa e, poco dopo, muore.




http://www.letteratura.rai.it/articoli/marco-lodoli-tra-dostoevskij-e-cervantes/83/default.aspx

LA LETTURA DI FRANCESCO GUCCINI: UNA CANZONE COME TESTO CRITICO



Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...

A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame !

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero ?

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !
(Testo di F.Gucccini, "Don Chisciotte")


PROLOGO DEL "DON CHISCIOTTE"

   Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l’ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sè.         Che potea mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non la storia d’un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, nè da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in un carcere, ove ogni disagio domina, ed ove ha propria sede ogni sorte di malinconioso rumore.    Il riposo, un luogo delizioso, l’amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinchè diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l’amore gli mette agli occhi una benda, sicchè non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici come di acutezze e graziosità.
  Io però, benchè sembri esser padre, sono patrigno di don Chisciotte, nè vo’ seguir la corrente, nè porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinchè tu perdoni o dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perché non gli appartieni come parente od amico, ed hai un’anima tua nel corpo tuo, e il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de’ suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: "sotto il mio mantello io ammazzo il re".          Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano riguardo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva, e senza timore d’essere condannato per biasimarla, o d’averne guiderdone se la celebrerai.

   Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo.
    Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell’orecchio, il gomito sul tavolino e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d’improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stavo studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m’ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.

— “Come volete voi mai, soggiuns’io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell’antico legislatore  che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant’anni in groppa, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d’invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttochè favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza?" (...)

   All’udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: "Per Bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacchè vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m’avveggo che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra.              Com’è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com’è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio". (...)

“Passiamo ora alla citazione degli autori dei quali sono provveduti gli altri libri, ed il vostro è affatto privo. Anche a ciò è facile assai rimediare, da che non avete che cercarne uno che tutti in sè li unisca dall’A alla Z, come voi dite, inserendo questo stesso alfabeto nel vostro libro. Che se apertamente se ne scopra la menzogna, per la poca necessità che avevate di valervene, ciò a nulla monta; e intanto ci sarà forse qualche sempliciotto che terrà per fermo esservene voi servito nella vostra naturale ed ingenua storia; e se altro vantaggio non ve ne dovesse venire, servirà almeno un così esteso catalogo ad aggiungere subito molta autorità al racconto. Io sono anzi di opinione, che non vi sarà chi si prenda la briga di riscontrare se ve ne siate sì o no valuto: e ciò tanto più perchè questo vostro libro non ha d’uopo di alcuna di quelle cose che voi dite mancargli; non contenendo esso che una invettiva contro i libri di cavalleria, dei quali non fece parola Aristotele, nulla scrisse mai san Basilio, e non n’ebbe Cicerone contezza alcuna. Di più: i suoi favolosi spropositi escludono l’impegno di starsene puntuali alla verità, o di farvi campeggiare l’astrologia, e meno ancora servono le misure geometriche o la confutazione degli argomenti dei quali si vale la rettorica. Non è di suo istituto neppure il far sermoni a chicchessia, frammischiando le divine colle umane cose, ciò che non lice ad intelletto cristiano. Basterà che metta a profitto la imitazione in ciò che andrà scrivendo, e quanto più l’imitazione si accosterà alla verità, tanto maggior conto ne troverà il suo scrittore. Poichè questa vostra opera non tende se non a distruggere il credito e l’impressione che nel mondo trovano i libri di cavalleria, non è mestieri d’andare accattando sentenze da’ filosofi, consigli dalla divina Scrittura, favole da’ poeti, orazioni da’ rettorici, e miracoli da’ santi; ma basta procurare che con ogni chiarezza, con parole significanti, oneste e ben collocate, si adorni il vostro ragionamento, vestendo un periodar sonoro e giocondo, dipingendo possibilmente quanto vi verrà a genio ed a voglia di esporre, e facendo intendere i vostri concetti senz’oscurità e senza intrico.
   Attendete con ogni studio a far sì che leggendo la vostra storia il maninconioso si muova a riso, s’accresca nell’allegro la giocondità, al semplice non venga la noia, dal giudizioso se ne ammiri la invenzione, non si spregi dall’uom posato, e le dia lode il prudente: in sostanza il vostro primo scopo sia quello di abbattere la macchina malfondata dei libri di cavalleria abborriti da tanti, ma celebrati dal maggior numero: che se tanto vi riuscirà di fare, non avrete conseguito poco.

Io me ne stava ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea dall’amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell’amico mio, e la mia buona ventura nell’essermi a questi tempi avvenuto in sì utile consigliere quando trovavami irresoluto e indeciso. Tu n’avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l’innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que’ dintorni; nè io voglio esagerarti il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d’incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Panza suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le grazie scudierili che s’incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.

Don Chisciotte
https://it.m.wikisource.org/wiki/Don_Chisciotte_della_Mancia/Capitolo_I

L'AVVENTURA DEI MULINI A VENTO
https://www.liberliber.it/mediateca/libri/c/cervantes/don_chisciotte_della_mancia/html/1_08.htm
Cap.  XXXII, parte II,  dal Don Chisciotte


"Ho vendicato ingiurie, ho drizzato torti, punito temerità, vinto giganti, abbattute fantasime; sono innamorato, ma non per altro se non perch’è giocoforza di esserlo ai cavalieri erranti, ed essendolo non entro nel novero degl’innamorati viziosi, ma dei platonici continenti; sono poi diretti sempre a buon fine i miei divisamenti, che l’altrui bene hanno in veduta, nè pregiudicano alcuno. Se colui che pensa in tal modo, se colui che così opera, se colui che in questo si esercita può chiamarsi balordo, lo dicano le grandezze vostre, duca e duchessa eccellenti"

Cap. LVIII, parte II, Don Chisciotte


"


Quando don Chisciotte si vide in campagna aperta, libero e sbarazzato dagli amorosi detti di Altisidora, parevagli di trovarsi nel suo centro e di sentirsi rinnovare il coraggio per proseguire le geste delle sue cavallerìe. Rivoltosi a Sancio, gli disse: — La libertà, o Sancio, è uno dei doni più preziosi dal cielo concessi agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. Io dico questo, o Sancio, perchè tu hai ben veduto co’ tuoi occhi le delizie e l’abbondanza da noi godute nel castello or ora lasciato: eppure ti assicuro che in mezzo a quei sontuosi banchetti e a quelle bevande gelate, sembravami di essere nello strettoio della fame. Io non gustava di alcuna cosa con quella soddisfazione con coi gustata l’avrei se fosse stata mia propria, mentre l’obbligo del dovere e della retribuzione ai benefizi e alle grazie ricevute sono altrettanti legami che non lasciano campeggiare l’animo libero. Beato colui cui ha dato il cielo un tozzo di pane senz’altro obbligo fuor quello di essergli grato"

mercoledì 12 ottobre 2016

TASSO

SCENE DI FOLLIA


Peter Bruegel il Vecchio, Margherita la pazza, 1561
Jheronimus Bosch, "La nave dei folli", 1494

Nel Rinascimento, per Ariosto ed Erasmo, la follia ha un duplice volto: è l’insensatezza di chi si lascia travolgere dalle fatue e ipocrite prospettive mondane, è la minaccia della bestialità che incombe sull'uomo, ma nello stesso tempo è forza demistificante, è l’autenticità vitale di chi sa smascherare la gran commedia del mondo e scegliere più difficili traguardi.
Ariosto ed Erasmo svolgono l'analisi di una dimensione culturale e hanno una visione intellettualistica del concetto di "follia".
Nell'età della Controriforma, invece, con Tasso, la follia è esperienza diretta: prende le forme dell'autopunizione, del senso di colpa, della lacerazione interiore, delle esplosioni psicotiche.
Il contrasto con l'autorità risolto da Ariosto attraverso scelte radicali e coraggiose, si sposta - nel caso di Tasso -  all'interno della coscienza: l'autorità non è confinata all'esterno dell'io, ma lo attraversa, lo penetra. Il controllo sulle coscienze esercitato dalla Chiesa controriformistica confligge con la libertà di pensiero ereditata dalla cultura umanistico-rinascimentale. E la ribellione è vissuta da Tasso come colpa. La tensione tra aspirazione alla libertà e controllo da parte dell'autorità - la cui norma viene, peraltro, introiettata - distrugge l'integrità del soggetto.


Risultati immagini per delacroix tasso in manicomio
E. Delacroix, Tasso recluso a Sant' Anna, 1830



Il poeta nella cella, malato, derelitto,
con il piede convulso gualcendo un manoscritto,
mira con occhio acceso dal fuoco del terrore
l’abisso di vertigine dove affonda il suo cuore.

Le stridule risate che empiono la prigione
allo strano e all’assurdo spingon la ragione;
l’avvolge stretto il Dubbio, e la Paura immonda,
multiforme, ridicola, soffiando lo circonda.

Quel genio rinserrato in un tugurio infame,                  
quegli urli, quelle smorfie, quei fantasmi che a sciame
turbinando in rivolta tormentano il suo udito,

quel dormiente svegliato dall’orrore del sito,
è ben questo il tuo emblema, Anima dagli oscuri
sogni, tu che il Reale soffoca fra i suoi muri!

C. Baudelaire, Sur «Le Tasse en prison» d’Eugène Delacroix


Lettera a Scipione Gonzaga
Oi me! misero me! Io aveva disegnato [1] di scrivere, oltre due poemi eroici di nobilissimo ed onestissimo argomento, quattro tragedie, de le quali aveva già formata la favola, e molte opere in prosa, e di materia bellissima e giovevolissima a la vita de gli uomini; e d’accoppiare con la filosofia l’eloquenza in guisa che [2] rimanesse di me eterna memoria nel mondo: e m’aveva proposto un fine di gloria e d’onore altissimo. Ma ora, oppresso dal peso di tante sciagure, ho messo in abbandono ogni pensiero di gloria e d’onore; ed assai felice d’esser mi parrebbe se senza sospetto potessi trarmi la sete da la quale continuamente son travagliato, e se, com’uno di questi uomini ordinari [3], potessi in qualche povero albergo menar la mia vita in libertà; se non sano, che più non posso essere, almeno non così angosciosamente infermo; se non onorato, almeno non abbominato [4]; se non con le leggi de gli uomini, con quelle de’ bruti almeno, che ne’ fiumi e ne’ fonti liberamente spengono la sete, de la quale (e mi giova il replicarlo) tutto sono acceso. Né già tanto temo la grandezza del male, quanto la continuazione c’orribilmente dinanzi al pensiero mi s’appresenta: massimamente conoscendo ch’in tale stato non sono atto né a lo scrivere né a l’operare. E ’l timor di continua prigionia molto accresce la mia mestizia; e l’accresce l’indegnità che mi conviene usare; e lo squallore de la barba e de le chiome e de gli abiti, e la sordidezza e ’l succidume [5] fieramente m’annoiano; e sovra tutto m’affligge la solitudine, mia crudele e natural nimica, da la quale anco nel mio buono stato era talvolta così molestato, che in ore intempestive m’andava cercando o andava ritrovando compagnia. E son sicuro, che se colei [6] che così poco a la mia amorevolezza ha corrisposto, in tale stato ed in tale afflizione mi vedesse, avrebbe alcuna compassione di me.
(...)
Di prigione in Sant’Anna, questo mese di maggio, l’anno 1579.


IL GIUDIZIO DI GALILEO: "Lo studietto e la tribuna"


Mi è sempre parso e pare, che questo poeta sia nelle sue invenzioni oltre tutti i termini gretto, povero e miserabile; e all'opposito, l'Ariosto magnifico, ricco e mirabile: e quando mi volgo a considerare i cavalieri con le loro azioni e avvenimenti, come anche tutte l'altre favolette di questo poema, parmi giusto d'entrare in uno studietto di qualche ometto curioso, che si sia dilettato di adornarlo di cose che abbiano, o per antichità o per rarità o per altro, del pellegrino, ma che però sieno in effetto coselline, avendovi, come saria a dire, un granchio petrificato, un camaleonte secco, una mosca e un ragno in gelatina in un pezzo d'ambra, alcuni di quei fantoccini di terra che dicono trovarsi ne i sepolcri antichi di Egitto, e così, in materia di pittura, qualche schizetto di Baccio Bandinelli o del Parmigiano, e simili altre cosette; ma all'incontro, quando entro nel Furioso, veggo aprirsi una guardaroba, una tribuna, una galleria regia, ornata di cento statue antiche de' più celebri scultori, con infinite storie intere, e le migliori, di pittori illustri, con un numero grande di vasi, di cristalli, d'agate, di lapislazari e d'altre gioie, e finalmente ripiena di cose rare, preziose, maravigliose, e di tutta eccellenza.
(Galileo Galilei, Considerazioni al Tasso, 1589-1595 ca.)


LEOPARDI VISITA IL SEPOLCRO DI TASSO  


Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro;- ma non si potrebbe anche venire dall'America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? E' pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all'aria, perché in luogo del piacere non s'ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento d'indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d'una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l'umiltà della sua sepoltura.

Ma tu non puoi avere idea d'un altro contrasto cioè di quello che prova un occhio avvezzo all'infinita magnificenza e vastità de' monumenti romani, paragonandoli alla piccolezza e nudità di questo sepolcro. Si sente una trista e fremebonda consolazione pensando che questa povertà è sufficiente ad interessar e animar la posterità, laddove i superbissimi mausolei, che Roma racchiude, si osservano con perfetta indifferenza per la persona a cui furono innalzati, della quale o non si domanda neppur il nome, o si domanda non come nome della persona ma del monumento. Vicino al sepolcro del Tasso è quello del poeta Guidi, che volle giacere prope magnos Torquati cineres, come dice l'iscrizione. Fece molto male. Non mi restò per lui nemmeno un sospiro. Appena soffrii di guardare il suo monumento temendo di soffocare le sensazioni che avevo provate alla tomba del Tasso.

Anche la strada che conduce a quel luogo prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. E' tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de' telai e d'altri tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l'immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che s'incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano che quelle degli altri; e dimostrano i costumi e il carattere di persone, la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cioè che vivono di travaglio e non d'intrigo, d'impostura e d'inganno, come la massima parte di questa popolazione. Lo spazio mi manca: t'abbraccio. Addio addio.
da Lettere 1823

TASSO
http://www.raiplay.it/video/2016/04/Il-tempo-e-la-Storia-Torquato-Tasso-e-la-Gerusalemme-liberata-Con-il-Prof-Lucio-Villari-del-04042016-9f084562-12e0-4549-9750-c8fde73d7404.html

AMINTA
La violenza nei rapporti umani: monologo del Satiro
Non sono io brutto, no, né tu mi sprezzi
Perché sì fatto io sia, ma solamente,
Perché povero sono, ahi, ché le ville
Seguon l’essempio de le gran cittadi;
E veramente il secol d’oro è questo,
Poiché sol vince l’oro, e regna l’oro.

(Atto II, scena I, vv. 776-781)

Ma, perche in van mi lagno? Usa ciascuno
Quell’armi, che gli hà date la natura
Per sua salute: il Cervo adopra il corso,
Il Leone gli artigli, et il bavoso
Cinghiale il dente: e son potenza, et armi
De la donna, Bellezza, e Leggiadria.
Io, perche non per mia salute adopro
La violenza, se mi fè Natura
Atto à far violenza, et à rapire?
(...)
Qual contrasto col corso, ò con le braccia
Potrà fare una tenera fanciulla
Contra me, sì veloce, e si possente?
Pianga, e sospiri pure, usi ogni sforzo
Di pietà, di bellezza: che, s’io posso
Questa mano ravvoglierle nel crine,
Indi non partirà, ch’io pria non tinga
L’armi mie per vendetta nel suo sangue.

(Atto II, scena I, vv, 795-820)


LA POETICA DI TASSO
DISCORSI DELL'ARTE POETICA
Non era per aventura cosí necessaria questa varieta a' tempi di Virgilio e d'Omero, essendo gli uomini di quel secolo di gusto non cosí isvogliato: però non tanto v'attesero, benché maggiore nondimeno in Virgilio che in Omero si ritrovi. Necessariissima era a' nostri tempi; e perciò dovea il Trissino co' sapori di questa varietà condire il suo poema; se voleva che da questi gusti sí delicati non fosse schivato: e se non tentò d'introdurlavi, o non conobbe il bisogno, o il disperò come impossibile. Io, per me, e necessaria nel poema eroico la stimo, e possibile a conseguire. Però che, sí come in questo mirabile magisterio di Dio, che mondo si chiama, e 'l cielo si vede sparso o distinto di tanta varietà di stelle; e discendendo poi giuso di mano in mano, l’aria e il mare pieni d'uccelli e di pesci; e la terra albergatrice di tanti animali cosí feroci come mansueti, ne la quale e ruscelli e fonti e laghi e prati e campagne e selve e monti si trovano; e qui frutti e fiori, là ghiacci e nevi, qui abitazioni e culture, là solitudini ed orrori; con tutto ciò, uno è il mondo che tante e sí diverse cose nel suo grembo rinchiode, una la forma e l'essenza sua, uno il modo, dal quale sono le sue parti con discorde concordia insieme congiunte e collegate; e non mancando nulla in lui, nulla però vi è di soverchio o di non necessario: cosí parimente giudico, che da eccellente poeta (il quale non per altro divino è detto, se non perché al supremo artefice no le sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a partecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un picciolo mondo, qui si leggano ordinanze d'eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste, qui incendi, qui prodigi; là si trovino concili celesti ed infernali, là si veggiano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità; là avvenimenti d'amore, or felici, or infelici, or lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materie contegna, una la forma e la favola sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte che l'una l'altra riguardi, l'una a l'altra corrisponda, l'una da l'altra o necessariamente o verisimilmente dependa; sí che una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini.
(Dal Discorso secondo)


Tancredi nella selva incantata (Canto XIII, 32-46)
https://it.wikisource.org/wiki/Gerusalemme_liberata/Canto_tredicesimo

mercoledì 14 settembre 2016

ARIOSTO

Punto di partenza: l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo
http://letteritaliana.weebly.com/il-duello-di-orlando-e-agricane.html

Il difficile rapporto con il potere.
http://rossa.palumbomultimedia.com/?cmd=cerca

Lettera dalla Garfagnana
Illustrissimo et excellentissimo Signore mio.
Se Vostra Excellenzia non mi aiuta a difendere l’onor de l’officio, io per me non ho la forza di farlo; ché se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubidiscano, e poi Vostra Excellenzia li assolva, o determini in modo che mostri di dar più lor ragion che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l’autorità del magistro.
Serìa meglio che s’io non ci sono idoneo, a mandare uno che fosse più al proposito (...).
Se tale ignominie si facessino a me solo, non ne farei parola, perché Vostra Excellenzia mi può trattare come suo servo; ma redundando tali incarichi più ne l’onor de l’officio, e sussequentemente a far le persone con chi ho da praticare più insolenti verso li lor governi, non mi par di tolerarlo senza dolermine a Vostra Signoria. (...)
Se appresso all’insolenzie che per tutto il paese fanno questi di Simon prete, come Vostra Excellenzia ne debbe saper qualche cosa (che già non è mancato per me di darne aviso), et al tenere di continuo banditi ne le rocche appresso a Bernardello, ancora Vostra Excellenzia vol comportare che non rendano ubidienzia al Commissario, prego quella che mandi qui uno in mio luogo che abbia miglior stomaco di me a patire queste ingiurie, ché a me non basta la pazienzia a tolerarle. (...)
Ma dove importa tanto smaccamento de l’onor mio, io vo’ gridare e farne instanzia, e pregare e suplicare Vostra Excellenzia che più presto mi chiami a Ferrara, che lasciarmi qui con vergogna: in buona grazia de la quale mi raccomando.
http://www.p4lmedia.net/pdf/lup_rossa/v1/PDF/Parte_V/OnLine_NeRossa_T_029_vol_2.pdf



Satira I
A Messer Alessandro Ariosto et a Messer Ludovico da Bagno.
Io desidero intendere da voi,
Alessandro fratel, compar mio Bagno,
s’in corte è ricordanza più di noi;

se più il signor me accusa; se compagno
per me si lieva e dice la cagione
per che, partendo gli altri, io qui rimagno;

o, tutti dotti ne la adulazione
(l’arte che più tra noi si studia e cole),
l’aiutate a biasmarme oltra ragione.

Pazzo chi al suo signor contradir vole,
se ben dicesse c’ha veduto il giorno
pieno di stelle e a mezzanotte il sole.
(...)
Ma se in altro biasmarme, almen dar laude
dovete che, volendo io rimanere,
lo dissi a viso aperto e non con fraude.

Dissi molte ragioni, e tutte vere,
de le quali per sé sola ciascuna
esser mi dovea degna di tenere.

Prima la vita, a cui poche o nessuna
cosa ho da preferir, che far più breve
non voglio che ’l ciel voglia o la Fortuna.

https://it.wikisource.org/wiki/Satire_(Ariosto)/Satira_I

Satira III (37-48)
A Messer Annibale Malagucio
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.

Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.

In casa mia mi sa meglio una rapa
ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,

che all’altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d’oro, ben mi corco.
(ParafrasiL'usignolo sta male in gabbia, ci sta meglio il cardellino e più ancora il fanello; la rondine vi muore di rabbia in un giorno.
Chi desidera l'onore nobiliare o ecclesiastico, serva pure re, duchi, cardinali o papi; io no, infatti mi curo poco dell'uno e dell'altro.
Preferisco una rapa cotta in casa mia, infilzata su uno stecco e pulita, e poi cosparsa di aceto e mosto, piuttosto che tordi, starne o cinghiali alla mensa altrui; e mi corico altrettanto bene sotto una povera coperta, come se fosse di seta o d'oro).



La critica: testi tratti da E. Raimondi, "Leggere come io l'intendo"






GIULIO FERRONI PRESENTA L'ORLANDO FURIOSO
http://www.letteratura.rai.it/articoli/giulio-ferroni-e-la-prima-edizione-dellorlando-furioso/33046/default.aspx

Ariosto e Virgilio.
L'episodio di Eurialo e Niso e quello di Cloridano e Medoro: imitazione e variazione del modello virgiliano nell'Orlando furioso.
http://online.scuola.zanichelli.it/candidisoles-files/testi/6393_Candidi-Soles_Virgilio_Testo-04.pdf

Orlando furioso
Canto XVIII
[165]

Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
     D’oscura stirpe nati in Tolomitta;
     De’ quai l’istoria, per esempio raro
     Di vero amore, è degna esser descritta.
     Cloridano e Medor si nominaro,
     Ch’alla fortuna prospera e alla afflitta
     Aveano sempre amato Dardinello,
     Ed or passato in Francia il mar con quello.
     
[166]

Cloridan, cacciator tutta sua vita,
     Di robusta persona era ed isnella:
     Medoro avea la guancia colorita
     E bianca e grata ne la età novella;
     E fra la gente a quella impresa uscita
     Non era faccia più gioconda e bella:
     Occhi avea neri, e chioma crespa d’oro:
     Angel parea di quei del sommo coro.
     
(…)
     
[168]

Volto al cornpagno, disse: — O Cloridano,
     Io non ti posso dir quanto m’incresca
     Del mio signor, che sia rimaso al piano,
     Per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca.
     Pensando come sempre mi fu umano,
     Mi par che quando ancor questa anima esca
     In onor di sua fama, io non compensi
     Né sciolga verso lui gli oblighi immensi.
     
[169]

Io voglio andar, perché non stia insepulto
     In mezzo alla campagna, a ritrovarlo:
(…)
     
[170]

Stupisce Cloridan, che tanto core,
     Tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:
     E cerca assai, perché gli porta amore,
     Di fargli quel pensiero irrito e nullo;
     Ma non gli val, perch’un sì gran dolore
     Non riceve conforto né trastullo.
     Medoro era disposto o di morire,
     O ne la tomba il suo signor coprire.
     
[171]

Veduto che nol piega e che nol muove,
     Cloridan gli risponde: — E verrò anch’io,
     Anch’io vuo’ pormi a sì lodevol pruove,
     Anch’io famosa morte amo e disio.
     Qual cosa sarà mai che più mi giove,
     S’io resto senza te, Medoro mio?
     Morir teco con l’arme è meglio molto,
     Che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. —
     
(…)
     
[183]

Quivi dei corpi l’orrida mistura,
     Che piena avea la gran campagna intorno,
     Potea far vaneggiar la fedel cura
     Dei duo compagni insino al far del giorno,
     Se non traea fuor d’una nube oscura,
     A’ prieghi di Medor, la Luna il corno.
     Medoro in ciel divotamente fisse
     Verso la Luna gli occhi, e così disse:
     
[184]

— O santa dea, che dagli antiqui nostri
     Debitamente sei detta triforme;
     Ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostri
     L’alta bellezza tua sotto più forme,
     E ne le selve, di fere e di mostri
     Vai cacciatrice seguitando l’orme;
     Mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti,
     Che vivendo imitò tuoi studi santi. —
     
[185]

La luna a quel pregar la nube aperse
     (o fosse caso o pur la tanta fede),
     Bella come fu allor ch’ella s’offerse,
     E nuda in braccio a Endimion si diede.
     Con Parigi a quel lume si scoperse
     L’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede:
     Si videro i duo colli di lontano,
     Martire a destra, e Lerì all’altra mano,
     
187

(…)     Fu il morto re sugli omeri sospeso
     Di tramendui, tra lor partendo il peso.
     
 [188]

Vanno affrettando i passi quanto ponno,
     Sotto l’amata soma che gl’ingombra.
     E già venìa chi de la luce è donno
     Le stelle a tor del ciel, di terra l’ombra;
     Quando Zerbino, a cui del petto il sonno
     L’alta virtude, ove è bisogno, sgombra,
     Cacciato avendo tutta notte i Mori,
     Al campo si traea nei primi albori.
     
[189]

E seco alquanti cavallieri avea,
     Che videro da lunge i dui compagni.
     Ciascuno a quella parte si traea,
     Sperandovi trovar prede e guadagni.
     — Frate, bisogna (Cloridan dicea)
     Gittar la soma, e dare opra ai calcagni;
     Che sarebbe pensier non troppo accorto,
     Perder duo vivi per salvar un morto. —
     
[190]

E gittò il carco, perché si pensava
     Che ’l suo Medoro il simil far dovesse:
     Ma quel meschin, che ’l suo signor più amava,
     Sopra le spalle sue tutto lo resse.
     L’altro con molta fretta se n’andava,
     Come l’amico a paro o dietro avesse:
     Se sapea di lasciarlo a quella sorte,
     Mille aspettate avria, non ch’una morte.
     
(…)
     
[192]

Era a quel tempo ivi una selva antica,
     D’ombrose piante spessa e di virgulti,
     Che, come labirinto, entro s’intrica
     Di stretti calli e sol da bestie culti.
     Speran d’averla i duo pagan sì amica,
     Ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti.
     Ma chi del canto mio piglia diletto,
     Un’altra volta ad ascoltarlo aspetto.

Canto XIX
2
(…)     Ma torniamo a Medor fedele e grato,
     Che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.

 [3]
Cercando già nel più intricato calle
     Il giovine infelice di salvarsi;
     Ma il grave peso ch’avea su le spalle,
     Gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
     Non conosce il paese, e la via falle,
     E torna fra le spine a invilupparsi.
     Lungi da lui tratto al sicuro s’era
     L’altro, ch’avea la spalla più leggiera.

 [4]
Cloridan s’è ridutto ove non sente
     Di chi segue lo strepito e il rumore:
     Ma quando da Medor si vede assente,
     Gli pare aver lasciato a dietro il core.
     — Deh, come fui (dicea) sì negligente,
     Deh, come fui sì di me stesso fuore,
     Che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
     Né sappia quando o dove io ti lasciassi! —

 [5]
Così dicendo, ne la torta via
     De l’intricata selva si ricaccia;
     Ed onde era venuto si ravvia,
     E torna di sua morte in su la traccia.
     Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
     E la nimica voce che minaccia:
     All’ ultimo ode il suo Medoro, e vede
     Che tra molti a cavallo è solo a piede.

 [6]
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
     Zerbin commanda e grida che sia preso.
     L’infelice s’aggira com’un torno,
     E quanto può si tien da lor difeso,
     Or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
     Né si discosta mai dal caro peso.
     L’ha riposato al fin su l’erba, quando
     Regger nol puote, e gli va intorno errando:

 (…)

 [8]
Cloridan, che non sa come l’aiuti,
     E ch’esser vuole a morir seco ancora,
     Ma non ch’in morte prima il viver muti,
     Che via non truovi ove più d’un ne mora;
     Mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,
     E nascoso con quel sì ben lavora,
     Che fora ad uno Scotto le cervella,
     E senza vita il fa cader di sella.

 [9]
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
     Ond’era uscito il calamo omicida.
     Intanto un altro il Saracin ne manda,
     Perché ’l secondo a lato al primo uccida;
     Che mentre in fretta a questo e a quel domanda
     Chi tirato abbia l’arco, e forte grida,
     Lo strale arriva e gli passa la gola,
     E gli taglia pel mezzo la parola.

 [10]
Or Zerbin, ch’era il capitano loro,
     Non poté a questo aver più pazienza.
     Con ira e con furor venne a Medoro,
     Dicendo: — Ne farai tu penitenza. —
     Stese la mano in quella chioma d’oro,
     E strascinollo a sé con violenza:
     Ma come gli occhi a quel bel volto mise,
     Gli ne venne pietade, e non l’uccise.

 [11]
Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,
     E disse: — Cavallier, per lo tuo Dio,
     Non esser sì crudel, che tu mi nieghi
     Ch’io sepelisca il corpo del re mio.
     Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,
     Né pensi che di vita abbi disio:
     Ho tanta di mia vita, e non più, cura,
     Quanta ch’al mio signor dia sepultura.

 [12]
(…)
     E sì commosso già Zerbino avea,
     Che d’amor tutto e di pietade ardea.

 [13]
In questo mezzo un cavallier villano,
     Avendo al suo signor poco rispetto,
     Ferì con una lancia sopra mano
     Al supplicante il delicato petto.
     Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;
     Tanto più, che del colpo il giovinetto
     Vide cader sì sbigottito e smorto,
     Che ’n tutto giudicò che fosse morto.

 [14]
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
     Che disse: — Invendicato già non fia! —
     E pien di mal talento si rivolse
     Al cavallier che fe’ l’impresa ria:
     Ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
     Dinanzi in un momento, e fuggì via.
     Cloridan, che Medor vede per terra,
     Salta del bosco a discoperta guerra.

 [15]
E getta l’arco, e tutto pien di rabbia
     Tra gli nimici il ferro intorno gira,
     Più per morir, che per pensier ch’egli abbia
     Di far vendetta che pareggi l’ira.
     Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
     Fra tante spade, e al fin venir si mira;
     E tolto che si sente ogni potere,
     Si lascia a canto al suo Medor cadere.


[16]
Seguon gli Scotti ove la guida loro
     Per l’alta selva alto disdegno mena,
     Poi che lasciato ha l’uno e l’altro Moro,
     L’un morto in tutto, e l’altro vivo a pena.
     Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
     Spicciando il sangue da sì larga vena,
     Che di sua vita al fin saria venuto,
     Se non sopravenia chi gli diè aiuto.




RONCONI: LA FOLLIA DI ORLANDO



ERASMO DA ROTTERDAM, ELOGIO DELLA FOLLIA 

28 – Se qualcuno riuscisse a strappare a un attore la maschera e a rivelarne le vere sembianze al pubblico non guasterebbe, forse, l’intero spettacolo? Meriterebbe di essere preso per pazzo e cacciato via dal palco a sassate. La scena, infatti, cambierebbe completamente aspetto: chi vestiva i panni della donna è un uomo, chi del giovane è un vecchio, al posto del re c’è solo un mascalzone e un uomo qualsiasi dietro la maschera del sommo Giove.
Anche la vita dell’uomo è una commedia. Ognuno ha la sua parte in cui veste i panni di qualcuno che non è lui. (…) Sì, tutto è finzione, anche nella grande commedia umana.
E se la passa male chi non si adegua alle circostanze, non si cura delle tendenze del mercato (…), insomma, chi non sta alle regole del gioco. Il vero saggio si adegua di buon grado al comportamento altrui, magari anche solo per cortesia e fa cose che per sua scelta non riterrebbe di fare. Non è pazzia questa?
(…) Si provino a contrariarmi se affermo che questo significa semplicemente recitare la propria parte nella commedia della vita!

29 – La differenza tra un pazzo e una saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli Stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia e Seneca, lo stoico per eccellenza, sostiene che il saggio è alieno dalle passioni. Con questa sua affermazione egli snatura l’uomo e lo trasforma in una sorta di divinità che l’uomo non è mai stato e non sarà mai. O, per usare un’espressione più semplice, fa di lui una statua di marmo, ottusa, priva di ogni umano sentire. Nessuno gli impedisce di pensarla in questo modo. Si goda, dunque, i suoi mostri di saggezza e si ritiri a vivere con loro nella città di Platone, nel regno delle idee (…). Chiunque fuggirebbe terrorizzato davanti a un uomo simile, come si fugge davanti a un mostro o a un fantasma. Nessun sentimento naturale può muoverlo a compassione; non sa cosa siano le passioni, l’amore, la pietà.

34 - Perciò i più lontani dalla felicità sono tra i mortali quelli che aspirano alla sapienza, doppiamente stolti perché, dimentichi della loro condizione di uomini, si atteggiano a Dèi immortali e, a somiglianza dei giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi di ordigni costruiti dalla loro perizia; i meno infelici, invece, sembrano quelli che restano più vicini all'istinto e alla stupidità dei bruti, né tentano mai di oltrepassare le capacità dell'uomo. Proverò anche a dimostrarlo, e non con gli entimèmi degli stoici, ma con qualche esempio alla portata di tutti. Per gli Dèi immortali, vi è forse al mondo qualcosa di più felice di quella specie di uomini chiamati volgarmente scimuniti, stolti, fatui, sciocchi? Appellativi, a mio parere, onorevolissimi. Dirò anzi una cosa che, se a prima vista può sembrare una sciocchezza ed un'assurdità, in fondo è di una verità indiscutibile.
Loro, innanzitutto, non hanno paura della morte, male, per Giove, non trascurabile. Non li tormentano rimorsi di coscienza; non li turbano le storie degli spiriti dei defunti; non hanno paura delle apparizioni; non si crucciano per il timore di mali incombenti; non entrano in ansia nella speranza di beni futuri. Insomma, non sono in balìa dei mille affanni a cui è esposta la nostra vita. Ignorano la vergogna, il timore, l'ambizione, l'invidia, l'amore. Infine, chi più si avvicina alla stupidità dei bruti - ne sono garanti i teologi - è anche immune dal peccato.
Ed ora, mio sciocchissimo saggio, vorrei che tu mi esternassi tutti gli affanni che notte e giorno tormentano il tuo animo e facessi un bel mucchio di tutti i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi mali ho risparmiato ai miei folli. Aggiungi che, non solo vivono in perpetua letizia, scherzando, canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli altri, dovunque vadano, motivi di piacere, scherzo, divertimento e riso, come se la benevolenza divina proprio a questo li avesse votati: a rallegrare la tristezza della vita umana. Perciò, mentre gli uomini provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i loro simili, nei confronti di questi pazzi nutrono senza eccezione sentimenti amichevoli: li vanno a cercare, li nutrono, li stringono in una sorta di caldo abbraccio e, all'occorrenza, li soccorrono, non tenendo in nessun conto quanto possono dire o fare. Nessuno desidera fargli del male. Persino le bestie feroci li risparmiano, istintivamente consapevoli della loro innocenza. Infatti sono davvero sacri agli Dèi, e a me in particolare. Perciò, a buon diritto, sono da tutti onorati. 

66 – E per finire vorrei tornare ancora un momento a san Paolo. Facendo riferimento a se stesso egli afferma: "prendetemi tra voi come un pazzo, io non parlo secondo Dio, ma come se fossi un folle, siamo folli per volontà di Cristo". Ecco che un autore del suo rango elogia apertamente la pazzia! Non solo, egli la definisce un bene necessario e assolutamente indispensabile: chi fra di voi crede di essere saggio diventi stolto. Solo così acquisterà la vera salvezza.(…).
Cristo detesta i saggi che si affidano totalmente al loro ingegno. San Paolo lo dimostra con evidenza quando afferma: "ciò che agli occhi del mondo è pazzia, l’ha voluto Dio; e Dio ha voluto salvare il mondo con la pazzia" e non con la saggezza.
E Cristo ringrazia il Padre per aver celato ai sapienti il mistero della salvezza, rivelandolo, invece ai fanciulli (in lingua originale la parola è νήπιοι , “infanti”, cioè “senza parola”, “sprovveduti”, in opposizione a σοφοί “sapienti”: è, dunque, lo stesso che dire agli stolti). (…).
Persino tra gli animali Egli preferisce quelli che più si discostano dalla furbizia della volpe. (…) Lo Spirito Santo scese sottoforma di colomba, non di aquila o di sparviero. (….). Coloro che seguiranno Gesù nell’eternità sono chiamati “pecorelle”. Ebbene, ditemi se c’è un animale più stupido della pecora! (…). Cristo non si vergogna (…), si compiace addirittura di farsi chiamare“l’agnello di Dio”.
Ma tutto questo che cosa significa, se non che gli uomini, tutti quanti, anche i più pii,  sono dei folli? Cristo stesso, benché avesse in sé la sapienza del Padre, per venire incontro alla stoltezza degli uomini assunse la natura umana e si fece uomo, e, dunque, a sua volta folle. Allo stesso modo egli assunse su di sé il peccato per redimere il peccato degli uomini. Egli salvò l’umanità con la follia della croce. (…).
Dio, creatore del mondo, proibisce ad Adamo di assaggiare i frutti dell’albero della scienza, come se la scienza fosse un veleno per l’umanità. San Paolo ribadisce che il sapere rende superbi, perciò è dannoso. (…).
Ma la prova più convincente ci è fornita dalle parole che Cristo pronuncia sulla croce, quando prega per i suoi nemici: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Essi trovano giustificazione nell’ignoranza.

68 – (…) Colui che ama profondamente non vive più per sé, ma per l’amato. E quanto più si allontana da sé per darsi all’altro, tanto più grande è la sua gioia. (…). Quanto più forte è l’amore, tanto più grande e beata è la pazzia.


I. CALVINO, LA SFIDA AL LABIRINTO

Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alle loro difficoltà: ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.
(I. Calvino, La sfida al labirinto, in "Il Menabò", 5, 1962; poi in Una pietra sopra. Discorsi di lettertura e società, 1980)