La scuola di Atene

La scuola di Atene

mercoledì 17 gennaio 2018

FRANZ KAFKA

Gli scritti di Kafka sono percorsi da un'atmosfera allucinata, segnata dall'incubo e dall'assenza di significato: l'uomo è schiacciato da meccanismi misteriosi e da logiche arbitrarie. 


La punizione, la repressione, il senso di colpa diventano condizione assoluta dell'individuo, sopraffatto da un senso di sofferenza e di oppressione:
è questa l'insensatezza della vita nella società moderna.

DAVANTI ALLA LEGGE (1914)
https://seieditrice.com/trame-e-temi/files/2011/06/TT_NBreve_Kafka.pdf


Dal nome dell'autore deriva il termine "kafkiano", un neologismo della lingua italiana che indica una situazione paradossale, e in genere angosciante, che viene accettata come normale, implicando l'impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico quanto su quello psicologico. 
Ne è un esempio la metamorfosi di Gregor Samsa in insetto: il personaggio non è tanto preoccupato della perdita delle sue fattezze umane, quanto dall'ansia di fare tardi al lavoro e dalla vergogna di presentarsi con il suo aspetto raccapricciante ai genitori.

L'assurdo irrompe nella quotidianità e diventa un dato di fatto con cui Gregor convive.
L'insetto che conserva sentimenti e facoltà umane sembra un'eredità dell'antica favola di Esopo e Fedro e apparentemente fa riferimento alle allegorie animali, tipiche del genere favolistico.
Tuttavia l'allegorismo kafkiano è molto particolare: non comunica un messaggio o una tesi precisa e razionale, come faceva l'allegoria tradizionale, ma esprime un bisogno di significato che, però, resta senza risposta.

Cfr.: IL RISVEGLIO DI GREGOR SAMSA
https://novecentoinrete.files.wordpress.com/2011/03/la-metamorfosi-franz-kafka.pdf

GREGOR AGGREDITO DAL PADRE (pp.24-25)
http://www.webbati.altervista.org/materiali/metamorfosi.pdf


IL "PERTURBANTE" FREUDIANO
Con tale definizione Freud indica i fenomeni che procurano, per il modo in cui si manifestano, un'indefinibile sensazione di angoscia, turbamento e inquietudine.

Secondo il padre della psicanalisi, nelle favole - che sono il regno della fantasia - non sono perturbanti molte fatti che risulterebbero tali nella vita reale. Le anime dell'Inferno di Dante o le apparizioni soprannaturali nell'Amleto, nel Macbeth  o nel Giulio Cesare di Shakespare, possono essere tetre e terrificanti, ma non per questo sono più inquietanti del mondo degli dei omerici. (...)
Noi conformiamo il nostri giudizio alla realtà fantastica impostaci dallo scrittore e consideriamo anime, spiriti e fantasmi come se la loro esistenza fosse altrettanto valida quanto la nostra propria esistenza materiale. (...)
La situazione si trasforma non appena lo scrittore finge di trasferirsi nel mondo della realtà corrente.
(cfr. S. Freud, Psicoanalisi dell'arte e della letteratura)
L'inquietudine generata dal perturbante, quindi, ci coglie quando in un contesto noto, naturale, familiare, si inserisce un elemento estraneo, non riconoscibile.
Kafka descrive una realtà per certi aspetti ordinaria, riconoscibile, nella quale, tuttavia, innesta l'elemento di disturbo, l'incongruo che vanifica ogni sforzo volto a controllarlo, che fa emergere l'atavica paura umana dell'impotenza, dell'impossibilità di gestire gli eventi imponderabili della vita.
L'inspiegabile ci pone di fronte al baratro del nostro inconscio.



La critica del Novecento ha coniato la formula di "allegorismo vuoto": come ogni autore allegorico, Kafka rappresenta una vicenda per "dire altro", ma questo "altro" resta indecifrabile e dunque indicibile. Il significato è fuggito dalla vita e ne resta solo l'esigenza.
Alla base di questa visione dell'esistenza ci sono radici psicologiche (il complesso rapporto di Kafka con il padre), culturali (il senso di esclusione legato alle origini ebraiche di Kafka, l'obbedienza mistica a una Legge inaccessibile alla ragione moderna), professionali (la sua attività di impiegato di inserisce in un'atmosfera di spersonalizzazione, frustrazione e anonimato molto diffusa nel Decadentismo).
Walter Benjamin conia l'espressione "allegoria vuota", apprezzando l'arte di Kafka come il punto massimo di espressione dell'insensatezza dell'esistenza umana, della frattura tra le parole e le cose, della scissione dei significati rispetto a parametri di valori universali.
György Lukács, invece, valuta negativamente i procedimenti allegorici kafkiani, perché nella rinuncia a rivelare un significato, e dunque, nell' "allegoria vuota"ci sarebbe una resa all'insignificanza e alla crisi.



BIOGRAFIA
http://www.raiscuola.rai.it/articoli/franz-kafka-la-vita/6962/default.aspx


LETTERA AL PADRE
Scritta nel 1919 e mai consegnata al destinatario, Lettera al padre ripercorre la storia di un rapporto assolutamente squilibrato tra un padre troppo forte e un figlio troppo debole. Una lotta impari. Da una parte c'è una figura che incarna l'autorità assoluta, distante e brutale, dall'altra un figlio pieno di paure, che desidera con tutto se stesso l'affetto del padre, ma che non ha il coraggio di conquistarselo. Così, in pagine di forte impatto emotivo, Kafka confessa la sua natura di figlio incompreso, insicuro e inadeguato, schiacciato dalla personalità di un uomo che ha l'aspetto enigmatico del tiranno. Uno spietato atto d'accusa, e insieme l'accorato appello di chi non può rinunciare alla speranza di una riconciliazione.
http://online.scuola.zanichelli.it/candidisoles-files/percorsi/6393_Candidi-Soles_Terenzio_Percorso.pdf

giovedì 11 gennaio 2018

Pascoli e D'Annunzio

GIOVANNI PASCOLI

Il fanciullino (1907) - Una poetica decadente
È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia; noi ingrossiamo e arrugginiamo la voce, ed egli fa sentire tuttavia e sempre il suo tinnulo squillo come di campanello. (…)
Ma è veramente in tutti il fanciullo musico? (…)
In alcuni non pare che egli sia; alcuni non credono che sia in loro; e forse è apparenza e credenza falsa. Forse gli uomini aspettano da lui chi sa quali mirabili dimostrazioni e operazioni; e perché non le vedono, o in altri o in sé, giudicano che egli non ci sia. Ma i segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogna o sembra sognare, ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l'ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. Egli è quello che nella morte degli esseri amati esce a dire quel particolare puerile che ci fa sciogliere in lacrime, e ci salva . Egli è quello che nella gioia pazza pronunzia, senza pensarci, la parola grave che ci frena. Egli rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore, perché accarezza esso come sorella (oh! Il bisbiglio dei due fanciulli tra un bramire di belve) , accarezza e consola la bambina che è nella donna. Egli nell'interno dell'uomo serio sta ad ascoltare, ammirando, le fiabe e le leggende, e in quello dell'uomo pacifico fa echeggiare stridule fanfare di trombette e di pive, e in un cantuccio dell'anima di chi più non crede, vapora d'incenso l'altarino che il bimbo ha ancora conservato da allora. Egli ci fa perdere il tempo, quando noi andiamo per i fatti nostri, ché ora vuol vedere la cinciallegra che canta, ora vuol cogliere il fiore che odora, ora vuol toccare la selce che riluce.
E ciarla intanto, senza chetarsi mai; e, senza lui, non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l'Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente. Egli scopre nelle cose le somiglianze e relazioni più ingegnose. Egli adatta il nome della cosa più grande alla più piccola, e al contrario. E a ciò lo spinge meglio stupore che ignoranza, e curiosità meglio che loquacità: Impicciolisce per poter vedere, ingrandisce per poter ammirare. Né il suo linguaggio è imperfetto come di chi non dica la cosa se non a mezzo, ma prodigo anzi, come di chi due pensieri dia per una parola. E a ogni modo dà un segno, un suono, un colore, a cui riconoscere sempre ciò che vide una volta.
C'è dunque chi non ha sentito mai nulla di tutto questo? Forse il fanciullo tace in voi, professore, perché voi avete troppo cipiglio, e voi non lo udite, o banchiere, tra il vostro invisibile e assiduo conteggio. Fa il broncio in te, o contadino, che zappi e vanghi, e non ti puoi fermare a guardare un poco; dorme coi pugni chiusi in te, operaio, che devi stare chiuso tutto il giorno nell'officina piena di fracasso e senza sole.
Ma in tutti è, voglio credere. (…)
Bene! Tu hai cantato e detto: hai cantato strofe e detto verità. E mi viene in mente che oltre codeste verità, diremo così, usuali, di cui io ti sono testimone, ci sia sotto il tuo dire una verità più riposta e meno comune, a cui però la coscienza di tutti risponda con subito assenso.Quale? Questa: che la poesia, in quanto è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale. E tu non hai mica ragionato, per rivelare a me il tuo fine. Tu hai detto quel che vedi e senti. E dicendo questo, hai forse espresso quale è il fine proprio della poesia. Ora tocca a me ragionarci sopra, Chi ben consideri, comprende che è il sentimento poetico il quale fa pago il pastore della sua capanna, il borghesuccio del suo appartamentino ammobigliato sia pur senza buon gusto ma con molta pazienza e diligenza; e vai dicendo. (…)
Or dunque intenso il sentimento poetico è di chi trova la poesia in ciò che lo circonda, e in ciò che altri soglia spregiare, non di chi non la trova lì e deve fare sforzi per cercarla altrove. E sommamente benefico è tale sentimento, che pone un soave e leggiero freno all'instancabile desiderio, il quale ci fa perpetuamente correre con infelice ansia per la via della felicità. Oh! chi sapesse rafforzarlo in quelli che l'hanno, fermarlo in quelli che sono per perderlo, insinuarlo in quelli che ne mancano, non farebbe per la vita umana opera più utile di qualunque più ingegnoso trovatore di comodità e medicine? E non so dire quanto la comunione degli uomini ne sarebbe avvantaggiata; specialmente in questi tempi in cui la corsa verso l'impossibile felicità è con tanto fulmineo disprezzo in chi va avanti, con tanta disperata invidia in chi resta addietro. Già in altri tempi vide un Poeta (io non sono degno nemmeno di pronunziare il tuo santo nome, o Parthenias!), vide rotolare per il vano circolo della passione le quadriglie vertiginose; e quei tempi erano simili a questi, e balenava all'orizzonte la conflagrazione del mondo in una guerra di tutti contro tutti e d'ognuno contro ognuno; e quel Poeta sentì che sopra le fiere e i mostri aveva ancor più potere la cetra di Orfeo che la clava d'Ercole. E fece poesia, senza pensare ad altro, senza darsi arie di consigliatore, di ammonitore, di profeta del buono e del mal augurio: cantò, per cantare. E io non so misurare qual fosse l'effetto del suo canto; ma grande fu certo, se dura sino ad oggidì, vibrando con dolcezza nelle nostre anime irrequiete.
O rimatori di frasi tribunizie, o verseggiatori di teoriche sociali, che escludete dall'ora presente ogni poesia che non sia la vostra, vale a dire, escludete la POESIA, ditemi: era o non era al suo posto, nel secolo d'Augusto, il cantore delle Georgiche? Sì, non è vero? Egli insegnava ad amare la vita in cui non fosse lo spettacolo né doloroso della miseria né invidioso della ricchezza: egli voleva abolire la lotta tra le classi e la guerra tra i popoli. Che volete voi, o poeti socialisti, che dite cose tanto diverse e le dite tanto diversamente da lui?

La grande Proletaria si è mossa (26.11.1911): dal lirismo soggettivo all'impegno nazionalista
Cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sè, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene in cinquant’anni l’Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d’Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore. A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
(…)
La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sé e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all’intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.



STORIA E VITA DI GABRIELE D'ANNUNZIO 



da Il piacere (1889)
IL RITRATTO DI ANDREA SPERELLI

Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizion familiare d’eletta cultura, d’eleganza e di arte.

A questa classe, ch’io chiamerei arcadica perchè rese appunto il suo più alto splendore nell’amabile vita del XVIII secolo, appartenevano gli Sperelli. L’urbanità, l’atticismo, l’amore delle delicatezze, la predilezione per gli studii insoliti, la curiosità estetica, la mania archeologica, la galanteria raffinata erano nella casa degli Sperelli qualità ereditarie. (…)
Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta, unico erede, proseguiva la tradizion familiare. Egli era, in verità, l’ideal tipo del giovine signore italiano del XIX secolo, il legittimo campione d’una stirpe di gentiluomini e di artisti eleganti, ultimo discendente d’una razza intelettuale.

Egli era, per così dire, tutto impregnato di arte. La sua adolescenza, nutrita di studii varii e profondi, parve prodigiosa. Egli alternò, fino a’venti anni, le lunghe letture coi lunghi viaggi in compagnia del padre e potè compiere la sua straordinaria educazione estetica sotto la cura paterna, senza restrizioni e constrizioni di pedagoghi. Dal padre a punto ebbe il gusto delle cose d’arte, il culto passionato della bellezza, il paradossale disprezzo de’ pregiudizii, l’avidità del piacere.
Questo padre, cresciuto in mezzo alli estremi splendori della corte borbonica, sapeva largamente vivere; aveva una scienza profonda della vita voluttuaria e insieme una certa inclinazione byroniana al romanticismo fantastico. Lo stesso suo matrimonio era avvenuto in circostanze quasi tragiche, dopo una furiosa passione. Quindi egli aveva turbata e travagliata in tutti i modi la pace coniugale. Finalmente s’era diviso dalla moglie ed aveva sempre tenuto seco il figliuolo, viaggiando con lui per tutta l’Europa.

L’educazione d’Andrea era dunque, per così dire, viva, cioè fatta non tanto su i libri quanto in conspetto delle realità umane. Lo spirito di lui non era soltanto corrotto dall’alta cultura ma anche dall’esperimento; e in lui la curiosità diveniva più acuta come più si allargava la conoscenza. Fin dal principio egli fu prodigo di sè; poichè la grande forza sensitiva, ond’egli era dotato, non si stancava mai di fornire tesori alle sue prodigalità. Ma l’espansion di quella sua forza era la distruzione in lui di un’altra forza, della forza morale che il padre stesso non aveva ritegno a deprimere. Ed egli non si accorgeva che la sua vita era la riduzion progressiva delle sue facoltà, delle sue speranze, del suo piacere, quasi una progressiva rinunzia; e che il circolo gli si restringeva sempre più d’intorno, inesorabilmente se ben con lentezza.

Il padre gli aveva dato, tra le altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.„

Anche, il padre ammoniva: “Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi.„

Anche, diceva: “Il rimpianto è il vano pascolo d’uno spirito disoccupato. Bisogna sopra tutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove imaginazioni.„

Ma queste massime volontarie, che per l’ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criterii morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo, cioè, la cui potenza volitiva era debolissima.

Un altro seme paterno aveva perfidamente fruttificato nell’animo di Andrea: il seme del sofisma. “Il sofisma„ diceva quell’incauto educatore “è in fondo ad ogni piacere e ad ogni dolore umano. Acuire e moltiplicare i sofismi equivale dunque ad acuire e moltiplicare il proprio piacere o il proprio dolore. Forse, la scienza della vita sta nell’oscurare la verità. La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze. I Greci, artefici della parola, sono in fatti i più squisiti goditori dell’antichità. I sofismi fioriscono in maggior numero al secolo di Pericle, al secolo gaudioso.„

Un tal seme trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio. A poco a poco, in Andrea la menzogna non tanto verso li altri quanto verso sè stesso divenne un abito così aderente alla conscienza ch’egli giunse a non poter mai essere interamente sincero e a non poter mai riprendere su sè stesso il libero dominio.

Dopo la morte immatura del padre, egli si trovò solo, a ventun anno, signore d’una fortuna considerevole, distaccato dalla madre, in balìa delle sue passioni e de’ suoi gusti. Rimase quindici mesi in Inghilterra. La madre passò in seconde nozze, con un amante antico. Ed egli venne a Roma, per predilezione.


Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fòri, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa Medici, il Campo Vaccino per la Piazza di Spagna, l’Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale. E il suo gran sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato dai Caracci, come quello Farnese; una galleria piena di Raffaelli, di Tiziani, di Domenichini, come quella Borghese; una villa, come quella d’Alessandro Albani, dove i bussi profondi, il granito rosso d’Oriente, il marmo bianco di Luni, le statue della Grecia, le pitture del Rinascimento, le memorie stesse del luogo componessero un incanto in torno a un qualche suo superbo amore. In casa della marchesa d’Ateleta sua cugina, sopra un albo di confessioni mondane, accanto alla domanda “Che vorreste voi essere?„ egli aveva scritto “Principe romano.„

IL DANDY
Il dandismo consiste in un'ostentazione di eleganza dei modi e nel vestire, caratterizzato da forme di individualismo esasperato, di ironico distacco dalla realtà e di rifiuto nei confronti della mediocrità borghese. Si diffuse in particolare durante il Decadentismo.
Col suo stile di vita, il suo atteggiamento e il suo modo di presentarsi, che va oltre la mera esibizione di eleganza nel vestiario, il dandy intende definire in modo inequivocabile i tratti che lo distinguono da una massa che disprezza e di cui rifiuta i principi egalitari.
L'eleganza è considerata fondamentale per conferire superiorità aristocratica e intellettuale alla persona e si unisce a una forma di tensione eroica, che ha come sfondo il mondo decadente della città moderna.
Se si considera il caso di Baudelaire, la figura del dandy subisce l'influenza di quella del bohémien.
Con l'affermarsi dell'Estetismo e con l'assolutizzazione del valore della bellezza, secondo i principi del Parnassianesimo (Ars gratia artis), il dandismo trova espressione nelle scelte di stile di Oscar Wilde e Gabriele D'Annunzio: esclusività, raffinatezza.

ESTETISMO
Il principio fondamentale dell'estetismo (ARTE PER ARTE) consiste nel vedere l'arte come rappresentazione di sé stessa, dotata di una vita indipendente e svincolata da ogni condizionamento etico, storico, politico. Nel momento in cui l'arte rinuncia alla fantasia per la realtà, rinuncia a sé stessa.

Il realismo è visto dagli esteti come un totale fallimento nella ricerca della bellezza, ed essi sostengono ancora che le uniche cose belle sono quelle che non riguardano valori oggettivi ma i gusti e la sensibilità estetica di una persona.

È la vita ad imitare l'arte. Uno dei principi fondamentali del credo dannunziano - espresso nel romanzo Il piacere - è: bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte.

L'estetismo presenta anche un continuo invito a godere della giovinezza fuggente, un edonismo nuovo in cui l'esaltazione del piacere è morbosamente collegata alla corruzione della decadenza: c'è un forte intreccio tra eros e thanathos. Il vitalismo edonistico è espressione della certezza di una catastrofe incombente.
Lawrence Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888

È il poeta/artista/genio che vuol trasformare la sua vita in opera d'arte, sostituendo alle leggi morali le leggi del bello e andando continuamente alla ricerca di piaceri raffinati, effimeri, impossibili per una persona comune anche attraverso l'utilizzo di alcool e droghe. L'esteta ha infatti orrore della vita comune, dei ceti inferiori, della volgarità borghese, di una società dominata dall'interesse materiale e dal profitto, e si isola in una Torre d'avorio, in una sdegnosa solitudine circondato solo da arte e bellezza.

I modelli europei sono il personaggio dannunziano di Andrea Sperelli; Dorian Gray, creato dalla fantasia di Oscar Wilde; Des Esseintes, protagonista di A rebours di Karl Huysmans.

***
da Le vergini delle rocce (1895)
IL PROGRAMMA POLITICO DEL SUPERUOMO
Il passo riportato appartiene alla prima sezione del romanzo e riporta le riflessioni del protagonista, Claudio Cantelmo, sulla società presente e sul compito delle élite aristocratiche e intellettuali, che Cantelmo vorrebbe impegnate in un comune sforzo volto ad abbattere il volgare trionfo della cultura borghese.


Non si può avere maggior
signoria che quella di sé medesimo.
LEONARDO DA VINCI

E se tu sarai solo, tu sarai
tutto tuo.
LO STESSO.

L'arroganza delle plebi non era tanto grande quanto la viltà di coloro che la tolleravano o la secondavano. Vivendo in Roma, io ero testimonio delle più ignominose violazioni e dei più osceni connubii che mai abbiano disonorato un luogo sacro. Come nel chiuso di una foresta infame, i malfattori si adunavano entro la cerchia fatale della città divina dove pareva non potesse novellamente levarsi tra gli smisurati fantasmi dell'imperio se non una qualche magnifica dominazione armata d'un pensiero più fulgido di tutte le memorie. Come un rigurgito di cloache l'onda della basse cupidigie invadeva le piazze e i trivii, sempre più putrida e più gonfia, senza che mai l'attraversasse la fiamma di un'ambizione perversa ma titanica, senza che mai vi scoppiasse almeno il lampo d'un bel delitto. La cupola solitaria nella sua lontananza transtiberina, abitata da un'anima senile ma ferma nella sua consapevolezza de' suoi scopi, era pur sempre il massimo segno, contrapposta a un'altra dimora inutilmente eccelsa dove un Re di stirpe guerriera dava esempio mirabile di pazienza adempiendo l'officio umile e stucchevole, assegnatogli per decreto fatto dalla plebe.
Una sera di settembre, su quell'acropoli quirina custodita dai Tindaridi gemelli, 

mentre una folla compatta commemorava con urli bestiali una conquista di cui non conosceva l'immensità spaventosa (Roma era terribile come un cratere, sotto una muta conflagrazione di nubi), io pensai: "Qual sogno potrebbero esaltare nel gran cuore d'un Re questi incendii del cielo latino! Tale che sotto il suo peso i cavalli giganteschi di Prassitele si piegherebbero come festuche... Ah chi saprà mai abbracciare e fecondare la Madre col suo pensiero oltrapossente? A lei sola - al suo grembo di sasso che fu nei secoli l'origliere della Morte - a lei sola è dato generar tanta vita che se ne impregni il mondo un'altra volta."
E io vedevo, nella mia imaginazione, dietro le vetrate fiammeggianti del balcone regale, una fronte pallida e contratta su cui, come su quella del Còrso,
era inciso il segno d'un destino sovrumano. [...]
Di tal colore erano i pensieri che mi suscitava l'aspetto di un luogo il qual fu - secondo il verbo di Dante - dalla stessa natura disposto all'universale imperio: ad universaliter principandum. E, mentre mi tornavano alla memoria gli argomenti danteschi a dimostrare il buon diritto della dominazione romana, occupava la cima del mio intelletto quella sentenza che nella sua forma esatta e rigida i popoli latini, se volenterosi di rinascere, dovrebbero adottare a norma dei loro istituti di vita: MAXIME NOBILI, MAXIME PRAEESSE CONVENIT; al massime nobile si conviene massime essere preposto.
E io pensava, accompagnato dal grande e tirannico spirito : “ O venerando padre di nostro eloquio, tu avevi fede nella necessità delle gerarchie e delle differenze tra gli uomini; tu credevi alla superiorità della virtù trasferita per ragione ereditaria nel sangue; fermamente credevi a una virtù di stirpe la qual potesse per gradi, d'elezione in elezione, elevar l'uomo al più alto splendore di sua bellezza morale” . (…)

Chiedevano intanto i poeti, scoraggiati e smarriti, dopo aver esausta la dovizia delle rime nell'evocare imagini d'altri tempi, nel piangere le loro illusioni morte e nel numerare i colori delle foglie caduche; chiedevano, alcuni con ironia, altri pur senza: "Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo noi esaltare in senarii doppii il suffragio universale? Dobbiamo noi affrettar con l'ansia dei decasillabi la caduta dei Re, l'avvento delle Repubbliche, l'accesso delle plebi al potere? (…)
Ma nessuno tra loro, più generoso e più ardente, si levava a rispondere: "Difendete la Bellezza! È questo il vostro unico officio. Difendete il sogno che è in voi! Poiché oggi non più i mortali tributano onore e riverenza ai cantori alunni della Musa che li predilige, come diceva Odisseo, difendetevi con tutte le armi, e pur con le beffe se queste valgano meglio delle invettive. Attendete ad inacerbire con i più acri veleni le punte del vostro scherno. Fate che i vostri sarcasmi abbiano tal virtù corrosiva che giungano sino alla midolla e la distruggano. Bollate voi sino all'osso le stupide fronti di coloro che vorrebbero mettere su ciascuna anima un marchio esatto come su un utensile sociale e fare le teste umane tutte simili come le teste dei chiodi sotto la percussione dei chiodaiuoli. Le vostre risa frenetiche salgano fino al cielo, quando udite gli stallieri della Gran Bestia vociferare nell'assemblea. Proclamate e dimostrate per la gloria dell'Intelligenza che le loro dicerie non sono men basse di quei suoni sconci con cui il villano manda fuori per la bocca il vento dal suo stomaco rimpinzato di legumi. Proclamate e dimostrate che le loro mani, a cui il vostro padre Dante darebbe l'epiteto medesimo ch'egli diede alle unghie di Taide, sono atte a raccattar lo stabbio ma non degne di levarsi per sancire una legge nell'assemblea. Difendete il Pensiero ch'essi minacciano, la Bellezza ch'essi oltraggiano! Verrà un giorno in cui essi tenteranno di ardere i libri, di spezzare le statue, di lacerare le tele. Difendete l'antica liberale opera dei vostri maestri e quella futura dei vostri discepoli, contro la rabbia degli schiavi ubriachi. Non disperate, essendo pochi. Voi possedete la suprema scienza e la suprema forza del mondo: il Verbo. Un ordine di parole può vincere d'efficacia micidiale una formula chimica. Opponete risolutamente la distruzione alla distruzione!"
E i patrizii, spogliati d'autorità in nome dell'uguaglianza, considerati come ombre d'un mondo scomparso per sempre, infedeli i più alla loro stirpe e ignari o immemori delle arti di dominio professate dai loro avi, anche chiedevano: "Qual può essere oggi il nostro officio? Dobbiamo noi ingannare il tempo e noi stessi cercando di alimentare tra le memorie appassite qualche gracile speranza, sotto le volte istoriate di sanguigna mitologia, troppo ampie pel nostro diminuito respiro? O dobbiamo noi riconoscere il gran dogma dell'Ottantanove aprire i portici dei nostri cortili all'aura popolare, coronar di lumi i nostri balconi di travertino nelle feste dello Stato, diventar soci dei banchieri ebrei, esercitar la nostra piccola parte di sovranità riempiendo la scheda del vóto coi nomi dei nostri mezzani, dei nostri sarti, dei nostri cappellai, dei nostri calzolai, dei nostri usurai e dei nostri avvocati?"
Qualcuno tra loro - mal disposto alle rinunzie pacifiche, ai tedii eleganti e alle sterili ironie - rispondeva: "Disciplinate voi stessi come i vostri cavalli da corsa, aspettando l'evento. Apprendete il metodo per affermare e afforzare la vostra persona come avete appreso quello per vincere nell'ippòdromo. Costringete con la vostra volontà alla linea retta e allo scopo fermo tutte le vostre energie, e pur le vostre passioni più tumultuose e i vostri vizii più torbidi. Siate convinti che l'essenza della persona supera in valore tutti gli attributi accessorii e che la sovranità interiore è il principal segno dell'aristòcrate. Non credete se non nella forza temprata dalla lunga disciplina. La forza è la prima legge della natura, indistruttibile, inabolibile. La disciplina è la superior virtù dell'uomo libero. Il mondo non può essere constituito se non su la forza, tanto nei secoli di civiltà quanto nelle epoche di barbarie. Se fossero distrutte da un altro diluvio deucalionico tutte le razze terrestri e sorgessero nuove generazioni dalle pietre,come nell'antica favola, gli uomini si batterebbero tra loro appena espressi dalla Terra generatrice, finché uno, il più valido, non riuscisse ad imperar su gli altri. Aspettate dunque e preparate l'evento. Per fortuna lo Stato eretto su le basi del suffragio popolare e dell'uguaglianza, cementato dalla paura, non è soltanto una costruzione ignobile ma è anche precaria. Lo Stato non deve essere se non un istituto perfettamente adatto a favorire la graduale elevazione d'una classe privilegiata verso un'ideal forma di esistenza. Su l'uguaglianza economica e politica, a cui aspira la democrazia, voi andrete dunque formando una oligarchia nuova, un nuovo reame della forza; e riuscirete in pochi, o prima o poi, a riprendere le redini per domar le moltitudini a vostro profitto. Non vi sarà troppo difficile, in vero, ricondurre il gregge all'obedienza. Le plebi restano sempre schiave, avendo un nativo bisogno di tendere i polsi ai vincoli. Esse non avranno dentro di loro giammai, fino al termine dei secoli, il sentimento della libertà. 
(G. D’Annunzio, Le vergini delle rocce)

giovedì 6 luglio 2017

Che cos'è la letteratura



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Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù.
Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.

Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.

Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.


E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. 
(David Foster Wallace)

https://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/kenyon-college-and-me/



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Il mondo, qualunque cosa noi ne pensiamo, spaventati dalla sua immensità e dalla nostra impotenza di fronte a esso, amareggiati dalla sua indifferenza alle sofferenze individuali ( di uomini, animali, e forse piante, perché chi ci dà la certezza che le piante siano esenti dalla sofferenza?), qualunque cosa noi pensiamo dei suoi spazi trapassati dalle radiazioni delle stelle, stelle intorno a cui si sono già cominciati a scoprire pianeti ( già morti? Ancora morti?), qualunque cosa pensiamo di questo smisurato teatro, per cui abbiamo sì il biglietto d’ingresso, ma con una validità ridicolmente breve, limitata dalle due date categoriche, qualunque cosa ancora noi pensassimo di questo mondo – esso è stupefacente.
Ma nella definizione “stupefacente” si cela una sorta di tranello logico. Dopotutto ci stupisce ciò che si discosta da una qualche norma nota e generalmente accettata, da una qualche ovvietà a cui siamo abituati. Ebbene, un simile mondo ovvio non esiste affatto. Il nostro stupore esiste per se stesso e non deriva da nessun paragone con alcunché.
D’accordo, nel parlare comune, che non riflette su ogni parola, tutti usiamo i termini: “mondo normale”, vita normale normale corso delle cose… Tuttavia nel linguaggio della poesia, in cui ogni parola ha un peso, non c’è più nulla di ordinario e normale. Nessuna pietra e nessuna nuvola su di essa. Nessun giorno e nessuna notte che lo segue. E soprattutto nessuna esistenza di nessuno in questo mondo.
A quanto pare i poeti avranno sempre molto da fare.
(Wislawa Szymborska)

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/02/03/wislawa-szymborska-discorso-tenuto-in-occasione-del-conferimento-del-premio-nobel/



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È evasione il mio amore per Ariosto? No, egli ci insegna come l'intelligenza viva anche, e soprattutto, di fantasia, d'ironia, d'accuratezza formale, come nessuna di questa doti sia fine a se stessa ma come possano entrare a far parte d'una concezione del mondo, possano servire a meglio valutare virtù e vizi umani. 
Tutte lezioni attuali, necessarie oggi, nell'epoca dei cervelli elettronici e dei voli spaziali. È un'energia volta verso l'avvenire, ne sono sicuro, non verso il passato, quella che muove Orlando, Angelica, Bradamante, Astolfo ...
(Italo Calvino, "Tre correnti del romanzo italiano d'oggi" in "Una pietra sopra")



La luna dei poeti ha qualcosa a che fare con le immagini lattiginose e bucherellate che i razzi trasmettono? Forse non ancora; ma il fatto che siamo obbligati a ripensare la luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in un modo nuovo tante cose (...).
Chi ama la luna davvero non si contenta di contemplarla come un'immagine convenzionale, vuole entrare in un rapporto più stretto con lei, vuole vedere di più nella luna, vuole che la luna dica di più. Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza e insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua  di Leopardi, gran poeta lunare ...
(Italo Calvino, "Il rapporto con la luna" in "Una pietra sopra")


Qualcuno mi potrà obiettare che più l'opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s'allontana da quell'unicum che è il "self" di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. 
Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d'esperienze, d'informazioni, di letture, d'immaginazioni?
Ogni vita è un'enciclopedia, una biblioteca, un inventario d'oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili. 
Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un'altra: magari fosse possibile un'opera concepita al di fuori del "self", un'opera che ci permettesse d'uscire dalla prospettiva limitata d'un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l'uccello che si posa sulla grondaia, l'albero in primavera e l'albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica...
Non era forse questo il punto d'arrivo cui tendeva Ovidio
nel raccontare la continuità delle forme, il punto d'arrivo cui tendeva Lucrezio nell'identificarsi con la natura comune a tutte le cose?
(Italo Calvino, Molteplicità, in Lezioni americane)







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Su, piccolo giovane poeta, questa è la sera adatta, mi sembra; è primavera, siamo al crepuscolo, il cielo anche è propizio per via di quelle nubi lunghissime, avanti dunque, se sei capace, parla”.

“Ecco… per esempio – cominciò il Poeta balbettando – ecco.. vedi quella finestra illuminata, lassù, quasi in cima al casamento?”
“Quella finestra, dici?”
“Ma si,  perché? Forse che non va bene?”
“È inaudito ragazzo mio! Tu parli proprio di quella finestra al nono piano se l’ho contato giusto, l’unica accesa in tutto il palazzo?”
“Si precisamente quella”.
“Ah, è incredibile! Tu, poeta, tu invitato  da noi appositamente, pagato anche: tu hai il coraggio di parlare della finestra accesa  nella notte, eccetera. (Chi ci sarà in quella stanza? Una mamma  che veglia il bambino malato? Un falsario che lavora? Un poeta che sogna?). Ma è spaventoso, capisci.
Questo è il massimo della banalità.
Non c’è studentessa di normali che non abbia già scritto tutto questo nelle pagine del diario”.
“E allora? Che significa? Proprio questo coraggio bisogna avere. La finestra accesa nella notte, esattamente, con le fantasie corrispondenti, così banali, spontanee, così facili. Dopo le studentesse, anch’io.
Solo che i loro diari appassiranno ignoti, chiusi nel fondo dei cassetti.
Mentre per me la gente si volterà, le orecchie tese, le bocche semiaperte a bere, a bere ciò che è la vita. E io volerò sopra di loro!
(Dino Buzzati, Lezione di poesia, in Esperimento di magia)



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Se una volta la letteratura era una specie di vacanza che il lettore si concedeva dalla quotidianità, oggi è invece un modo di esplorare direttamente quel che ci succede, e spesso di trovare strade che ci aiutano ad andare avanti quando ci sentiamo frenati da circostanze o fattori negativi. (...)
Scrivere o leggere significa sempre interrogare e analizzare la realtà, significa anche lottare per cambiarla dall'interno, dal pensiero, dalla coscienza di chi scrive e di chi legge. (...)
Quando uno scrittore dà il massimo di se stesso come creatore, tutto ciò che scrive sarà un'arma nel duro combattimento che sferriamo ogni giorno.

Una poesia d'amore, un racconto puramente immaginario, sono le prove più belle che non c'è dittatura né repressione che possa fermare quel legame ormai profondo che esiste tra i nostri migliori scrittori e la realtà dei loro Paesi, quella realtà che ha bisogno della bellezza come ha bisogno della verità e della giustizia. (...)
I libri sono bottiglie in mare, messaggi lanciati nella vastità dell'ignoranza e della miseria; ma capita che qualche bottiglia arrivi a destinazione, ed è allora che questi messaggi devono mostrare il loro m senso e la loro ragione d'essere.
(Julio Cortázar, "Lezioni di letteratura")



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Poesia e Utopia
DANTE A GUIDO CAVALCANTI
  
Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io
fossimo presi per incantamento
e messi in un vasel, ch’ad ogni vento
per mare andasse al voler vostro e mio;

sì che fortuna od altro tempo rio
non ci potesse dare impedimento,
anzi, vivendo sempre in un talento,
di stare insieme crescesse ’l disio.

E monna Vanna e monna Lagia poi
con quella ch’è sul numer de le trenta
con noi ponesse il buono incantatore:

e quivi ragionar sempre d’amore,
e ciascuna di lor fosse contenta,

sì come i’ credo che saremmo noi.

(Dante Alighieri, "Rime")

giovedì 11 maggio 2017

LUCREZIO, VIRGILIO, SENECA, PLINIO IL VECCHIO: I ROMANI E L'AMBIVALENZA DEL PROGRESSO

Tito Lucrezio Caro (F. Hayez)

Dagli uomini primitivi alla civiltà
Allora il genere umano nei campi era molto più duro, com’è naturale: creato dalla dura terra, poggiato all’interno su ossa più grandi e più solide , connesso attraverso le carni da validi nervi, non era facile preda del caldo e neanche del freddo, né di cibi inconsueti , né di nessuna insidia del corpo. Per molti percorsi del sole nel cielo conducevano vagabondando una vita da fiere
Poi il sole insegnò a cuocere il cibo, ammorbidendolo con il vapore della fiamma, perché vedevano nelle campagne tante cose maturare ai raggi e al calore del sole. Ogni giorno di più chi aveva più ingegno e forza d’animo, mostrava come cambiare il tenore di vita grazie al fuoco e alle nuove scoperte.
Gli uomini si vollero famosi e potenti, perché la loro fortuna durasse su fondamenti stabili, e loro potessero trascorrere una vita tranquilla da ricchi; invano perché, lottando per giungere ai sommi onori, si resero ostile il cammino dell’esistenza e l’invidia come un fulmine li colpì e li scagliò talvolta dalla cima con disonore fino al cupo Tartaro.
(Lucrezio, De rerum natura, V) 



L'IDEA DI PROGRESSO IN LUCREZIO


LO STATO DI NATURA NON È L’ETÀ DELL’ORO
Lucrezio ricostruisce attentamente il passaggio dal primitivo stato di natura – ferino e irrazionale – a quello della civiltà. Analizza con scrupolo scientifico la vita dei primi uomini, ma oscilla tra due opposte polarità: da una parte insiste sulla durezza e sulla selvatichezza della vita primitiva, dall’altra manifesta un’idealizzazione nostalgica della condizione semplice, paga dell’essenziale, legata allo stato di natura.
Un punto resta, però, fermo: la negazione assoluta di un’originaria età dell’oro. L’uomo ha conosciuto uno stato di bestialità da cui è uscito faticosamente, sotto la spinta dell’intelligenza e delle inarrestabili acquisizioni tecnico-pratiche e filosofiche.

NELLO STATO DI NATURA NON C’È LA SOCIETÀ CON LE SUE REGOLE
Più grandi e robusti di noi, i nostri antenati erano spinti dagli istinti naturali, vagavano nelle foreste, non conoscevano agricoltura e fuoco. Privi di istituzioni giuridico-sociali e ignari di ogni valore culturale, vivevano isolati e non creavano unioni stabili, ma solo accoppiamenti ferini. 

DALLA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA NASCE IL PROGRESSO
La condizione originaria implica una dura lotta per la sopravvivenza, che diviene, d’altra parte, anche la molla per l’evoluzione e le acquisizioni tecniche: gli uomini gradualmente impararono a domare la natura selvaggia e ciò rese possibile il progresso. Gli uomini, osservando i fenomeni, impararono a navigare, ad accendere il fuoco a costruire case, a coltivare la terra, a lavorare i metalli. Alle conquiste tecniche si aggiunsero l’invenzione del linguaggio, lo sviluppo dei vincoli sociali, l’introduzione delle leggi.

IL PROGRESSO COMPORTA EFFETTI INFAUSTI
Nella descrizione dei crescenti progressi umani, Lucrezio, tuttavia, non assume un tono trionfalistico, bensì ne smaschera gli effetti infausti. Contrappone, infatti, ai pericoli della vita primitiva, gli affanni e le violenze ben più gravi degli uomini progrediti, mossi da un’insaziabilità sconosciuta nello stato di natura.
Emerge, quindi, una duplice qualificazione della civiltà: da un lato c’è la positiva constatazione del benessere garantito dalla conoscenza e dalla tecnologia; dall’altra sono innegabili la violenza delle guerre, la degenerazione dei rapporti personali, la crescente avidità, il degrado morale del presente.

PROGRESSISMO E MORALISMO
Nel V libro del De rerum natura, Lucrezio traccia la storia dell’umanità seguendo una duplice prospettiva: secondo una visione progressiva, Lucrezio registra le graduali evoluzioni tecniche che hanno consentito agli esseri umani l’uscita da uno stato di ferinità; secondo una prospettiva moralistica, la storia umana e il progresso tecnico sono giudicati in rapporto al problema filosofico della felicità: non sempre, cioè, il progresso tecnico coincide con quello morale.

NESSUN MITO DEL PROGRESSO
In definitiva, Lucrezio accetta l’idea del progresso, ma ne respinge il mito. Il progresso è una necessità storica: se alle leggi della forza non si fossero sostituite quelle razionali del diritto, l’umanità si sarebbe estinta sotto i colpi della sua stessa violenza. Il progresso è una condizione di vita, ma non dona la felicità, al contrario, può perfino accentuare il declino morale dell’umanità, che non conosce il limite del possesso e la misura del piacere.
Il furor belluino dei primitivi è sì superato dalla ratio dei civilizzati, ma questa non riesce a tradursi anche in un arricchimento dell'esperienza morale.
La violenza dei primitivi era giustificata dal bisogno dell'indispensabile, ma la violenza dei moderni non può esserlo dalla brama del superfluo.

Bibliografia
Percorso tematico: "L'età dell'oro e il divenire storico" in G. Garbarino, Opera, Paravia
L. Canali, Lucrezio, in I cavalieri latini dell'Apocalisse, SAGGI BOMPIANI



EPICURO, LETTERA A MENECEO

Raffael 063.jpg
Epicuro, particolare della "Scuola di Atene"




















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L'IDEA DI PROGRESSO IN VIRGILIO
LA TEODICEA DEL LAVORO

Pater ipse colendi
haut facilem esse viam voluit primusque per artem
movit agros curis acuens mortalia corda
nec torpere gravi passus sua regna veterno . (…)
Tum variae venere artes Labor omnia vicit
improbus et duris urgens in rebus egestas.
(Virgilio, Georgiche, I, 121-124; 145-146)

TRADUZIONE
Lo stesso padre Giove volle che non fosse facile il mestiere dell'agricoltore , e primo fece dissodare i campi con arte aguzzando le menti dei mortali coi pensieri e non lasciò che i suoi sudditi intorpidissero in una pesante inerzia.  
Nelle Georgiche, il poema didascalico dedicato all'agricoltura e all'allevamento, Virgilio affronta il tema del lavoro, delle insidie della natura e delle difficoltà del vivere con cui l'uomo dovette misurarsi in seguito alla fine dell'età dell'oro. Virgilio interpreta l'inasprimento delle condizioni esistenziali rispetto all'età di Saturno, come una provvidenziale scelta di Giove, preoccupato che gli uomini rimanessero vittime della pigrizia dell'indolenza (torpere): si tratta della Teodicea del lavoro, teoria secondo cui il lavoro dell'uomo è frutto di giustizia divina. Si tratta di una prospettiva nuova, che inverte il tradizionale punto di vista (biblico e esiodeo) che considerava il lavoro una punizione conseguente a una violazione/trasgressione. Secondo Virgilio, Giove, subentrato a Saturno nel governo del mondo, fece decadere l'umanità dall'originaria felicità e costrinse così gli uomini, sollecitati dal bisogno, ad aguzzare l'ingegno e ad elaborare quel sapere che oggi definiremmo appunto tecnico-scientifico.
In Virgilio, dunque, manca l'idealizzazione dell'età dell'oro come età felice: in Lucrezio era il regno del bellum omnium contra omnes, tuttavia costituito da essenzialità e frugalità; per il poeta delle Georgiche l'età dell'oro non ha nulla di edenico perché è dominata dal veternus, dalla pigrizia e dall'indolenza, a causa della quale è fiaccato ogni impulso ad agire e a trasformare il mondo. Virgilio esalta le curae perché spingono l'uomo a costruire la civiltà e attribuendone l'origine a Giove stesso, il poeta coniuga il provvidenzialismo storico/religioso con la teoria laica, epicurea e lucreziana, dell'homo faber, creatore di civiltà sotto la spinta del bisogno, dell'egestas e grazie all'invenzione delle artes.


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L'IDEA DI PROGRESSO IN SENECA

Mihi certe multum auferre temporis solet contemplatio ipsa sapientiae; non aliter illam intueor obstupefactus quam ipsum interim mundum, quem saepe tamquam spectator novus video.
(Seneca, Epistole a Lucilio, VI, 64, 6)

TRADUZIONE
Senza dubbio la stessa contemplazione della sapienza abitualmente mi porta via una gran quantità di tempo: la contemplo ammirato non diversamente da come (contemplo) lo stesso universo, che spesso vedo come se fossi un nuovo spettatore.

Questo passo chiarisce la prospettiva attraverso cui sono filtrati gli interessi scientifici di Seneca: contemplazione e stupore, atteggiamenti piuttosto filosofici e non prettamente scientifici; Seneca non tende cioè a indagare le cause fisiche dei fenomeni, ma vuole, piuttosto trovare conferma nell'osservazione del cosmo - di cui, appunto, si definisce spectator novus - alla sua tesi stoica e provvidenzialistica di un logos universale (mens universi) ordinatore.

Seneca saluta il suo Lucilio
Il fatto di vivere, Lucilio mio, è un dono degli dèi immortali, il fatto di vivere bene, della filosofia, nessuno può dubitarne. Dunque, noi dovremmo avere un debito maggiore verso la filosofia che non verso gli dèi, in quanto un'esistenza virtuosa è certamente un beneficio maggiore che l'esistenza; ma sono stati gli dèi a darci proprio la filosofia: non hanno concesso a nessuno la conoscenza di essa, a tutti la possibilità. Se avessero reso anche la filosofia un bene comune e noi nascessimo saggi, la saggezza avrebbe perduto la sua straordinaria prerogativa di non essere un bene fortuito. Quello che essa ha di prezioso e di stupefacente è di non essere un dono della sorte, ma una conquista personale, qualcosa che non si chiede a un terzo. Cosa ci sarebbe da ammirare nella filosofia se derivasse da un beneficio? Il suo unico còmpito è scoprire la verità sul divino e sull'umano; da essa non si staccano mai religione, sentimento del dovere, giustizia e il corteo di tutte le altre virtù strettamente connesse tra di loro. Ci ha insegnato, la filosofia, a venerare gli dèi, ad amare gli uomini, e che il comando è nelle mani degli dèi, e che gli uomini sono uniti tra loro. Questo stato di cose fu per un certo tempo rispettato, poi l'avidità ruppe l'associazione e fece diventare povere anche quelle persone che aveva un tempo reso ricchissime: desiderando beni propri cessarono di possedere il tutto. 
Ma i primi uomini e la loro progenie seguivano con purezza la natura, trovavano nello stesso uomo la guida e la legge, affidandosi alle decisioni del migliore, poiché la natura subordina quello che è inferiore a quello che è superiore. Le greggi le guidano gli animali più grossi o più impetuosi, le mandrie non le precede un toro di scarto, ma quello che per grossezza e massa muscolare supera gli altri maschi; i branchi degli elefanti li conduce il più alto; fra gli uomini conta il migliore, non il più forte. Il capo veniva scelto per le sue qualità interiori, e perciò i popoli più fiorenti erano quelli in cui solo il migliore poteva essere il più potente: poiché può fare con sicurezza quello che vuole solo l'uomo che ritiene di potere unicamente quello che deve.
Posidonio pensa che nell'età cosiddetta aurea, il governo fosse nelle mani dei saggi. Essi tenevano a freno la violenza, difendevano il più debole dai più forti, facevano opera di persuasione e di dissuasione, indicavano ciò che era utile o inutile; la loro preveggenza faceva in modo che non mancasse niente al popolo, la loro forza teneva lontani i pericoli, la loro liberalità arricchiva e dava benessere ai sudditi. Comandare era un dovere, non una tirannide. Nessuno sperimentava il proprio potere contro chi gli aveva permesso di averlo, nessuno era incline o motivato a commettere ingiustizie, poiché i sudditi obbedivano con sollecitudine al sovrano che comandava rettamente e la minaccia più grave del re a chi disobbediva era di rinunciare al potere. Ma quando, per l'insinuarsi dei vizi, il regnare si tramutò in dispotismo, nacque la necessità delle leggi: e anch'esse all'inizio furono i saggi a presentarle. Solone, che diede ad Atene solide fondamenta di giustizia, fu uno dei sette famosi sapienti: Licurgo, se fosse vissuto nella stessa epoca, sarebbe stato inserito in quella sacra congrega come ottavo. Si elogiano i codici di Zaleuco e di Caronda; costoro il diritto non lo impararono nel foro o nell'atrio degli avvocati, ma le leggi che avrebbero dato alla Sicilia allora fiorente e, attraverso l'Italia meridionale, alla Grecia, le appresero nel sacro e tacito ritiro di Pitagora.
Fin qui sono d'accordo con Posidonio: non condivido, invece, che la filosofia abbia inventato le arti di uso quotidiano, e non le attribuirei la gloria dei mestieri artigianali. "La filosofia," egli afferma, "insegnò a costruire case agli uomini dispersi qua e là e che trovavano riparo o in capanne, o in qualche caverna, o nel cavo di un albero." Secondo me la filosofia non ha escogitato questi congegni di tetti che sorgono sui tetti, di città che incalzano le città, come non ha escogitato i vivai ittici, creati per risparmiare alla gola il rischio delle tempeste e per offrire alla mollezza, quando il mare impazzisce furioso, cale tranquille in cui ingrassare diverse qualità di pesci. Che dici? La filosofia ha insegnato agli uomini ad avere chiavi e serrature? Non era dar via libera all'avidità? La filosofia avrebbe innalzato dei tetti che sovrastano così pericolosamente chi vi abita? Non bastava proteggersi con ripari fortuiti, trovarsi un rifugio naturale che non richiedesse tecnica o fatica. Credimi, era felice quell'epoca senza architetti, né decoratori. Tagliare le assi in modo regolare, segare le travi con mano sicura secondo le linee tracciate, questo è nato col nascere del lusso; i primi uomini, infatti, spaccavano con cunei il legno che si fendeva con facilità. Non costruivano dimore con stanze destinate ai banchetti, pini e abeti non venivano trasportati in lunghe file di carri, facendo tremare le strade, per trasformarli in soffitti carichi d'oro sospesi sulle loro teste. Puntelli dai due lati sostenevano la capanna; rami secchi stipati, fronde ammassate disposte con opportuna inclinazione assicuravano il defluire delle piogge anche torrenziali. Sotto questi tetti abitavano al sicuro: un tetto di paglia riparava gente libera; oggi sotto i marmi e l'oro abitano dei servi.
Su un altro punto ancora dissento da Posidonio: egli pensa che gli strumenti artigianali sono stati inventati dai filosofi; allo stesso modo potrebbe tranquillamente dire che i saggi allora escogitarono il modo di catturare le fiere con i lacci, di ingannarle con il vischio e di circondare con i cani le grandi balze selvose.
Tutte queste scoperte le fece la sagacia, non la saggezza umana. Anche su questo non sono d'accordo: le miniere di ferro e di rame non le hanno trovate i saggi quando la terra bruciata dall'incendio delle foreste aveva riversato fuse le vene di metalli giacenti in superficie: sono cose che le trova chi se ne occupa. E neppure mi sembra tanto acuto, come a Posidonio, il problema se l'uso del martello fu anteriore a quello delle tenaglie. Li inventò entrambi qualcuno dalla mente brillante e acuta, non nobile ed elevata, e fu così per qualsiasi altra cosa che va cercata col corpo curvo e concentrandosi sulla terra. Il saggio condusse sempre una vita semplice. E perché no? Anche di questi tempi desidera essere il più libero possibile. Ma via, come può essere che ammiri Diogene e Dedalo insieme? Chi di loro ti sembra saggio? L'inventore della sega o il filosofo che, dopo aver visto un bambino bere l'acqua nel cavo della mano, tirò fuori il bicchiere dalla bisaccia e lo ruppe immediatamente rivolgendo a se stesso questo rimprovero: "Per quanto tempo ho portato da insensato pesi inutili!", egli che dormiva rannicchiato in una botte? E oggi, chi ritieni più saggio? Chi ha trovato il modo di spruzzare a grandi altezze, attraverso condotti invisibili, essenze profumate, chi riempie i canali con un improvviso getto d'acqua o li prosciuga, e congiunge i soffitti girevoli delle sale da pranzo in modo che si susseguano immagini diverse e il tetto cambi tante volte quante sono le portate, oppure chi dimostra a sé e agli altri che la natura non ci costringe a nulla di faticoso e di difficile, che possiamo avere case senza ricorrere al marmista e al fabbro, che possiamo vestirci senza importare sete, che possiamo avere il necessario per i nostri bisogni se ci accontentiamo dei beni che la terra presenta in superficie? Se l'umanità vorrà ascoltarlo, capirà che un cuoco le è inutile quanto un soldato.
(Seneca, Epistole a Lucilio, 90)

Nell'Epistola 90, Seneca mostra di condividere l'immagine tradizionale, leggendaria, idealizzata dello stato di natura come una perduta età dell'oro, in polemica con la società progredita e corrotta. La tranquillità e la libertà originarie hanno ceduto il passo alle ansie accresciute proprio dal progresso tecnologico: la vita agiata esclude la felicità proprio perché è molto lontana dalla natura. Ai moderni disposti a bassezze vergognose per conservare ricchezze e frastornati dalle preoccupazioni per conseguirle, Seneca oppone lo stato di natura, appagato, come aurea aetas: la terra stessa, non coltivata, era fertile e generosa; non c'erano ruberie e la vita comunitaria si fondava sul riconoscimento reciproco; si disprezzavano le armi e si viveva di poco.
L'esaltazione dello stato di natura e e la polemica contro la decadenza e la corruzione moderna, si lega anche al giudizio complessivo sullo sviluppo della conoscenza. Il progresso è anche per Seneca, come per Lucrezio e Virgilio, frutto di conoscenza.
Se tuttavia molti studiosi del I sec. a.C. come Posidonio, avevano esaltato le artes e il sapere tecnico come la massima espressione delle potenzialità razionali dell'uomo, per Seneca la distanza tra artes e filosofia è netta: non si tratta di demonizzare le artes; esse non sono intrinsecamente negative, ma l'uomo, senza l'ausilio della filosofia, non ha saputo e non sa farne buon uso. Gli uomini finiscono con il convertire in danno ciò che potrebbe essere a loro vantaggio.
Dunque soltanto la conoscenza filosofica assicura un reale progresso e non va confusa con il sapere tecno-scientifico.
Le artes non sono state prodotte dalla saggezza, ma da una qualità inferiore, la sagacitas dell'ingegno, continuamente sollecitato a cercare soluzioni pratiche per semplificare la vita.
Questa svalutazione della dimensione tecnica, manuale, meccanica nasce da una constatazione: la caligo mentium ci impedisce di capire quale sia il vero bene e non sappiamo fare buon uso delle conoscenze.
La vita secondo natura è il vero appannaggio del saggio che non dà valore assoluto agli aspetti materiali della vita. Il vero progresso, dunque, per Seneca è quello spirituale e non quello tecnico.
Sul dualismo tra dimensione materiale e tensione spirituale si inserirà poi la riflessione cristiana.


PLINIO IL VECCHIO
Affine al pensiero di Seneca appare quello di Plinio il Vecchio nella Naturalis historia, opera enciclopedica in cui l'autore mostra un cauto moralismo e un atteggiamento antitecnologico. Plinio vede la natura come un organismo vivente guidato da una logica provvidenziale, secondo i principi dello stoicismo. L'uomo con le sue conoscenze può impegnarsi a migliorare le condizioni di vita, ma senza superare i limiti posti dalla natura e senza sconvolgere l'ordine e l'equilibrio dei fenomeni naturali. Ad esempio, non si possono scavare montagne per estrarne metalli preziosi che in fondo alimentano la brama di lusso e ricchezza dei ceti privilegiati e subordinano la scienza a fini individualistici ed egoistici, snaturandola. Queste posizioni nascono da moralismo, ma anche da preoccupazioni poco scientifiche e frutto di superstizione, dalla convinzione, insomma, che sia empio carpire alla natura i suoi segreti.
La riflessione, in particolare sull'avaritia compresa tra le possibili deviazioni della tecnica, potrebbe sembrare puro moralismo. Invece è coerente con la visione di fondo. Nell'ottica pliniana  - cfr. l. VII - come l’uomo è l’unico essere che nasca imperfetto (1), così è l’unico, cui sono date in sorte luxuria, ambitio, avaritia, superstitio. Nessuno ha vita più fragile e passioni più forti (nulli vita fragilior, nulli rerum omnium libido maior). Perciò gli altri animali vivono nel rispetto reciproco all’interno delle diverse specie, solo l’uomo danneggia il suo simile: homini plurima ex homine sunt mala.
Il traguardo più ambizioso per Plinio consiste nel ritornare a quel livello, cui gli altri esseri si trovano già spontaneamente: lo stato di natura, quella condizione in cui tutti gli essere sanno trovare istintivamente antidoti alle difficoltà della sopravvivenza. Il mezzo, con cui l’uomo recupera questo livello, è la tecnica, ars. Ma la tecnica può sbagliare, quando cioè contraddice alla natura.
L’uomo non sa certo da sempre: può scoprire, ma con fatica e dolore, senza la semplicità istintiva degli altri esseri. Rispetto all’animale, ha il vantaggio della comunicazione. Trasmettere le conoscenze, cioè insegnare, sostituisce l’automatismo della scoperta animale, e il docere diventa un imperativo morale per l’uomo, in vista del recupero di quella condizione naturale, in cui gli altri esseri si trovano spontaneamente. La scienza si propone in primo luogo come divulgazione del già noto: e questo è appunto il fine, che Plinio assegna alla sua compilazione
Se ne dovrebbe dedurre che quel tanto di progresso, che Plinio ammette, cioè il ritorno allo stato positivo della natura, dovrebbe essere, oltre che tecnico, morale, o meglio, il risanamento (tecnico)  dovrebbe produrre un miglioramento (morale).
Il risultato concettuale è notevole, sarebbe una novità nel mondo antico, notoriamente antitecnologico, ma anche un suggerimento per la società moderna.
1 - L'’uomo non sa nulla se non glielo insegnano, né parlare, né camminare, né mangiare: in poche parole, spontaneamente non sa far altro che piangere (l. VII, 4)