La scuola di Atene

La scuola di Atene

martedì 7 febbraio 2017

1) ILLUMINISMO. 2) ALFIERI

ILLUMINISMO

CESARE BECCARIA ( Dei delitti e delle pene, CAP. XXVIII)
Della pena di morte
Questa inutile prodigalità di supplicii, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi. Esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera?
Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre ho dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessaria o utile la distruzione del suo essere. Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.
La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di qualche cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi; ma durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo per la quale i voti della nazione siano riuniti, ben munita al di fuori e al di dentro dalla forza e dalla opinione, forse piú efficace della forza medesima, dove il comando non è che presso il vero sovrano, dove le ricchezze comprano piaceri e non autorità, io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte.
Quando la sperienza di tutt’i secoli, nei quali l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società, quando l’esempio dei cittadini romani, e vent’anni di regno dell’imperatrice Elisabetta di Moscovia, nei quali diede ai padri dei popoli quest’illustre esempio, che equivale almeno a molte conquiste comprate col sangue dei figli della patria, non persuadessero gli uomini, a cui il linguaggio della ragione è sempre sospetto ed efficace quello dell’autorità, basta consultare la natura dell’uomo per sentire la verità della mia assersione.
Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento. L’impero dell’abitudine è universale sopra ogni essere che sente, e come l’uomo parla e cammina e procacciasi i suoi bisogni col di lei aiuto, cosí l’idee morali non si stampano nella mente che per durevoli ed iterate percosse. Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti. Quell’efficace, perché spessissimo ripetuto ritorno sopra di noi medesimi, io stesso sarò ridotto a cosí lunga e misera condizione se commetterò simili misfatti, è assai piú possente che non l’idea della morte, che gli uomini veggon sempre in una oscura lontananza.
La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza, naturale all’uomo anche nelle cose piú essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere piú frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambidue questi sentimenti occupano piú l'animo degli spettatori che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue il sentimento dominante è l’ultimo perché è il solo. Il limite che fissar dovrebbe il legislatore al rigore delle pene sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplicio piú fatto per essi che per il reo.
Perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi d’intensione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti; ora non vi è alcuno che, riflettendovi, scieglier possa la totale e perpetua perdita della propria libertà per quanto avvantaggioso possa essere un delitto: dunque l’intensione della pena di schiavitù perpetua sostituita alla pena di morte ha ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato; aggiungo che ha di piú: moltissimi risguardano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo, chi per vanità, che quasi sempre accompagna l’uomo al di là dalla tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria; ma né il fanatismo né la vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, e il disperato non finisce i suoi mali, ma gli comincia. L’animo nostro resiste piú alla violenza ed agli estremi ma passeggieri dolori che al tempo ed all’incessante noia; perché egli può per dir cosí condensar tutto se stesso per un momento per respinger i primi, ma la vigorosa di lui elasticità non basta a resistere alla lunga e ripetuta azione dei secondi. Colla pena di morte ogni esempio che si dà alla nazione suppone un delitto; nella pena di schiavitù perpetua un sol delitto dà moltissimi e durevoli esempi, e se egli è importante che gli uomini veggano spesso il poter delle leggi, le pene di morte non debbono essere molto distanti fra di loro: dunque suppongono la frequenza dei delitti, dunque perché questo supplicio sia utile bisogna che non faccia su gli uomini tutta l’impressione che far dovrebbe, cioè che sia utile e non utile nel medesimo tempo. Chi dicesse che la schiavitù perpetua è dolorosa quanto la morte, e perciò egualmente crudele, io risponderò che sommando tutti i momenti infelici della schiavitù lo sarà forse anche di piú, ma questi sono stesi sopra tutta la vita, e quella esercita tutta la sua forza in un momento; ed è questo il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa piú chi la vede che chi la soffre; perché il primo considera tutta la somma dei momenti infelici, ed il secondo è dall’infelicità del momento presente distratto dalla futura. Tutti i mali s’ingrandiscono nell’immaginazione, e chi soffre trova delle risorse e delle consolazioni non conosciute e non credute dagli spettatori, che sostituiscono la propria sensibilità all’animo incallito dell’infelice.
Ecco presso a poco il ragionamento che fa un ladro o un assassino, i quali non hanno altro contrappeso per non violare le leggi che la forca o la ruota. So che lo sviluppare i sentimenti del proprio animo è un’arte che s’apprende colla educazione; ma perché un ladro non renderebbe bene i suoi principii, non per ciò essi agiscon meno. Quali sono queste leggi ch’io debbo rispettare, che lasciano un cosí grande intervallo tra me e il ricco? Egli mi nega un soldo che li cerco, e si scusa col comandarmi un travaglio che non conosce. Chi ha fatte queste leggi? Uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati visitare le squallide capanne del povero, che non hanno mai diviso un ammuffito pane fralle innocenti grida degli affamati figliuoli e le lagrime della moglie. Rompiamo questi legami fatali alla maggior parte ed utili ad alcuni pochi ed indolenti tiranni, attacchiamo l’ingiustizia nella sua sorgente. Ritornerò nel mio stato d’indipendenza naturale, vivrò libero e felice per qualche tempo coi frutti del mio coraggio e della mia industria, verrà forse il giorno del dolore e del pentimento, ma sarà breve questo tempo, ed avrò un giorno di stento per molti anni di libertà e di piaceri. Re di un piccol numero, correggerò gli errori della fortuna, e vedrò questi tiranni impallidire e palpitare alla presenza di colui che con un insultante fasto posponevano ai loro cavalli, ai loro cani. Allora la religione si affaccia alla mente dello scellerato, che abusa di tutto, e presentandogli un facile pentimento ed una quasi certezza di eterna felicità, diminuisce di molto l'orrore di quell'ultima tragedia.
Ma colui che si vede avanti agli occhi un gran numero d’anni, o anche tutto il corso della vita che passerebbe nella schiavitù e nel dolore in faccia a’ suoi concittadini, co’ quali vive libero e sociabile, schiavo di quelle leggi dalle quali era protetto, fa un utile paragone di tutto ciò coll’incertezza dell’esito de’ suoi delitti, colla brevità del tempo di cui ne goderebbe i frutti. L’esempio continuo di quelli che attualmente vede vittime della propria inavvedutezza, gli fa una impressione assai piú forte che non lo spettacolo di un supplicio che lo indurisce piú che non lo corregge.
Non è utile la pena di morte per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Se le passioni o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi moderatrici della condotta degli uomini non dovrebbono aumentare il fiero esempio, tanto piú funesto quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.Quali sono le vere e le piú utili leggi? Quei patti e quelle condizioni che tutti vorrebbero osservare e proporre, mentre tace la voce sempre ascoltata dell’interesse privato o si combina con quello del pubblico. Quali sono i sentimenti di ciascuno sulla pena di morte? Leggiamoli negli atti d’indegnazione e di disprezzo con cui ciascuno guarda il carnefice, che è pure un innocente esecutore della pubblica volontà, un buon cittadino che contribuisce al ben pubblico, lo stromento necessario alla pubblica sicurezza al di dentro, come i valorosi soldati al di fuori. Qual è dunque l’origine di questa contradizione? E perché è indelebile negli uomini questo sentimento ad onta della ragione? Perché gli uomini nel piú secreto dei loro animi, parte che piú d’ogn’altra conserva ancor la forma originale della vecchia natura, hanno sempre creduto non essere la vita propria in potestà di alcuno fuori che della necessità, che col suo scettro di ferro regge l’universo.
Che debbon pensare gli uomini nel vedere i savi magistrati e i gravi sacerdoti della giustizia, che con indifferente tranquillità fanno strascinare con lento apparato un reo alla morte, e mentre un misero spasima nelle ultime angosce, aspettando il colpo fatale, passa il giudice con insensibile freddezza, e fors’anche con segreta compiacenza della propria autorità, a gustare i comodi e i piaceri della vita? Ah!, diranno essi, queste leggi non sono che i pretesti della forza e le meditate e crudeli formalità della giustizia; non sono che un linguaggio di convenzione per immolarci con maggiore sicurezza, come vittime destinate in sacrificio, all’idolo insaziabile del dispotismo. L’assassinio, che ci vien predicato come un terribile misfatto, lo veggiamo pure senza ripugnanza e senza furore adoperato. Prevalghiamoci dell’esempio. Ci pareva la morte violenta una scena terribile nelle descrizioni che ci venivan fatte, ma lo veggiamo un affare di momento. Quanto lo sarà meno in chi, non aspettandola, ne risparmia quasi tutto ciò che ha di doloroso! Tali sono i funesti paralogismi che, se non con chiarezza, confusamente almeno, fanno gli uomini disposti a’ delitti, ne’ quali, come abbiam veduto, l’abuso della religione può piú che la religione medesima.
Se mi si opponesse l’esempio di quasi tutt’i secoli e di quasi tutte le nazioni, che hanno data pena di morte ad alcuni delitti, io risponderò che egli si annienta in faccia alla verità, contro della quale non vi ha prescrizione; che la storia degli uomini ci dà l’idea di un immenso pelago di errori, fra i quali poche e confuse, e a grandi intervalli distanti, verità soprannuotano. Gli umani sacrifici furon comuni a quasi tutte le nazioni, e chi oserà scusargli? Che alcune poche società, e per poco tempo solamente, si sieno astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini. Non è ancor giunta l’epoca fortunata, in cui la verità, come finora l’errore, appartenga al piú gran numero, e da questa legge universale non ne sono andate esenti fin ora che le sole verità che la Sapienza infinita ha voluto divider dalle altre col rivelarle.
La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori; e se la verità potesse, fra gl’infiniti ostacoli che l’allontanano da un monarca, mal grado suo, giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini, sappia che tacerà in faccia a lui la sanguinosa fama dei conquistatori e che la giusta posterità gli assegna il primo luogo fra i pacifici trofei dei Titi, degli Antonini e dei Traiani.
Felice l’umanità, se per la prima volta le si dettassero leggi, ora che veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtú, delle scienze, delle arti, padri de’ loro popoli, cittadini coronati, l’aumento dell’autorità de’ quali forma la felicità de’ sudditi perché toglie quell’intermediario dispotismo piú crudele, perché men sicuro, da cui venivano soffogati i voti sempre sinceri del popolo e sempre fausti quando posson giungere al trono! Se essi, dico, lascian sussistere le antiche leggi, ciò nasce dalla difficoltà infinita di togliere dagli errori la venerata ruggine di molti secoli, ciò è un motivo per i cittadini illuminati di desiderare con maggiore ardore il continuo accrescimento della loro autorità.

IL VALORE DELL'ISTRUZIONE E LE RIFORME SCOLASTICHE DI MARIA TERESA D'AUSTRIA
http://www.fabbriscuola.it/espandiLibro/italiano/il_narratore/volume2/pdf/crankshaw_maria_teresa.pdf

PARINI
La poetica
1) http://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-2/pdf-online/11-parini.pdf

2) http://www.p4lmedia.net/pdf/lup_rossa/v4/Parte_IX/OnLine_NeRossa_T_014_vol_4.pdf


LA COLAZIONE DEL GIOVIN SIGNORE

"Ma già il ben pettinato entrar di nuovo
Tuo damigello i’ veggo; egli a te chiede
Quale oggi piú delle bevande usate
Sorbir ti piaccia in preziosa tazza:
Indiche merci son tazze e bevande;
Scegli qual più desii. S’oggi ti giova
Porger dolci allo stomaco fomenti,
Sí che con legge il natural calore
V’arda temprato, e al digerir ti vaglia,
Scegli il brun cioccolatte, onde tributo
Ti dà il Guatimalese e il Caribbèo
C’ha di barbare penne avvolto il crine:
Ma se noiosa ipocondria t’opprime,
O troppo intorno a le vezzose membra
Adipe cresce, de’ tuoi labbri onora
La nettarea bevanda, ove abbronzato
Fuma et arde il legume a te d’Aleppo
Giunto, e da Moca, che di mille navi
Popolata mai sempre insuperbisce.
Certo fu d’uopo che dal prisco seggio
Uscisse un regno, e con ardite vele
Fra straniere procelle e novi mostri
E teme e rischi ed inumane fami
Superasse i confin, per lunga etade
Invïolati ancora; e ben fu dritto
Se Cortes e Pizzarro umano sangue
Non istimâr quel ch’oltre l’Oceàno
Scorrea le umane membra, onde tonando
E fulminando, alfin spietatamente
Balzaron giú da’ loro aviti troni
Re Messicani e generosi Incassi;
Poiché nuove cosí venner delizie,
O gemma degli eroi, al tuo palato!"
(Il Mattino, vv. 125-157)


CARLO GOLDONI: La poetica

IL MONDO E IL TEATRO

Dirò con ingenuità, che sebben non ho trascurata la lettura de' più venera­bili e celebri Autori, da' quali, come da ottimi Maestri, non possono trarsi che utilissimi documenti ed esempli: contuttociò i due libri su' quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro. Il primo mi mostra tanti e poi tanti vari carat­teri di persone, me li dipinge così al naturale, che paion fatti apposta per somministrarmi abbondantissimi argo­menti di graziose ed istruttive Commedie: mi rappresenta i segni, la forza, gli effetti di tutte le umane passioni: mi provvede di avvenimenti curiosi: m'informa de' correnti costumi: m'intruisce de' vizi e de' difetti che son più co­muni del nostro secolo e della nostra Nazione, i quali me­ritano la disapprovazione o la derisione de' Saggi; e nel tempo stesso mi addita in qualche virtuosa Persona i mezzi coi quali la Virtù a codeste corruttele resiste, ond'io da questo libro raccolgo, rivolgendolo sempre, o meditando­vi, in qualunque circostanza od azione della vita mi trovi, quanto è assolutamente necessario che si sappia da chi vuole con qualche lode esercitare questa mia professione. Il secondo poi, cioè il libro del Teatro, mentre io lo vo ma­neggiando, mi fa conoscere con quali colori si debban rappresentar sulle Scene i caratteri, le passioni, gli avvenimenti, che nel libro del Mondo si leggono; come si debba ombreggiarli per dar loro il maggiore rilievo, e quali sien quelle tinte, che più li rendon grati agli occhi dilicati degli spettatori. Imparo in somma dal Teatro a distinguere ciò ch'è più atto a far impressione sugli animi, a destar la maraviglia, o il riso, o quel tal dilettevole solletico nell'uman cuore, che nasce principalmente dal trovar nella Commedia che ascoltasi, effigiati al naturale, e posti con buon garbo nel loro punto di vista, i difetti e 'l ridicolo che trovasi in chi continuamente si pratica, in modo però che non urti troppo offendendo.
(Prefazione dell'autore alla prima raccolta delle sue Commedie, 1750)



L'Illuminismo e l'emancipazione della donna.
Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina
https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_della_donna_e_della_cittadina



LA LOCANDIERA 

Atto I, scena I
Sala di locanda.
Il Marchese di Forlipopoli ed il Conte d'Albafiorita

MARCHESE: Fra voi e me vi è qualche differenza.
CONTE: Sulla locanda tanto vale il vostro denaro, quanto vale il mio.
MARCHESE: Ma se la locandiera usa a me delle distinzioni, mi si convengono più che a voi.
CONTE: Per qual ragione?
MARCHESE: Io sono il Marchese di Forlipopoli.
CONTE: Ed io sono il Conte d'Albafiorita.
MARCHESE: Sì, Conte! Contea comprata.
CONTE: Io ho comprata la contea, quando voi avete venduto il marchesato.
MARCHESE: Oh basta: son chi sono, e mi si deve portar rispetto.
CONTE: Chi ve lo perde il rispetto? Voi siete quello, che con troppa libertà parlando...
MARCHESE: Io sono in questa locanda, perché amo la locandiera. Tutti lo sanno, e tutti devono rispettare una giovane che piace a me.
CONTE: Oh, questa è bella! Voi mi vorreste impedire ch'io amassi Mirandolina? Perché credete ch'io sia in Firenze? Perché credete ch'io sia in questa locanda?
MARCHESE: Oh bene. Voi non farete niente.
CONTE: Io no, e voi sì?
MARCHESE: Io sì, e voi no. Io son chi sono. Mirandolina ha bisogno della mia protezione.
CONTE: Mirandolina ha bisogno di denari, e non di protezione.
MARCHESE: Denari?... non ne mancano.
CONTE: Io spendo uno zecchino il giorno, signor Marchese, e la regalo continuamente.
MARCHESE: Ed io quel che fo non lo dico.
CONTE: Voi non lo dite, ma già si sa.
MARCHESE: Non si sa tutto.
CONTE: Sì! caro signor Marchese, si sa. I camerieri lo dicono. Tre paoletti il giorno.
MARCHESE: A proposito di camerieri; vi è quel cameriere che ha nome Fabrizio, mi piace poco. Parmi che la locandiera lo guardi assai di buon occhio.
CONTE: Può essere che lo voglia sposare. Non sarebbe cosa mal fatta. Sono sei mesi che è morto il di lei padre. Sola una giovane alla testa di una locanda si troverà imbrogliata. Per me, se si marita, le ho promesso trecento scudi.
MARCHESE: Se si mariterà, io sono il suo protettore, e farò io... E so io quello che farò.
CONTE: Venite qui: facciamola da buoni amici. Diamole trecento scudi per uno.
MARCHESE: Quel ch'io faccio, lo faccio segretamente, e non me ne vanto. Son chi sono. Chi è di là? (Chiama.)

CONTE: (Spiantato! Povero e superbo!). (Da sé.)

Atto I, scena IV
CAVALIERE: Perché siete venuti a simil contesa?
CONTE: Per un motivo il più ridicolo della terra.
MARCHESE: Sì, bravo! il Conte mette tutto in ridicolo.
CONTE: Il signor Marchese ama la nostra locandiera. Io l'amo ancor più di lui. Egli pretende corrispondenza, come un tributo alla sua nobiltà. Io la spero, come una ricompensa alle mie attenzioni. Pare a voi che la questione non sia ridicola?
MARCHESE: Bisogna sapere con quanto impegno io la proteggo.
CONTE: Egli la protegge, ed io spendo. (Al Cavaliere.)

CAVALIERE: In verità non si può contendere per ragione alcuna che io meriti meno. Una donna vi altera? vi scompone? Una donna? che cosa mai mi convien sentire? Una donna? Io certamente non vi è pericolo che per le donne abbia che dir con nessuno. Non le ho mai amate, non le ho mai stimate, e ho sempre creduto che sia la donna per l'uomo una infermità insopportabile.

Atto I, scena IX

MIRANDOLINA (sola)
"Uh, che mai ha detto! L'eccellentissimo signor Marchese Arsura mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà. Io non lo vorrei. Mi piace l'arrosto, e del fumo non so che farne. Se avessi sposati tutti quelli che hanno detto volermi, oh, avrei pure tanti mariti! Quanti arrivano a questa locanda, tutti di me s'innamorano, tutti mi fanno i cascamorti; e tanti e tanti mi esibiscono di sposarmi a dirittura. E questo signor Cavaliere, rustico come un orso, mi tratta sì bruscamente? Questi è il primo forestiere capitato alla mia locanda, il quale non abbia avuto piacere di trattare con me. Non dico che tutti in un salto s'abbiano a innamorare: ma disprezzarmi così? è una cosa che mi muove la bile terribilmente. É nemico delle donne? Non le può vedere? Povero pazzo! Non avrà ancora trovato quella che sappia fare. Ma la troverà. La troverà. E chi sa che non l'abbia trovata? Con questi per l'appunto mi ci metto di picca. Quei che mi corrono dietro, presto presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. A maritarmi non ci penso nemmeno; non ho bisogno di nessuno; vivo onestamente, e godo la mia libertà. Tratto con tutti, ma non m'innamoro mai di nessuno. Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati; e voglio usar tutta l'arte per vincere, abbattere e conquassare quei cuori barbari e duri che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura."  

Atto III · Scena XIII

MIRANDOLINA (sola)
"Oh meschina me! Sono nel brutto impegno! Se il Cavaliere mi arriva, sto fresca. Si è indiavolato maledettamente. Non vorrei che il diavolo lo tentasse di venir qui. Voglio chiudere questa porta. (Serra la porta da dove è venuta.) Ora principio quasi a pentirmi di quel che ho fatto. È vero che mi sono assai divertita nel farmi correr dietro a tal segno un superbo, un disprezzator delle donne; ma ora che il satiro è sulle furie, vedo in pericolo la mia riputazione e la mia vita medesima. Qui mi convien risolvere quelche cosa di grande. Son sola, non ho nessuno dal cuore che mi difenda. Non ci sarebbe altri che quel buon uomo di Fabrizio, che in tal caso mi potesse giovare. Gli prometterò di sposarlo... Ma... prometti, prometti, si stancherà di credermi... Sarebbe quasi meglio ch'io lo sposassi davvero. Finalmente con un tal matrimonio posso sperar di mettere al coperto il mio interesse e la mia reputazione, senza pregiudicare alla mia libertà. "


Scena ultima

MIRANDOLINA: Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimanti, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito...
FABRIZIO: Ma piano, signora...
MIRANDOLINA: Che piano! Che cosa c'è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano.
FABRIZIO: Vorrei che facessimo prima i nostri patti.
MIRANDOLINA: Che patti? Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese.
FABRIZIO: Vi darò la mano... ma poi...
MIRANDOLINA: Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me ti amerò sempre, sarai l'anima mia.
FABRIZIO: Tenete, cara, non posso più. (Le dà la mano.)


LA LOCANDIERA - L'AUTORE A CHI LEGGE
Fra tutte le Commedie da me sinora composte, starei per dire essere questa la più morale, la più utile, la più istruttiva. Sembrerà ciò essere un paradosso a chi soltanto vorrà fermarsi a considerare il carattere della Locandiera, e dirà anzi non aver io dipinto altrove una donna più lusinghiera, più pericolosa di questa. Ma chi rifletterà al carattere e agli avvenimenti del Cavaliere, troverà un esempio vivissimo della presunzione avvilita, ed una scuola che insegna a fuggire i pericoli, per non soccombere alle cadute.

Mirandolina fa altrui vedere come s’innamorano gli uomini. Principia a entrar in grazia del disprezzator delle donne, secondandolo nel modo suo di pensare, lodandolo in quelle cose che lo compiacciono, ed eccitandolo perfino a biasimare le donne istesse. Superata con ciò l’avversione che aveva il Cavaliere per essa, principia a usargli delle attenzioni, gli fa delle finezze studiate, mostrandosi lontana dal volerlo obbligare alla gratitudine. Lo visita, lo serve in tavola, gli parla con umiltà e con rispetto, e in lui vedendo scemare la ruvidezza, in lei s’aumenta l’ardire.

Dice delle tronche parole, avanza degli sguardi, e senza ch’ei se ne avveda, gli dà delle ferite mortali. Il pover’uomo conosce il pericolo, e lo vorrebbe fuggire, ma la femmina accorta con due lagrimette l’arresta, e con uno svenimento l’atterra, lo precipita, l’avvilisce. Pare impossibile, che in poche ore un uomo possa innamorarsi a tal segno: un uomo, aggiungasi, disprezzator delle donne, che mai ha seco loro trattato; ma appunto per questo più facilmente egli cade, perché sprezzandole senza conoscerle, e non sapendo quali sieno le arti loro, e dove fondino la speranza de’ loro trionfi, ha creduto che bastar gli dovesse a difendersi la sua avversione, ed ha offerto il petto ignudo ai colpi dell’inimico.

Io medesimo diffidava quasi a principio di vederlo innamorato ragionevolmente sul fine della Commedia, e pure, condotto dalla natura, di passo in passo, come nella Commedia si vede, mi è riuscito di darlo vinto alla fine dell’Atto secondo. Io non sapeva quasi cosa mi fare nel terzo, ma venutomi in mente, che sogliono coteste lusinghiere donne, quando vedono ne’ loro lacci gli amanti, aspramente trattarli, ho voluto dar un esempio di questa barbara crudeltà, di questo ingiurioso disprezzo con cui si burlano dei miserabili che hanno vinti, per mettere in orrore la schiavitù che si procurano gli sciagurati, e rendere odioso il carattere delle incantatrici Sirene.


La Scena dello stirare, allora quando la Locandiera si burla del Cavaliere che languisce, non muove gli animi a sdegno contro colei, che dopo averlo innamorato l’insulta? Oh bello specchio agli occhi della gioventù! Dio volesse che io medesimo cotale specchio avessi avuto per tempo, che non avrei veduto ridere del mio pianto qualche barbara Locandiera. Oh di quante Scene mi hanno provveduto le mie vicende medesime!... Ma non è il luogo questo né di vantarmi delle mie follie, né di pentirmi delle mie debolezze. Bastami che alcun mi sia grato della lezione che gli offerisco. Le donne che oneste sono, giubileranno anch’esse che si smentiscano codeste simulatrici, che disonorano il loro sesso, ed esse femmine lusinghiere arrossiranno in guardarmi, e non importa che mi dicano nell’incontrarmi: che tu sia maledetto!

LA LOCANDIERA

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L'ITALIANO DI GOLDONI
Per le commedie in italiano Goldoni fa invece riferimento non a uno specifico modello di parlato reale ma al «linguaggio più comune», ad una sorta di koinè dell’uso le cui forme sarebbero suonate familiari al pubblico socialmente e geograficamente differenziato che egli intendeva raggiungereIl sincretismo della lingua goldoniana, nella quale coesistono calchi dal veneziano, forme letterarie, screziature auliche, modi toscani, fraseggi colloquiali e frequenti francesismi, riflette la natura sperimentale di uno strumento che vorrebbe soddisfare insieme esigenze di ancoramento realistico e di generalizzazione comunicativa. Goldoni in parte “scopre” e
in parte “inventa” un italiano della conversazione quotidiana, e lo tesse con dialoghi che, se non hanno né possono avere la precisione e l’intensità del vissuto dialettale dei Rusteghi (1760) o delle Baruffe chiozzotte (1762), hanno comunque il piglio naturale del parlato, e riescono a caratterizzare la voce concreta del personaggio in rapporto alla sua psicologia, allo strato sociale, alle circostanze dell’enunciazione
cfr.: http://www.inlimine.it/ojs/index.php/in_limine/article/download/385/476



***


ALFIERI, "SALVATICO PENSATORE"
da "Vita scritta da esso"


 Io avrei in quel soggiorno di Vienna potuto facilmente conoscere e praticare il celebre poeta Metastasio, nella di cui casa ogni giorno il nostro ministro, il degnissimo conte di Canale, passava di molte ore la sera in compagnia scelta di altri pochi letterati, dove si leggeva seralmente alcuno squarcio di classici o greci, o latini, o italiani. E quell'ottimo vecchio conte di Canale, che mi affezionava, e moltissimo compativa i miei perditempi, mi propose piú volte d'introdurmivi. Ma io, oltre all'essere di natura ritrosa, era anche tutto ingolfato nel francese, e sprezzava ogni libro ed autore italiano.
Onde quell'adunanza di letterati di libri classici mi parea dover essere una fastidiosa brigata di pedanti. Si aggiunga, che io avendo veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sí servilmente lieta e adulatoria, ed io
giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa appigionata o venduta
all'autorità despotica da me sí caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi poi con le passioni naturali all'età di vent'anni e le loro conseguenze naturalissime, venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile.
Proseguii nel settembre il mio viaggio verso Praga e Dresda, dove mi trattenni da un mese; indi a Berlino, dove dimorai altrettanto. All'entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di un solo corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l'orrore per quell'infame
mestier militare, infamissima e sola base dell'autorità arbitraria, che sempre è il necessario frutto di tante migliaia di assoldati satelliti. Fui presentato al re. Non mi sentii nel vederlo alcun moto né di maraviglia né di rispetto, ma d'indegnazione bensí e di rabbia; moti che si andavano in me ogni giorno afforzando e moltiplicando alla vista di quelle tante e poi tante diverse cose che non istanno come dovrebbero stare, e che essendo false si usurpano pure la faccia e la fama di vere. Il conte di Finch, ministro del re, il quale mi presentava, mi domandò perché io, essendo pure in servizio del mio re, non avessi quel giorno indossato l'uniforme. Risposigli: "Perché in quella corte mi parea ve
ne fossero degli uniformi abbastanza". Il re mi disse quelle quattro solite parole di uso; io l'osservai profondamente, ficcandogli rispettosamente gli occhi negli occhi; e ringraziai il cielo di non mi aver fatto nascer suo schiavo. Uscii di quella universal caserma prussiana verso il mezzo novembre,
abborrendola quanto bisognava. 
(Epoca III, cap. VIII)





E il primo di tutti i rimedj contro alla tirannide,
ancorché tacito e lento, egli è pur sempre il sentirla;
e sentirla vivamente i molti non possono,
(abbenché oppressi ne siano)
là dove i pochi non osino appien disvelarla. 
(V. Alfieri, Della tirannide)
Della tirannide
Capitolo Primo – COSA SIA IL TIRANNO 


TIRANNO, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.
Divenne un tal nome, coll'andar del tempo, esecrabile; e tale necessariamente farsi dovea. Quindi ai tempi nostri, quei principi stessi che la tirannide esercitano, gravemente pure si
offendono di essere nominati tiranni.
Tra le moderne nazioni non si dà dunque il titolo di tiranno, se non se (sommessamente e tremando) a quei soli principi, che tolgono senza formalità nessuna ai lor sudditi le vite, gli averi, e l'onore. Re all'incontro, o principi, si chiamano quelli, che di codeste cose tutte potendo pure ad arbitrio loro disporre, ai sudditi non dimanco le lasciano; o non le tolgono almeno, che sotto un qualche velo di apparente giustizia. E benigni, e giusti re si estimano questi, perché, potendo essi ogni altrui cosa rapire con piena impunità, a dono si ascrive tutto ciò ch'ei non pigliano.

Capitolo Secondo – COSA SIA LA TIRANNIDE 
TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno;

ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. 

Capitolo Terzo – DELLA PAURA
I Romani liberi, popolo al quale noi non rassomigliamo in nulla, come sagaci conoscitori del cuor dell'uomo, eretto aveano un tempio alla Paura; e, creatala Dea, le assegnavano sacerdoti, e le sagrificavano vittime. Le corti nostre a me pajono una viva immagine di questo culto antico, benché per tutt'altro fine instituite. Il tempio è la reggia; il tiranno n'è l'idolo; i cortigiani ne sono i sacerdoti; la libertà nostra, e quindi gli onesti costumi, il retto pensare, la virtù, l'onor vero, e noi stessi; son queste le vittime che tutto dì vi s'immolano.
Disse il dotto Montesquieu, che base e molla della monarchia ella era l'onore. Non conoscendo io, e non credendo a codesta ideale monarchia, dico, e spero di provare che base e molla della tirannide ella è la sola paura.
E da prima, io distinguo la paura in due specie, chiaramente fra loro diverse, sì nella cagione che negli effetti; la paura dell'oppresso, e la paura dell'oppressore.
Teme l'oppresso, perché oltre quello ch'ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l'assoluta volontà e l'arbitrario capriccio dell'oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l'uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi
concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe. Eppure, al contrario, nell'uomo schiavo ed oppresso, dal continuo ed eccessivo
temere nasce vie più sempre maggiore ed estrema la circospezione, la cieca obbedienza, il rispetto e la sommissione al tiranno; e crescono a segno, che non si possono aver maggiori mai per un Dio.
Ma, teme altresì l'oppressore. E nasce in lui giustamente il timore della coscienza della propria debolezza effettiva, e in un tempo, dell'accattata sterminata sua forza ideale.
Rabbrividisce nella sua reggia il tiranno (se l'assoluta autorità non lo ha fatto stupido appieno) allorché si fa egli ad esaminare quale smisurato odio il suo smisurato potere debba necessariamente destare nel cuore di tutti. 

La conseguenza del timor del tiranno riesce affatto diversa da quella del timore del suddito; o, per meglio dire, ella è simile in un senso contrario; in quanto, né egli, né i popoli, non emendano questo loro timore come per natura e ragione il dovrebbero; i popoli, col non voler più soggiacere all'arbitrio d'un solo; i tiranni, col non voler più sovrastare a tutti per via della forza. Ed in fatti, spaventato dalla propria potenza, sempre mal sicura quando ella è eccessiva, pare che dovrebbe il tiranno renderla alquanto meno terribile altrui, se non con infrangibili limiti, almeno coll'addolcirne ai sudditi il peso.
(...)Il timore e il sospetto, indivisibili compagni d'ogni forza illegittima (e illegittimo è tutto ciò che limiti non conosce) offuscano talmente l'intelletto del tiranno anche mite per indole, che egli ne diviene per forza crudele, e pronto sempre ad offendere, e a prevenire gli effetti dell'altrui odio meritato e sentito. Egli perciò crudelissimamente suole punire ogni menomo tentativo dei sudditi contro a quella sua propria autorità ch'egli stesso conosce eccessiva; e non lo punisce allor quando eseguito sia, o intrapreso, ma quando egli suppone, o finge anche di supporre, che un tal tentativo possa solamente essere stato concepito.
La esistenza reale di queste due paure non è difficile a dimostrarsi. Di quella dei sudditi, argomentando ciascuno di noi dalla propria, non ne dubiterà certamente nessuno: della paura dei tiranni, assai ne fan fede i tanti e così diversi sgherri, che giorno e notte li servono e custodiscono. 

Alfieri, Del Principe e delle lettere, II,5



Alfieri, Rime, XVIII

Bieca, o Morte, minacci? e in atto orrenda,
l'adunca falce a me brandisci innante?
Vibrala, su: me non vedrai tremante
pregarti mai, che il gran colpo sospenda.

Nascer si, nascer chiamo aspra vicenda,

non già il morire, ond'io d'angosce tante
scevro rimango, e un solo breve istante
dè miei servi natali il fallo ammenda.

Morte a troncar l'obbrobbriosa vita

che in ceppi io traggo, io di servir non degno
che indugi omai, se il tuo indugiar m'irrita?

Sottrammi ai re, cui sol da orgoglio e regno

viltà dei più, ch'a inferocir gl'invita
e a prevenir dei pochi il tardo sdegno.


SCRIVERE PER IL TEATRO:
IDEARE, STENDERE, VERSEGGIARE
 E qui per l'intelligenza del lettore mi conviene spiegare queste mie parole di cui mi vo servendo sì spesso, ideare, stendere, e verseggiare. Questi tre respiri con cui ho sempre dato l'essere alle mie tragedie, mi hanno per lo più procurato il beneficio del tempo, così necessario a ben ponderare un componimento di quella importanza; il quale se mai nasce male, difficilmente poi si raddrizza. Ideare dunque io chiamo, il distribuire il soggetto in atti e scene, stabilire e fissare il numero dei personaggi, e in due paginucce di prosaccia farne quasi l'estratto a scena per scena di quel che diranno e faranno. Chiamo poi stendere, qualora ripigliando quel primo foglio, a norma della traccia accennata ne riempio le scene dialogizzando in prosa come viene la tragedia intera, senza rifiutar un pensiero, qualunque ei siasi, e scrivendo con impeto quanto ne posso avere, senza punto badare al come. Verseggiare finalmente chiamo non solamente il porre in versi quella prosa, ma col riposato intelletto assai tempo dopo scernere tra quelle lungaggini del primo getto i migliori pensieri, ridurli a poesia, e leggibili. Segue poi come di ogni altro componimento il dover successivamente limare, levare, mutare; ma se la tragedia non v'è nell'idearla e distenderla, non si ritrova certo mai più con le fatiche posteriori.
(Alfieri, Vita scritta da esso, Epoca IV, cap. IV)

SAUL (1782)
ATTO QUINTO 
Scena quarta 

Saul, Micol, Abner,con pochi soldati fuggitivi

ABNER
Oh re infelice! . . . Or dove,
deh! dove corri? Orribil notte è questa. 

SAUL
Ma, perché la battaglia? 

ABNER
Di repente,
il nemico ci assale: appien sconfitti 
siam noi !

SAUL
Sconfitti? E tu fellon, tu vivi? 

ABNER
Io? per salvarti vivo. Or or qui forse
Filiste inonda: il fero impeto primo
forza è schivare: aggiornerà frattanto.
Te più all'erta quassù, fra i pochi miei, 
trarrò. . . 

SAUL
Ch'io viva, ove il mio popol cade? 

MICOL
Deh! vieni . . . Oimè! cresce il fragor: s'inoltra. . .

SAUL
Gionata, . . . e i figli miei, . . . fuggono anch'essi? 
mi abbandonano? . . . 

ABNER
Oh cielo! . . . I figli tuoi, . . . 
no, non fuggiro . . . Ahi miseri! 

SAUL
T'intendo: 
morti or cadono tutti 

MICOL
Oimè! . . . I fratelli? . . . 

ABNER
Ah! più figli non hai. 
Ch'altro mi avanza? 
Tu sola omai, ma non a me, rimani.- 
Io da gran tempo in cor già tutto ho fermo: 
e giunta è l'ora.-Abner, l'estremo è questo 
de' miei comandi. Or la mia figlia scorgi 
in securtà. 

MICOL
No, padre; a te dintorno 
mi avvinghierò: contro a donzella il ferro 
non vibrerà il nemico. 

SAUL
Oh figlia! . . . Or, taci: 
non far, ch'io pianga. Vinto re non piange. 
Abner, salvala, va': ma, se pur mai 
ella cadesse infra nemiche mani, 
deh! non dir, no, che di Saulle è figlia; 
tosto di' lor, ch'ella è di David sposa; 
rispetteranla. Va'; vola 

ABNER
S'io nulla 
valgo, fia salva, il giuro; ma ad un tempo 
te pur 

MICOL
Deh! . . . padre . . . Io non ti vo', non voglio 
lasciarti. 

SAUL
Lo voglio: e ancora il re son io. 
Ma già si appressan l'armi: Abner, deh! vola: 
teco, anco a forza, s'è mestier, la traggi. 

MICOL
Padre! . . . e per sempre? . . .

ATTO QUINTO 
Scena quinta 
Saul

SAUL
Oh figli miei! . . .-Fui padre.-
Eccoti solo, o re ;non ti resta
dei tanti amici, o servi tuoi.--Sei paga,
d'inesorabil Dio terribil ira?- 
Ma, tu mi resti, o brando: all'ultim'uopo, 
fido ministro, or vieni.-Ecco già gli urli 
dell'insolente vincitor: sul ciglio 
già lor fiaccole ardenti balenarmi 
veggo, e le spade a mille . . .-Empia Filiste, 

me troverai, ma almen da re, qui . . . morto

Antigone (1783)
Antigone.

O Polinice, o da me pianto invano
Fratel finor... Passò stagion del pianto;
Tempo è d’oprar. (41-42)                                            Attivismo
(…)
Ad onta, oggi, da me, il vietato rogo,
L’esequie estreme, o la mia vita avrai. (44-45)
(…)
Degli insepolti l’inaudita legge
Creonte in Tebe promulgò. Chi ardiva
Romperla
qui; chi, se non io? (176-178)         Opposizione all'autorità e individualismo eroico 

(Antigone rivolta a Creonte)
Che nomi tu gli Dei? Tu, ch’altro Dio
Non hai, che l’util tuo: per cui se’ presto
Ad immolar e Amici, e Figli; e Fama;
Se pur n’avessi. (251-254)

sabato 3 dicembre 2016

IL SEICENTO

IL BAROCCO


AMLETO
L'intreccio della tragedia Amleto è fondato sul tema dello smarrimento e della vertiginosa caduta dell'anima nei suoi abissi più profondi.

Prima fase
La vicenda si svolge nel castello di Elsinore, nel regno di Danimarca.
Amleto, principe di Danimarca, ha scoperto che lo zio Claudio è l'assassino di suo padre. Claudio è salito al trono, sposando Gertrude, la vedova del re di Elsinore.
Ad Amleto  appare uno Spettro nelle stanze di Elsinore: è il padre che lo informa di essere stato vittima di un avvelenamento.
Lo Spettro chiede vendetta, ma vuole che Gertrude sia risparmiata. Amleto promette obbedienza e comincia a fingersi pazzo per evitare il sospetto che lui voglia attentare alla vita di Claudio.
Tutti credono che a turbargli la mente sia l'amore per Ofelia - la figlia del ciambellano di corte, Polonio - che egli in passato ha amato, ma che ora inspiegabilmente tratta con crudeltà.
La natura malinconica di Amleto gli impedisce di compiere prontamente la vendetta. Inoltre, il principe non è sicuro che il fantasma da lui visto sia davvero lo spettro del padre; egli teme che sia un'apparizione diabolica che lo vuole ingannare.
Lo spettatore è incerto: Amleto si finge pazzo oppure è davvero pazzo?

Seconda fase
Dal momento in cui vede lo spettro, Amleto si abbandona a varie stranezze: ripudia Ofelia senza motivo; dice cose apparentemente senza senso, ma che pure sono tutte indirizzate a suggestionare Claudio, a indurlo a tradirsi, a rivelare la propria colpa. Polonio nota che nonostante sia pazzia bell'e buona, pure c'è del metodo in essa.
L'arrivo di una compagnia di attori a Elsinore offre al principe la possibilità di capire se il racconto dello Spettro corrisponde alla verità. Amleto fa mettere in scena, dinanzi a Claudio, un  dramma che ripropone le circostanze del delitto.
Si tratta di un esempio di metateatro.
Claudio rivive la vicenda, non riesce a controllare le proprie emozioni e si tradisce, rivelando così la propria colpa. Allo stesso tempo anche Amleto lascia trapelare i suoi stati d'animo e fa capire allo zio di essere a conoscenza degli eventi che hanno portato alla morte del padre.
Sulla corte cala un clima di sospetto e di diffidenza.

Terza fase
Amleto tenta di convincere la madre a interrompere la sua relazione con Claudio: il principe è, infatti, doppiamente ferito: soffre per l'avvelenamento del padre e nutre sentimenti  di rabbia e sdegno per il tradimento della madre, che ha gli ha rovinato la vita sposando Claudio, l'assassino del padre.
Durante un'animata conversazione con Gertrude, Amleto, convinto che Claudio stia origliando dietro un arazzo, sguaina la spada e trafigge, invece, Polonio.
Claudio teme ormai l'aggressività di Amleto e tenta di sbarazzarsene inviandolo in missione in Inghilterra con due amici - Rosencratz e Guildenstern - che hanno avuto l'ordine di ucciderlo. Il gruppo viene, però, catturato dai pirati. Amleto si salva, gli altri muoiono. 
A corte Ofelia è disperata perché Amleto l'ha abbandonata e le ha anche ucciso il padre: la ragazza impazzisce, si getta in un lago e muore.

Quarta fase
Nel cimitero di Elsinore, durante il funerale di Ofelia Amleto si scontra con Laerte, intenzionato a vendicare la morte della sorella Ofelia e del padre Polonio, uccisi da Amleto.
Claudio li incita al duello: ha fornito a Laerte una spada avvelenata, come avvelenato è il vino con cui tutti brinderanno per celebrare il vincitore della prova d'armi.
Comincia il duello e, mentre questo si svolge, la regina chiede da bere, ma usa la coppa di vino avvelenata. I duellanti intanto si scambiano più volte i fioretti cosicché ognuno si ferisce con quello avvelenato. La prima a soccombere è la regina. Poi, dopo aver svelato la trama ordita da Claudio, muore Laerte per il veleno sulla punta del fioretto. La furia del principe si abbatte allora sul re che, trafitto da Amleto con la spada avvelenata, muore.

Amleto è in fin di vita quando l'amico Orazio gli annuncia che Fortebraccio è appena tornato vittorioso dalla Polonia, dove ha recuperato con il suo esercito, le terre perse in duello con il padre di Amleto. Amleto allora lo propone come nuovo re, gli affida il regno e muore. Fortebraccio, giunto quindi al castello, sale sul trono e dispone grandi funerali per il defunto principe.



Monologo di Amleto 
Essere, o non essere, questo è il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro un mare di affanni e, contrastandoli, porre loro fine? Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci riflettere. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga. Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressore, la contumelia dell’uomo superbo, gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi quietanza con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà e ci fa sopportare i mali che abbiamo piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti? Così la coscienza ci rende tutti codardi, e così il colore naturale della risolutezza è reso malsano dalla pallida cera del pensiero, e imprese di grande altezza e momento per questa ragione devìano dal loro corso e perdono il nome di azione. 
(W. Shakespeare, "Amleto", atto III, scena I)


LO SMARRIMENTO ESISTENZIALE
Lo strappo nel cielo di carta
La  tragedia d’Oreste in un teatrino di marionette! – venne ad annunziarmi il signor Anselmo Paleari. – Marionette automatiche, di nuova invenzione. Stasera, alle ore otto e mezzo, in via dei Prefetti, numero cinquantaquattro. Sarebbe da andarci, signor Meis”.
“La tragedia d’Oreste?”
“Già! D’après Sophocle, dice il manifestino. Ora senta un po’  che bizzarria mi viene in mente ! Se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Dica lei”.
“Non saprei”, - risposi, stringendomi ne le spalle. 
“Ma è facilissimo, signor Meis! Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo”.
“E perché?”
“Mi lasci dire. Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi si penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta”.
E  se ne andò ciabattando.
Dalle vette nuvolose delle sue astrazioni il signor Anselmo lasciava spesso precipitar così, come valanghe, i suoi pensieri. La ragione, il nesso, l’opportunità di essi rimanevano lassù, tra le nuvole, dimodoché difficilmente a chi lo ascoltava riusciva di capirci qualche cosa.
L’immagine della marionetta d’Oreste sconcertata dal buco nel cielo mi rimase tuttavia un pezzo nella mente. A un certo punto: ”Beate le marionette,” sospirai, “su le cui teste di legno il finto cielo si conserva senza strappi! Non perplessità angosciose, né ritegni, né intoppi, né ombre, né pietà: nulla! E possono attendere bravamente e prender gusto alla loro commedia e amare e tener se stesse in considerazione e in pregio, senza soffrir mai vertigini o capogiri, poiché per la loro statura e per le loro azioni quel cielo è del tutto proporzionato.

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, in Tutti i romanzi, a c.. di G: Macchia, Milano, Mondatori, 1973, cap. XII.  Prima edizione su “La Nuova Antologia”,  aprile – giugno 1904


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LA POESIA BAROCCA E MARINO
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GIAMBATTISTA MARINO, L'ADONE (l. VIII)

11
Sembra il felice e dilettoso loco 
pien d’angelica festa un Paradiso.
Spira quivi il Sospiro aure di foco,
vaneggia il Guardo e lussureggia il Riso.
Corre a baciarsi con lo Scherzo il Gioco.
Stassi il Diletto in grembo al Vezzo assiso.
Scaccia lunge il Piacer con una sferza
le gravi Cure e col Trastullo scherza.
(...)
18
Ride la terra qui, cantan gli augelli, 
danzano i fiori e suonano le fronde,
sospiran l’aure e piangono i ruscelli,
ai pianti, ai canti, ai suoni Eco risponde.
Aman le fere ancor tra gli arboscelli,
amano i pesci entro le gelid’onde,
le pietre istesse e l’ombre di quel loco
spirano spirti d’amoroso foco.

19
- A Dio, ti lascio; omai fin qui (di Giove 
disse là giunto il messaggier sagace)
per ignote contrade ed a te nove
averti scorto, o bell’Adon, mi piace.
Eccoci alfine insu’l confin, là dove
ogni guerra d’amor termina in pace.
Di quel senso gentil questa è la sede,
a cui sol di certezza ogni altro cede.

20
Ogni altro senso può ben di leggiero 
deluso esser talor da’ falsi oggetti;
questo sol no lo qual sempr’è del vero
fido ministro, e padre de’ diletti.

(...)




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LEONARDO DA VINCI
"LA SAPIENZA E' FIGLIOLA DELLA SPERIENZA"
 (Codice Forster III)

BACONE E L'UTOPIA DELLA NUOVA ATLANTIDE
http://www.loescher.it/librionline/risorse_ilpensieroplurale/download/oltremanuale/utopia/Bacone.htm
Dio ti benedica, figlio mio. Io ti darò la gemma più preziosa che possiedo: ti svelerò infatti, per amore di Dio e degli uomini, la vera organizzazione della Casa di Salomone. E per fartela conoscere, figlio mio, seguirò quest’ordine: in primo luogo ti rivelerò il fine della nostra istituzione; in secondo luogo i mezzi e gli strumenti che possediamo per i nostri lavori; in terzo luogo i diversi impieghi e funzioni assegnati a ciascuno dei nostri fratelli; in quarto luogo infine le norme e i riti che osserviamo.

«Fine della nostra istituzione è la conoscenza delle cause e dei segreti movimenti delle cose per allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo.
«I mezzi e gli strumenti sono i seguenti: abbiamo ampie caverne più o meno profonde, le più profonde nelle quali si addentrano nella terra fino a seicento cubiti. [...] Chiamiamo queste caverne “regioni inferiori” e ce ne serviamo per esperienze di coagulazione, indurimento, refrigerazione e conservazione dei corpi. Ne usiamo anche, a imitazione delle miniere naturali, per la produzione di nuovi metalli artificiali mediante la combinazione di vari materiali ivi giacenti da moltissimi anni. Ma ti stupirà molto sapere che usiamo talvolta queste caverne anche per la cura di certe malattie e per esperienze sul prolungamento della vita che facciamo su alcuni eremiti che hanno scelto di vivere laggiù. [...]
«Possediamo inoltre alte torri, la più alta delle quali misura un mezzo miglio. Alcune di esse sorgono su alte montagne cosicché, sommando l’altezza della torre con quella della montagna, si raggiunge, nella torre più alta, l’altezza di tre miglia. Chiamiamo questi posti “regioni superiori”, considerando l’aria compresa fra le regioni alte e le basse come “regione intermedia”. Ci serviamo di queste torri, in relazione alle loro diverse altezze e posizioni, per esperimenti di insolazione, di refrigerazione e di conservazione e per l’osservazione dei fenomeni atmosferici come i venti, le piogge, la neve, la grandine e i meteoriti ignei. Anche su qualcuna di queste torri vivono degli eremiti che visitiamo ogni tanto istruendoli sulle osservazioni che debbono compiere. [...]

Abbiamo anche case grandi e spaziose, dove imitiamo e riproduciamo i fenomeni meteorologici, come la neve, la grandine, la pioggia, le piogge artificiali di corpi non acquosi, i tuoni e i fulmini. In queste case sperimentiamo anche la generazione aerea di animali come le rane, le mosche e molti altri.

«Disponiamo anche di alcune stanze che chiamiamo camere di salute dove condizioniamo l’aria per renderla salubre e adatta alla cura di varie malattie e alla conservazione della salute. [...]

«Abbiamo costruito poi grandi frutteti e giardini dalle diverse colture, nei quali non guardiamo tanto alla bellezza quanto alla varietà del terreno e alla sua idoneità alla coltivazione di piante ed erbe diverse: in alcuni di essi, molto spaziosi, crescono, oltre ai vigneti, alberi e arbusti fruttiferi con i quali prepariamo diversi tipi di bevande. Qui pratichiamo una serie di esperimenti di innesti e inoculazioni, sia su piante selvatiche sia su piante da frutta, e otteniamo importanti risultati. In questi stessi frutteti e giardini facciamo nascere artificialmente piante e fiori più presto o più tardi della stagione in cui esse nascerebbero naturalmente e li facciamo fiorire e fruttificare più rapidamente del normale. Siamo in grado anche di ottenere piante molto più grandi delle normali, e i frutti di queste piante sono più grandi, più dolci e differenti di gusto, profumo, colore e forma dagli altri della specie originaria. E molti di questi frutti così trattati acquistano virtù medicinali. 

«Conosciamo anche dei sistemi per far nascere, mediante combinazioni di terreni, varie piante senza semi, per produrre nuove specie di piante diverse dalle comuni e infine per trasformare una pianta in un’altra.

«Disponiamo anche di parchi e di recinti per animali e uccelli di ogni tipo, i quali ci servono non tanto come spettacolo curioso, quanto per esperimenti di dissezione, mediante i quali gettiamo luce sugli studi intorno al corpo umano. In questo campo abbiamo raggiunto straordinari risultati, come la continuazione della vita quando diversi organi, che voi considerate vitali, sono morti e asportati, la resurrezione di corpi che all’apparenza sembrano morti e così via. Esperimentiamo anche su di essi veleni e medicinali e li sottoponiamo a cure mediche e a esperimenti chirurgici. Riusciamo a renderli artificialmente più grossi o più alti degli altri membri della loro specie, o viceversa più piccoli, arrestando il loro sviluppo. Li rendiamo più fecondi e prolifici del normale oppure sterili e infecondi. Possiamo variarne il colore, la forma, le attività. Riusciamo a fare incroci e accoppiamenti diversi che generano nuove specie e non sono infecondi come reputa l’opinione comune. Otteniamo numerose specie di serpenti, vermi, insetti e pesci da sostanze in putrefazione e alcuni di questi animali sono arrivati a essere creature perfette come gli animali e gli uccelli: provvisti di sesso e capaci di propagarsi. E nulla di tutto ciò avviene per caso giacché sappiamo in antecedenza quale specie di creatura nascerà da una determinata materia o incrocio. [...]

«Trattiamo anche le acque in modo tale da renderle nutrienti e così piacevoli che molti non usano altra bevanda. Abbiamo pane confezionato con varie specie di grano, di radici e di ghiande e perfino con carne e con pesce essiccato, con vari tipi di lieviti e condimenti in modo da renderlo al massimo grado appetitoso; alcuni di questi pani sono così nutrienti che molti vivono solo di essi senza bisogno di alcun altro cibo e raggiungono età assai avanzate. [...]

«Conosciamo anche diverse arti meccaniche a voi ignote e, con esse otteniamo prodotti come carta, tela, seta, tessuti, eleganti lavori realizzati con lucenti piume, ottime tinture e molti altri prodotti. [...]

Riusciamo a colorare la luce e a compiere ogni sorta di inganni e illusioni ottiche nelle figure, grandezze, movimenti e colori e a proiettare ogni genere di ombre. Abbiamo sistemi, a voi ancora sconosciuti, per produrre da corpi diversi una originaria sorgente di luce. Ci siamo procurati mezzi per vedere gli oggetti lontani nel cielo e nei luoghi più remoti e per fare apparire lontane cose vicine e viceversa, come costruendo distanze fittizie. Possediamo anche aiuti per la vista assai migliori delle vostre lenti e dei vostri occhiali. Abbiamo lenti e strumenti per vedere perfettamente e distintamente i corpi più minuti, come le forme e i colori di piccoli insetti o vermi, la grana o le venature nelle gemme, la composizione dell’urina e del sangue, altrimenti invisibili. [...] 

«Abbiamo costruito anche “Case dei suoni” dove facciamo esperimenti su tutti i suoni e sulla loro generazione. Conosciamo armonie a voi sconosciute di quarti di toni e di passaggi ancora minori. [...] Imitiamo e riproduciamo tutti i suoni articolati, le lettere, le voci e le note degli animali e degli uccelli. Abbiamo strumenti che, applicati all’orecchio, rafforzano l’udito, e anche diversi echi strani e artificiali che ripetono le voci varie volte come ripercuotendosi. Alcuni di questi echi respingono le voci più forti e acute; altri più profonde; mentre altri ancora le rimandano diverse nel tono e nel timbro. Possiamo infine trasmettere i suoni a distanza mediante tubi e condotti che corrono rettilinei o tortuosamente. [...]

«Abbiamo poi le “Case dei profumi” nelle quali compiamo esperimenti sul gusto e ove riusciamo (cosa molto strana a credersi) a moltiplicare gli odori. Riusciamo a imitare i profumi traendoli da misture diverse da quelle che li producono abitualmente. Possiamo imitare i sapori così perfettamente da poter ingannare il gusto di qualunque uomo. [...]

«Abbiamo inoltre officine meccaniche dove fabbrichiamo macchine e strumenti per ogni genere di movimenti: qui facciamo esperimenti per realizzare moti più veloci di quelli che voi avete realizzato sia con le vostre bocche da fuoco sia con qualunque altra vostra macchina e per realizzare il movimento e moltiplicarlo, servendoci di deboli forze, mediante ingranaggi e altri sistemi e infine per rendere questi moti più forti e potenti dei vostri. [...] 

«Imitiamo il volo degli uccelli e riusciamo entro certi limiti a librarci nell’aria. Abbiamo navi e imbarcazioni per navigare sott’acqua e per resistere alle tempeste marine, e cinture di sicurezza e congegni per reggersi a galla. Possediamo diversi strani orologi, strumenti che si muovono in modo ricorrente, e altri capaci di moto perpetuo. [...]

«Possediamo una “Casa della matematica” dove si conservano tutti gli strumenti perfettamente costruiti, necessari alla geometria e all’astronomia.

«Abbiamo infine le “Case per gli inganni dei sensi” ove compiamo ogni specie di giochi di prestigio, di false apparizioni, di illusioni, di imposture con i relativi inganni. Potrai certo capire facilmente come noi, che possediamo tante cose che, pur essendo perfettamente naturali, generano stupore, potremmo in molti casi particolari ingannare i sensi, se volessimo mascherare queste cose e farle apparire miracolose».

La Nuova Atlantide, in Scritti filosofici, a cura di P. Rossi, Torino, Utet, 1975, pp. 857-62.



GALILEO






"IL MONDO SENSIBILE"

CONTRO "IL MONDO DI CARTA"

G. Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

SECONDA GIORNATA

Simplicio
Io vi confesso che tutta questa notte sono andato ruminando le cose di ieri, e veramente trovo di molte belle nuove e gagliarde considerazioni; con tutto ciò mi sento stringer assai piú dall’autorità di tanti grandi scrittori, ed in particolare... Voi scotete la testa, signor Sagredo, e sogghignate, come se io dicessi qualche grande esorbitanza.

Sagredo
Io sogghigno solamente, ma crediatemi ch’io scoppio nel voler far forza di ritener le risa maggiori, perché mi avete fatto sovvenire di un bellissimo caso, al quale io mi trovai presente non sono molti anni, insieme con alcuni altri nobili amici miei, i quali vi potrei ancora nominare.

Salviati
Sarà ben che voi ce lo raccontiate, acciò forse il signor Simplicio non continuasse di creder d’avervi esso mosse le risa.

Sagredo
Son contento. Mi trovai un giorno in casa un medico molto stimato in Venezia, dove alcuni per loro studio, ed altri per curiosità, convenivano tal volta a veder qualche taglio di notomia per mano di uno veramente non men dotto che diligente e pratico notomista. Ed accadde quel giorno, che si andava ricercando l’origine e nascimento de i nervi, sopra di che è famosa controversia tra i medici galenisti ed i peripatetici; e mostrando il notomista come, partendosi dal cervello e passando per la nuca, il grandissimo ceppo de i nervi si andava poi distendendo per la spinale e diramandosi per tutto il corpo, e che solo un filo sottilissimo come il refe arrivava al cuore, voltosi ad un gentil uomo ch’egli conosceva per filosofo peripatetico, e per la presenza del quale egli aveva con estraordinaria diligenza scoperto e mostrato il tutto, gli domandò s’ei restava ben pago e sicuro, l’origine de i nervi venir dal cervello e non dal cuore; al quale il filosofo, doppo essere stato alquanto sopra di sé, rispose: "Voi mi avete fatto veder questa cosa talmente aperta e sensata, che quando il testo d’Aristotile non fusse in contrario, che apertamente dice, i nervi nascer dal cuore, bisognerebbe per forza confessarla per vera".

Simplicio
Signori, io voglio che voi sappiate che questa disputa dell’origine de i nervi non è miga cosí smaltita e decisa come forse alcuno si persuade.

Sagredo
Né sarà mai al sicuro, come si abbiano di simili contradittori; ma questo che voi dite non diminuisce punto la stravaganza della risposta del Peripatetico, il quale contro a cosí sensata esperienza non produsse altre esperienze o ragioni d’Aristotile, ma la sola autorità ed il puro ipse dixit.

(…)

Simplicio
Io credo, e in parte so, che non mancano al mondo de’ cervelli molto stravaganti, le vanità de’ quali non dovrebbero ridondare in pregiudizio d’Aristotile, del quale mi par che voi parliate talvolta con troppo poco rispetto; e la sola antichità, e ’l gran nome che si è acquistato nelle menti di tanti uomini segnalati, dovrebbe bastar a renderlo riguardevole appresso di tutti i letterati.

Salviati
Il fatto non cammina cosí, signor Simplicio: sono alcuni suoi seguaci troppo pusillanimi, che danno occasione, o, per dir meglio, che darebbero occasione, di stimarlo meno, quando noi volessimo applaudere alle loro leggereze. E voi, ditemi in grazia, sete cosí semplice che non intendiate che quando Aristotile fusse stato presente a sentir il dottor che lo voleva far autor del telescopio, si sarebbe molto piú alterato contro di lui che contro quelli che del dottore e delle sue interpretazioni si ridevano? Avete voi forse dubbio che quando Aristotile vedesse le novità scoperte in cielo, e’ non fusse per mutar opinione e per emendar i suoi libri e per accostarsi alle piú sensate dottrine, discacciando da sé quei cosí poveretti di cervello che troppo pusillanimamente s’inducono a voler sostenere ogni suo detto, senza intendere che quando Aristotile fusse tale quale essi se lo figurano, sarebbe un cervello indocile, una mente ostinata, un animo pieno di barbarie, un voler tirannico, che, reputando tutti gli altri come pecore stolide, volesse che i suoi decreti fussero anteposti a i sensi, alle esperienze, alla natura istessa? Sono i suoi seguaci che hanno data l’autorità ad Aristotile, e non esso che se la sia usurpata o presa; e perché è piú facile il coprirsi sotto lo scudo d’un altro che ’l comparire a faccia aperta, temono né si ardiscono d’allontanarsi un sol passo, e piú tosto che mettere qualche alterazione nel cielo di Aristotile, vogliono impertinentemente negar quelle che veggono nel cielo della natura.
(…)
Simplicio
Ma quando si lasci Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? nominate voi qualche autore
Salviati
Ci è bisogno di scorta ne i paesi incogniti e selvaggi, ma ne i luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di guida; e chi è tale, è ben che si resti in casa, ma chi ha gli occhi nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta. Né perciò dico io che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in preda in maniera che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto e, senza cercarne altra ragione, si debba avere per decreto inviolabile; il che è un abuso che si tira dietro un altro disordine estremo, ed è che altri non si applica piú a cercar d’intender la forza delle sue dimostrazioni. E qual cosa è piú vergognosa che ’l sentir nelle publiche dispute, mentre si tratta di conclusioni dimostrabili uscir un di traverso con un testo, e bene spesso scritto in ogni altro proposito, e con esso serrar la bocca all’avversario? Ma quando pure voi vogliate continuare in questo modo di studiare, deponete il nome di filosofi, e chiamatevi o istorici o dottori di memoria; ché non conviene che quelli che non filosofano mai, si usurpino l’onorato titolo di filosofo. Ma è ben ritornare a riva, per non entrare in un pelago infinito, del quale in tutt’oggi non si uscirebbe. Però, signor Simplicio, venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotile, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta. 

Sagredo e l'elogio dell'intelligenza umana
http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:jA69DLKu2WgJ:www.edatlas.it/documents/89a7e5a6-906f-4b9b-8808-04ca3bc8e858+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it

B. BRECHT, VITA DI GALILEO

Dalla via si ode un banditore leggere l'abiura di Galileo.

VOCE DEL BANDITORE « Io, Galileo Galilei, lettore di matematiche nell'Università di Firenze, pubblicamente abiuro la mia dottrina che il sole è il centro del mondo e non si muove,
e che la terra non è il centro del mondo e si muove. Con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto i suddetti errori ed eresie, e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa ».

La scena si oscura. Quando torna la luce, si odono ancora i rintocchi della campana, che però cessano
subito. Virginia è uscita; i tre discepoli di Galileo sono sempre in scena.

FEDERZONI Non t'ha mai pagato decentemente per il tuo lavoro! Non sei mai riuscito a pubblicare un libro tuo, e neanche a comprarti un paio di calzoni. Ecco il bel guadagno che hai fatto a « lavorare per la scienza »!
ANDREA (forte) Sventurata la terra che non ha eroi!

Galileo è entrato. Il processo lo ha trasformato radicalmente, fin quasi a renderlo irriconoscibile. Ha udito le parole di Andrea. Per alcuni istanti si ferma sulla soglia, aspettando un saluto. Ma poiché nessuno lo saluta, anzi i discepoli si allontanano da lui, egli avanza lentamente, col passo incerto di chi ci vede male, fino al proscenio; qui trova uno sgabello e si siede.

ANDREA Non posso guardarlo. Fatelo andar via.
FEDERZONI Sta' calmo.
ANDREA (grida a Galileo) Otre da vino! Mangialumache! Ti sei salvata la pellaccia, eh? (Si siede) Mi sento male. 
GALILEO (calmo) Dategli un bicchier d'acqua.

Frate Fulgenzio esce e rientra portando un bicchier d'acqua ad Andrea. Nessuno mostra di accorgersi
della presenza di Galileo, che siede in silenzio, nell'atto di ascoltare. Giunge di nuovo, da più lontano, il grido del banditore.

ANDREA Adesso riesco a camminare, se mi aiutate un po'.

Gli altri due lo sorreggono fino all'uscita. In questo momento Galileo incomincia a parlare.

GALILEO No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.
(B. Brecht, Vita di Galileo, scena XIII)



L'AUTOCRITICA DI GALILEO
 Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanarsi dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale… Nella mia vita di scienziato ho avuto una fortuna senza pari: quella di vedere l’astronomia dilagare sulle pubbliche piazze. In circostanze così straordinarie, la fermezza di un uomo poteva produrre grandissimi rivolgimenti. Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero potuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d’Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell’umanità. Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io la sua presenza non può essere tollerata nell’ambito della scienza. 
(Bertolt Brecht, Vita di Galileo, scena XIV, Einaudi, Torino 1963, , pp. 124-126)

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Calderón de la Barca, La vita è sogno

Monologo di Sigismondo

E' vero, sì, reprimiamo 
questa fiera condizione 
quest’ira, questa ambizione,
perché poi, forse, sogniamo;
ed ormai so che esistiamo
in un mondo singolare
dove vivere è sognare.
L'esperienza mi ha insegnato
che l'uomo che vive sogna 
fino a quando si ridesta.
Il re sogna di essere re
e così nell’inganno vive comandando,
disponendo e governando;
e l'applauso che riceve
in prestito, lo scrive nel vento,
e la morte in cenere lo converte.
Sventura immensa!
Chi ancora vorrà regnare,
dovendosi ridestare
nel sonno della morte?
Il ricco sogna le sue ricchezze
che gli procurano continui affanni;
sogna il povero che soffre
la sua miserabile povertà;
sogna chi agli agi s’avvezza;
sogna chi si affanna a correre dietro agli onori;
sogna chi ferisce e offende.
Sogna ognuno la passione
ch’egli vive, e non lo intende.
Io sogno la prigionia
che mi tiene qui legato
 e sognai che un altro stato
mi rendeva l’allegria.
 Che è la vita? Frenesia.
Che è la vita? Un'illusione,
solo un'ombra, una finzione.
E il più grande dei beni è ben poca cosa,
la vita è un sogno, e i sogni sogni sono.
(Calderón de la Barca, La vita è sogno, atto II, scena diciannovesima, vv. 1162-1201)




giovedì 10 novembre 2016

CERVANTES

MIGUEL DE CERVANTES SAAVEDRA Nacque in Alcalá de Henares. Morì a Madrid il 23 aprile 1616. Della sua vita si possono segnare soltanto i momenti salienti: vita di travaglio, consumata tra vicende avverse, nell'assillante lotta per l'esistenza e in vane aspirazioni verso miraggi ideali.
Suo padre, medico pratico senza diploma, lo trasse dietro di sé insieme con la numerosa famiglia nelle sue peregrinazioni da Alcalá de Henares a Valladolid (1554), da Madrid (1561) a Siviglia (1564-65) e quindi nuovamente a Madrid (1566-68). La sua fu, dunque, una giovinezza errante. Anche dopo continuarono i viaggi, come cortigiano e poi come soldato. Soggiornò a lungo in Italia, in un periodo di fermento culturale: dalla lettura del Furioso trae origine, forse, l'interesse per la materia cavalleresca.
Partecipò alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Sebbene febbricitante volle combattere e, ai fianchi della sua galera, su un battello con dodici uomini ai suoi ordini, si lanciò nella mischia. Ebbe due ferite d'archibugio al petto e un'altra alla mano sinistra, che gli rimase rovinata per sempre. Ricordo di sangue e di gloria, che lo esalterà sulle oscure e mediocri vicende della sua umile vita.
A Messina, dove la flotta fece ritorno (30 ottobre), trascorse la convalescenza. Non appena guarito entrò (29 aprile 1572) partecipò alla spedizione di Corfù, all'assedio di Navarino (luglio-agosto 1572), all'occupazione di Tunisi (10 ottobre 1573) e al tentativo di liberare la Goletta (1574). 
Catturato da pirati turchi, venne poi liberato da religiosi spagnoli che pagano il riscatto.
Tornato finalmente in Spagna, non ottiene, però, i riconoscimenti sperati e le ricompense per l'eroismo mostrato come soldato e prigioniero cristiano; il suo ritorno si rivela segnato dall'indifferenza, dalle ristrettezze economiche e dall'umiliazione.
Trova impiego come commissario di vettovagliamento per l'Invincibile Armada e poi come riscossore delle imposte: viene accusato di sequestro di beni privati anche a danno di ecclesiastici e subisce la scomunica; il banchiere presso cui deposita i soldi delle riscossioni d'imposta, fallisce e scappa con il denaro. Cervantes finisce in carcere a Siviglia, dove entra in contatto con gli ambienti malavitosi della città. Probabilmente in carcere inizia l stesura del Don Chisciotte.
La sua storia privata permette a Cervantes di decifrare l'immagine del suo tempo segnato dal disorientamento e da una profonda crisi: la scomparsa del grande impero spagnolo a vantaggio di potenze europee più moderne, come l'Inghilterra; il crollo delle grandi certezze rinascimentali e l'inizio di un'epoca di profondo smarrimento dopo la rivoluzione copernicana. Si tratta di condizioni che mettono in crisi la tradizionale concezione dell'eroe. 

DON CHISCIOTTE
Il Don Chisciotte della Mancia si divide in due sezioni: una prima, scritta intorno agli anni che vanno dal 1598 al 1604; l’altra, la seconda, che venne pubblicata solo nel 1615. Le avventure vedono come protagonista un hidalgo della Mancia che, da appassionato lettore di romanzi cavallereschi, inizia a non saper più distinguere la realtà dalla finzione. È così che, innalzatosi a paladino di giustizia, pace, difesa degli oppressi e dei più alti valori, si convince di essere un cavaliere errante e prende la decisione di mettersi alla ricerca di nuove avventure per proteggere i più deboli.

Assunto il nome di Don Chisciotte il cavaliere esce in sella al suo ronzino, ribattezzato Ronzinante, e dà il via alle proprie imprese: gli esiti, però, si rivelano sin dal principio fallimentari e, picchiato e ammaccato, Don Chisciotte è costretto a tornare a casa.


Una volta guarito, il cavaliere non si dà per vinto: Don Chisciotte torna a casa e decide di ingaggiare uno scudiero, ricordandosi che nessun cavaliere che si rispetti ne ha mai potuto fare a meno: la sua scelta ricade quindi su un ignorante popolano, Sancio Panza, il quale viene convinto con la promessa di poter governare un’intera isola una volta terminate le avventure. Don Chisciotte intraprende imprese che puntualmente si trasformano in disfatte.

Subito don Chisciotte si lancia contro i mulini a vento, che nella sua distorsione della realtà sono terribili giganti da sconfiggere: l’impresa finisce ingloriosamente quando don Chisciotte si schianta contro un mulino e frana a terra insieme con il suo cavallo. Il viaggio di Don Chisciotte e Sancho Panza riprende, e quando incontrano una brigata che accompagna una dama a Siviglia, Don Chisciotte, credendo che la nobildonna sia stata rapita dal suo seguito, cerca di liberarla. Don Chisciotte e Sancho si fermano poi in una modesta osteria, che il protagonista scambia ancora una volta per un castello, conversando con le cameriere, che per lui sono nobili e leggiadre figure femminili. Il protagonista attacca poi un gregge di pecore,che ai suoi occhi assume le dimensioni di un pericoloso esercito, finendo per essere picchiato dai pastori e col perdere due denti. Quando invece incrociano sul loro cammino un funerale, Don Chisciotte scambia il feretro per un cavaliere suo pari ferito e attacca i partecipanti al funerale che, terrorizzati, scappano. Sancho Panza, dopo tutte queste peripezie, assegna al suo padrone il soprannome di “Cavaliere dalla triste figura” e Don Chisciotte apprezzando l’epiteto disegna un personaggio triste come simbolo per il proprio scudo.

Don Chisciotte decide di recuperare il celebre elmo di Mambrino: conquisterà invece gli utensili di un barbiere, liberando poco dopo alcuni carcerati incatenati. Infine, stanco dopo tante imprese, don Chisciotte decide di ritirarsi nei boschi in solitudine e penitenza e manda Sancho da Dulcinea con una missiva d’amore. Sancho, per tranquillizzare don Chisciotte, si inventa che la missione sia andata a buon fine, mentre il curato e il barbiere del paese partono alla ricerca del protagonista, per riportarlo nuovamente a casa.  

La seconda parte del romanzo  è caratterizzata da una novità sostanziale: i protagonisti sono consapevoli della follia di don Chisciotte, che quindi diventa spesso oggetto di un esplicito inganno architettato dagli altri personaggi. Cervantes dà na sfumatura tragica al proprio personaggio, vittima inconsapevole delle trame degli altri personaggi.

La storia si apre con il protagonista che, pur assistito da una governante e dalla nipote, riesce a fuggire di casa e a ripartire all’avventura con Sancho. Per prima cosa i due si recano al Toboso, per incontrare l’amata Dulcinea. Ma in paese naturalmente non c’è nessun castello, così Sancho architetta un inganno per accontentare il suo signore, conducendo Don Chisciotte in un bosco e dicendogli che di lì a poco arriverà la sua Dulcinea. Don Chisciotte vede in realtà solo tre semplici contadine, ma Sancho, semplice ma arguto, risponde che ad uno sguardo più attento il cavaliere potrà notare che quella è la sua elegantissima principessa. Fidandosi della parola di Sancho Panza, don Chisciotte si convince di essere sotto l’incantesimo di quegli incantatori che nella sua immaginazione sempre lo perseguitano mistificando la realtà di fronte ai suoi. Nel frattempo Sansone Carrasco, studente e amico di Don Chisciotte, escogita uno stratagemma per far tornare a casa l’amico. Sansone si presenta infatti come il Cavaliere degli Specchi e sfida don Chisciotte a duello, ponendo la clausula che il vinto avrebbe dovuto obbedire al vincitore. Don Chisciotte, che ha sempre perduto ogni incontro, per un caso fortuito vince: nonostante le buone intenzioni di Carrasco la sua avventura è quindi destinata a continuare. 

Don Chisciotte e Sancho Panza riprendono quindi il cammino e incrociano un nobiluomo e sua moglie che, conoscendo la prima parte della sua storia, lo riconoscono e li invitano presso il loro castello. Duca e duchessa, in realtà, vogliono prendersi gioco di don Chisciotte e allestiscono a loro danno una messinscena con personaggi mascherati e incantamenti. Tra i vari inganni, inventano la storia di un mago, Malabruno, che avrebbe reso barbute la contessa Trifaldi e le sue dodici dame di compagnia. Don Chisciotte viene così convinto a sconfiggere Malabruno in sella al cavallo alato Clavilegno, che, come suggerisce il nome, è un destriero di legno al quale sono stati collegati dei petardi. Don Chisciotte e Sancho Panza vi salgono bendati ma poco dopo i mortaretti esplodono e i due finiscono stesi per terra. Don Chisciotte ha comunque portato a termine la missione, dato che il fantomatico mago è sconfitto. Il duca assegna in ricompensa il governatorato dell’isola di Baratteria a Sancho Panza, il quale, però, preferisce restare con Don Chisciotte. Don Chisciotte e Sancho Panza si dirigono allora verso Barcellona, ma sulla strada di nuovo vengono raggiunti da Sansone Carrasco, questa volta nei panni del Cavaliere della Bianca Luna, determinato a riportare a casa l’amico. Lo sfida così a dire che vi è una donna più bella di Dulcinea e costei è la sua dama. I due si trovano nuovamente a duellare con la medesima clausula: il vinto si dovrà sottomettere al volere del vincitore. Simone Carrasco questa volta vince e riesce così a riportare a casa Don Chisciotte.

Una volta a casa Don Chisciotte cade preda di una forte febbre: dopo sei giorni a letto il cavaliere errante si sveglia da un sonno di sei ore invocando la propria morte e sostenendo di aver ritrovato il senno. Don Chisciotte quindi si confessa e, poco dopo, muore.




http://www.letteratura.rai.it/articoli/marco-lodoli-tra-dostoevskij-e-cervantes/83/default.aspx

LA LETTURA DI FRANCESCO GUCCINI: UNA CANZONE COME TESTO CRITICO



Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c'è bisogno soprattutto
d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l'ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l'accetto, forza sellami il cavallo !
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l'ingiustizia giorno e notte,
com'è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte...

Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore...
E' la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini...
E' un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant'è vero che anch'io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza...

Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L'ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l'anima dell'uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d'ombra e s'ingarbuglia la matassa...

A proposito di questo farsi d'ombra delle cose,
l'altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com'è vero... che ora ho fame !

Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch'io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l'apparenza delle cose come vedi non m'inganna,
preferisco le sorprese di quest'anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d'oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire...

Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il "capitale", oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al "potere" dare scacco e salvare il mondo intero ?

Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il "male" ed il "potere" hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po' di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

Il "potere" è l'immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all'ingiustizia giorno e notte:
siamo i "Grandi della Mancha",
Sancho Panza... e Don Chisciotte !
(Testo di F.Gucccini, "Don Chisciotte")


PROLOGO DEL "DON CHISCIOTTE"

   Sfaccendato lettore, potrai credermi senza che te ne faccia giuramento, ch’io vorrei che questo mio libro, come figlio del mio intelletto, fosse il più bello, il più galante ed il più ragionevole che si potesse mai immaginare; ma non mi fu dato alterare l’ordine della natura secondo la quale ogni cosa produce cose simili a sè.         Che potea mai generare lo sterile e incolto mio ingegno, se non la storia d’un figlio secco, grossolano, fantastico e pieno di pensieri varii fra loro, nè da verun altro immaginati finora? E ben ciò si conviene a colui che fu generato in un carcere, ove ogni disagio domina, ed ove ha propria sede ogni sorte di malinconioso rumore.    Il riposo, un luogo delizioso, l’amenità delle campagne, la serenità dei cieli, il mormorar delle fonti, la tranquillità dello spirito, sono cose efficacissime a render feconde le più sterili Muse, affinchè diano alla luce parti che riempiano il mondo di maraviglia e di gioia. Avviene talvolta che un padre abbia un figliuolo deforme e senza veruna grazia, e l’amore gli mette agli occhi una benda, sicchè non ne vede i difetti, anzi li ha per frutti di buon criterio e per vezzi, e ne parla cogli amici come di acutezze e graziosità.
  Io però, benchè sembri esser padre, sono patrigno di don Chisciotte, nè vo’ seguir la corrente, nè porgerti suppliche quasi colle lagrime agli occhi, come fan gli altri, o lettor carissimo, affinchè tu perdoni o dissimuli le mancanze che scorgerai in questo mio figlio. E ciò tanto maggiormente perché non gli appartieni come parente od amico, ed hai un’anima tua nel corpo tuo, e il tuo libero arbitrio come ogni altro, e te ne stai in casa tua, della quale sei padrone come un principe de’ suoi tributi, e ti è noto che si dice comunemente: "sotto il mio mantello io ammazzo il re".          Tutto ciò ti disobbliga e ti scioglie da ogni umano riguardo, e potrai spiegar sulla mia storia il tuo sentimento senza riserva, e senza timore d’essere condannato per biasimarla, o d’averne guiderdone se la celebrerai.

   Vorrei per altro, o lettor mio, offrirtela pulita e ignuda, senza l’ornamento di un prologo, e spoglia dell’innumerabil caterva degli usati sonetti, epigrammi, od elogi che sogliono essere posti in fronte ai libri; e ti so dire che sebbene siami costato qualche travaglio il comporla, nulla mi diede tanto fastidio quanto il fare questa prefazione che vai leggendo.
    Più volte diedi di piglio alla penna per iscriverla, e più volte mi cadde di mano per non sapere come darle principio. Standomi un giorno dubbioso con la carta davanti, la penna nell’orecchio, il gomito sul tavolino e la mano alla guancia, pensando a quello che dovessi dire, ecco entrar d’improvviso un mio amico, uomo di garbo e di fino discernimento, il quale, vedendomi tutto assorto in pensieri, me ne domandò la cagione. Io non gliela tenni celata, ma gli dissi che stavo studiando al prologo da mettere in fronte alla storia di don Chisciotte, e ci trovavo tanta difficoltà, che m’ero deliberato di non far prologo, e quindi anche di non far vedere la luce del giorno alle prodezze di sì nobile cavaliere.

— “Come volete voi mai, soggiuns’io, che non mi tenga confuso il pensare a tutto ciò che sarà per dirne quell’antico legislatore  che chiamasi volgo, quando vegga che dopo sì lungo tempo da che dormo nel silenzio della dimenticanza, ora che ho tant’anni in groppa, esco fuori con una leggenda secca come un giunco marino, spoglia d’invenzione, misera di stile, scarsa di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttochè favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi, onde ne avviene che restano meravigliati i lettori, e tengono gli autori nel più gran conto di dottrina, di erudizione, di eloquenza?" (...)

   All’udir queste cose il mio amico si diede una palmata nella fronte, proruppe in un alto scoppio di ridere, e disse: "Per Bacco, fratello, che termino al presente di togliermi da un inganno in cui son vissuto da che vi conosco; giacchè vi ho tenuto mai sempre per uomo giudizioso e prudente in tutte le vostre azioni, ed ora m’avveggo che voi ne siete lontano quanto il cielo dalla terra.              Com’è mai possibile che cose di sì poco momento e di sì facile rimedio abbiano tal possa da confondere e sviare un ingegno sì maturo com’è il vostro, a cui sì agevole riesce il togliere e superare molto maggiori difficoltà? Ciò deriva in fede mia, non da mancanza di abilità, ma da infingardaggine, e da poco buon raziocinio". (...)

“Passiamo ora alla citazione degli autori dei quali sono provveduti gli altri libri, ed il vostro è affatto privo. Anche a ciò è facile assai rimediare, da che non avete che cercarne uno che tutti in sè li unisca dall’A alla Z, come voi dite, inserendo questo stesso alfabeto nel vostro libro. Che se apertamente se ne scopra la menzogna, per la poca necessità che avevate di valervene, ciò a nulla monta; e intanto ci sarà forse qualche sempliciotto che terrà per fermo esservene voi servito nella vostra naturale ed ingenua storia; e se altro vantaggio non ve ne dovesse venire, servirà almeno un così esteso catalogo ad aggiungere subito molta autorità al racconto. Io sono anzi di opinione, che non vi sarà chi si prenda la briga di riscontrare se ve ne siate sì o no valuto: e ciò tanto più perchè questo vostro libro non ha d’uopo di alcuna di quelle cose che voi dite mancargli; non contenendo esso che una invettiva contro i libri di cavalleria, dei quali non fece parola Aristotele, nulla scrisse mai san Basilio, e non n’ebbe Cicerone contezza alcuna. Di più: i suoi favolosi spropositi escludono l’impegno di starsene puntuali alla verità, o di farvi campeggiare l’astrologia, e meno ancora servono le misure geometriche o la confutazione degli argomenti dei quali si vale la rettorica. Non è di suo istituto neppure il far sermoni a chicchessia, frammischiando le divine colle umane cose, ciò che non lice ad intelletto cristiano. Basterà che metta a profitto la imitazione in ciò che andrà scrivendo, e quanto più l’imitazione si accosterà alla verità, tanto maggior conto ne troverà il suo scrittore. Poichè questa vostra opera non tende se non a distruggere il credito e l’impressione che nel mondo trovano i libri di cavalleria, non è mestieri d’andare accattando sentenze da’ filosofi, consigli dalla divina Scrittura, favole da’ poeti, orazioni da’ rettorici, e miracoli da’ santi; ma basta procurare che con ogni chiarezza, con parole significanti, oneste e ben collocate, si adorni il vostro ragionamento, vestendo un periodar sonoro e giocondo, dipingendo possibilmente quanto vi verrà a genio ed a voglia di esporre, e facendo intendere i vostri concetti senz’oscurità e senza intrico.
   Attendete con ogni studio a far sì che leggendo la vostra storia il maninconioso si muova a riso, s’accresca nell’allegro la giocondità, al semplice non venga la noia, dal giudizioso se ne ammiri la invenzione, non si spregi dall’uom posato, e le dia lode il prudente: in sostanza il vostro primo scopo sia quello di abbattere la macchina malfondata dei libri di cavalleria abborriti da tanti, ma celebrati dal maggior numero: che se tanto vi riuscirà di fare, non avrete conseguito poco.

Io me ne stava ascoltando con profondo silenzio ciò che mi si dicea dall’amico, e tanto poterono sopra di me le sue ragioni che, senza altro dire, gliele menai tutte buone: anzi le feci servire di fondamento a questo prologo, nel quale riscontrerai, o delicato lettore, il retto discernimento dell’amico mio, e la mia buona ventura nell’essermi a questi tempi avvenuto in sì utile consigliere quando trovavami irresoluto e indeciso. Tu n’avrai certo gran compiacenza nel leggere così ingenua e così pura la storia del famoso don Chisciotte della Mancia, il quale, per la fama che corre fra tutti gli abitanti del distretto del Campo di Montiello, fu l’innamorato più casto, ed il più valente cavaliere, che da tanti anni in qua comparisse in que’ dintorni; nè io voglio esagerarti il servigio che ti fo nel darti a conoscere sì celebre e onorato campione. Bramo però d’incontrare il tuo gradimento per la conoscenza che ti farò fare anche del famoso Sancio Panza suo scudiere, nel quale, a mio avviso, troverai congiunte tutte le grazie scudierili che s’incontrano sparse nella caterva degli inutili libri di cavalleria. Dio ti conservi in salute, e non mi porre in dimenticanza. Sta sano.

Don Chisciotte
https://it.m.wikisource.org/wiki/Don_Chisciotte_della_Mancia/Capitolo_I

L'AVVENTURA DEI MULINI A VENTO
https://www.liberliber.it/mediateca/libri/c/cervantes/don_chisciotte_della_mancia/html/1_08.htm
Cap.  XXXII, parte II,  dal Don Chisciotte


"Ho vendicato ingiurie, ho drizzato torti, punito temerità, vinto giganti, abbattute fantasime; sono innamorato, ma non per altro se non perch’è giocoforza di esserlo ai cavalieri erranti, ed essendolo non entro nel novero degl’innamorati viziosi, ma dei platonici continenti; sono poi diretti sempre a buon fine i miei divisamenti, che l’altrui bene hanno in veduta, nè pregiudicano alcuno. Se colui che pensa in tal modo, se colui che così opera, se colui che in questo si esercita può chiamarsi balordo, lo dicano le grandezze vostre, duca e duchessa eccellenti"

Cap. LVIII, parte II, Don Chisciotte


"


Quando don Chisciotte si vide in campagna aperta, libero e sbarazzato dagli amorosi detti di Altisidora, parevagli di trovarsi nel suo centro e di sentirsi rinnovare il coraggio per proseguire le geste delle sue cavallerìe. Rivoltosi a Sancio, gli disse: — La libertà, o Sancio, è uno dei doni più preziosi dal cielo concessi agli uomini: i tesori tutti che si trovano in terra o che stanno ricoperti dal mare non le si possono agguagliare: e per la libertà, come per l’onore, si può avventurare la vita, quando per lo contrario la schiavitù è il peggior male che possa arrivare agli uomini. Io dico questo, o Sancio, perchè tu hai ben veduto co’ tuoi occhi le delizie e l’abbondanza da noi godute nel castello or ora lasciato: eppure ti assicuro che in mezzo a quei sontuosi banchetti e a quelle bevande gelate, sembravami di essere nello strettoio della fame. Io non gustava di alcuna cosa con quella soddisfazione con coi gustata l’avrei se fosse stata mia propria, mentre l’obbligo del dovere e della retribuzione ai benefizi e alle grazie ricevute sono altrettanti legami che non lasciano campeggiare l’animo libero. Beato colui cui ha dato il cielo un tozzo di pane senz’altro obbligo fuor quello di essergli grato"