La scuola di Atene

La scuola di Atene

mercoledì 14 settembre 2016

ARIOSTO

Punto di partenza: l'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo
http://letteritaliana.weebly.com/il-duello-di-orlando-e-agricane.html

Il difficile rapporto con il potere.
http://rossa.palumbomultimedia.com/?cmd=cerca

Lettera dalla Garfagnana
Illustrissimo et excellentissimo Signore mio.
Se Vostra Excellenzia non mi aiuta a difendere l’onor de l’officio, io per me non ho la forza di farlo; ché se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubidiscano, e poi Vostra Excellenzia li assolva, o determini in modo che mostri di dar più lor ragion che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l’autorità del magistro.
Serìa meglio che s’io non ci sono idoneo, a mandare uno che fosse più al proposito (...).
Se tale ignominie si facessino a me solo, non ne farei parola, perché Vostra Excellenzia mi può trattare come suo servo; ma redundando tali incarichi più ne l’onor de l’officio, e sussequentemente a far le persone con chi ho da praticare più insolenti verso li lor governi, non mi par di tolerarlo senza dolermine a Vostra Signoria. (...)
Se appresso all’insolenzie che per tutto il paese fanno questi di Simon prete, come Vostra Excellenzia ne debbe saper qualche cosa (che già non è mancato per me di darne aviso), et al tenere di continuo banditi ne le rocche appresso a Bernardello, ancora Vostra Excellenzia vol comportare che non rendano ubidienzia al Commissario, prego quella che mandi qui uno in mio luogo che abbia miglior stomaco di me a patire queste ingiurie, ché a me non basta la pazienzia a tolerarle. (...)
Ma dove importa tanto smaccamento de l’onor mio, io vo’ gridare e farne instanzia, e pregare e suplicare Vostra Excellenzia che più presto mi chiami a Ferrara, che lasciarmi qui con vergogna: in buona grazia de la quale mi raccomando.
http://www.p4lmedia.net/pdf/lup_rossa/v1/PDF/Parte_V/OnLine_NeRossa_T_029_vol_2.pdf



Satira I
A Messer Alessandro Ariosto et a Messer Ludovico da Bagno.
Io desidero intendere da voi,
Alessandro fratel, compar mio Bagno,
s’in corte è ricordanza più di noi;

se più il signor me accusa; se compagno
per me si lieva e dice la cagione
per che, partendo gli altri, io qui rimagno;

o, tutti dotti ne la adulazione
(l’arte che più tra noi si studia e cole),
l’aiutate a biasmarme oltra ragione.

Pazzo chi al suo signor contradir vole,
se ben dicesse c’ha veduto il giorno
pieno di stelle e a mezzanotte il sole.
(...)
Ma se in altro biasmarme, almen dar laude
dovete che, volendo io rimanere,
lo dissi a viso aperto e non con fraude.

Dissi molte ragioni, e tutte vere,
de le quali per sé sola ciascuna
esser mi dovea degna di tenere.

Prima la vita, a cui poche o nessuna
cosa ho da preferir, che far più breve
non voglio che ’l ciel voglia o la Fortuna.

https://it.wikisource.org/wiki/Satire_(Ariosto)/Satira_I

Satira III (37-48)
A Messer Annibale Malagucio
Mal può durar il rosignuolo in gabbia,
più vi sta il gardelino, e più il fanello;
la rondine in un dì vi mor di rabbia.

Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello.

In casa mia mi sa meglio una rapa
ch’io cuoca, e cotta s’un stecco me inforco
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa,

che all’altrui mensa tordo, starna o porco
selvaggio; e così sotto una vil coltre,
come di seta o d’oro, ben mi corco.
(ParafrasiL'usignolo sta male in gabbia, ci sta meglio il cardellino e più ancora il fanello; la rondine vi muore di rabbia in un giorno.
Chi desidera l'onore nobiliare o ecclesiastico, serva pure re, duchi, cardinali o papi; io no, infatti mi curo poco dell'uno e dell'altro.
Preferisco una rapa cotta in casa mia, infilzata su uno stecco e pulita, e poi cosparsa di aceto e mosto, piuttosto che tordi, starne o cinghiali alla mensa altrui; e mi corico altrettanto bene sotto una povera coperta, come se fosse di seta o d'oro).



La critica: testi tratti da E. Raimondi, "Leggere come io l'intendo"






GIULIO FERRONI PRESENTA L'ORLANDO FURIOSO
http://www.letteratura.rai.it/articoli/giulio-ferroni-e-la-prima-edizione-dellorlando-furioso/33046/default.aspx

Ariosto e Virgilio.
L'episodio di Eurialo e Niso e quello di Cloridano e Medoro: imitazione e variazione del modello virgiliano nell'Orlando furioso.
http://online.scuola.zanichelli.it/candidisoles-files/testi/6393_Candidi-Soles_Virgilio_Testo-04.pdf

Orlando furioso
Canto XVIII
[165]

Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
     D’oscura stirpe nati in Tolomitta;
     De’ quai l’istoria, per esempio raro
     Di vero amore, è degna esser descritta.
     Cloridano e Medor si nominaro,
     Ch’alla fortuna prospera e alla afflitta
     Aveano sempre amato Dardinello,
     Ed or passato in Francia il mar con quello.
     
[166]

Cloridan, cacciator tutta sua vita,
     Di robusta persona era ed isnella:
     Medoro avea la guancia colorita
     E bianca e grata ne la età novella;
     E fra la gente a quella impresa uscita
     Non era faccia più gioconda e bella:
     Occhi avea neri, e chioma crespa d’oro:
     Angel parea di quei del sommo coro.
     
(…)
     
[168]

Volto al cornpagno, disse: — O Cloridano,
     Io non ti posso dir quanto m’incresca
     Del mio signor, che sia rimaso al piano,
     Per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca.
     Pensando come sempre mi fu umano,
     Mi par che quando ancor questa anima esca
     In onor di sua fama, io non compensi
     Né sciolga verso lui gli oblighi immensi.
     
[169]

Io voglio andar, perché non stia insepulto
     In mezzo alla campagna, a ritrovarlo:
(…)
     
[170]

Stupisce Cloridan, che tanto core,
     Tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:
     E cerca assai, perché gli porta amore,
     Di fargli quel pensiero irrito e nullo;
     Ma non gli val, perch’un sì gran dolore
     Non riceve conforto né trastullo.
     Medoro era disposto o di morire,
     O ne la tomba il suo signor coprire.
     
[171]

Veduto che nol piega e che nol muove,
     Cloridan gli risponde: — E verrò anch’io,
     Anch’io vuo’ pormi a sì lodevol pruove,
     Anch’io famosa morte amo e disio.
     Qual cosa sarà mai che più mi giove,
     S’io resto senza te, Medoro mio?
     Morir teco con l’arme è meglio molto,
     Che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. —
     
(…)
     
[183]

Quivi dei corpi l’orrida mistura,
     Che piena avea la gran campagna intorno,
     Potea far vaneggiar la fedel cura
     Dei duo compagni insino al far del giorno,
     Se non traea fuor d’una nube oscura,
     A’ prieghi di Medor, la Luna il corno.
     Medoro in ciel divotamente fisse
     Verso la Luna gli occhi, e così disse:
     
[184]

— O santa dea, che dagli antiqui nostri
     Debitamente sei detta triforme;
     Ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostri
     L’alta bellezza tua sotto più forme,
     E ne le selve, di fere e di mostri
     Vai cacciatrice seguitando l’orme;
     Mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti,
     Che vivendo imitò tuoi studi santi. —
     
[185]

La luna a quel pregar la nube aperse
     (o fosse caso o pur la tanta fede),
     Bella come fu allor ch’ella s’offerse,
     E nuda in braccio a Endimion si diede.
     Con Parigi a quel lume si scoperse
     L’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede:
     Si videro i duo colli di lontano,
     Martire a destra, e Lerì all’altra mano,
     
187

(…)     Fu il morto re sugli omeri sospeso
     Di tramendui, tra lor partendo il peso.
     
 [188]

Vanno affrettando i passi quanto ponno,
     Sotto l’amata soma che gl’ingombra.
     E già venìa chi de la luce è donno
     Le stelle a tor del ciel, di terra l’ombra;
     Quando Zerbino, a cui del petto il sonno
     L’alta virtude, ove è bisogno, sgombra,
     Cacciato avendo tutta notte i Mori,
     Al campo si traea nei primi albori.
     
[189]

E seco alquanti cavallieri avea,
     Che videro da lunge i dui compagni.
     Ciascuno a quella parte si traea,
     Sperandovi trovar prede e guadagni.
     — Frate, bisogna (Cloridan dicea)
     Gittar la soma, e dare opra ai calcagni;
     Che sarebbe pensier non troppo accorto,
     Perder duo vivi per salvar un morto. —
     
[190]

E gittò il carco, perché si pensava
     Che ’l suo Medoro il simil far dovesse:
     Ma quel meschin, che ’l suo signor più amava,
     Sopra le spalle sue tutto lo resse.
     L’altro con molta fretta se n’andava,
     Come l’amico a paro o dietro avesse:
     Se sapea di lasciarlo a quella sorte,
     Mille aspettate avria, non ch’una morte.
     
(…)
     
[192]

Era a quel tempo ivi una selva antica,
     D’ombrose piante spessa e di virgulti,
     Che, come labirinto, entro s’intrica
     Di stretti calli e sol da bestie culti.
     Speran d’averla i duo pagan sì amica,
     Ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti.
     Ma chi del canto mio piglia diletto,
     Un’altra volta ad ascoltarlo aspetto.

Canto XIX
2
(…)     Ma torniamo a Medor fedele e grato,
     Che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.

 [3]
Cercando già nel più intricato calle
     Il giovine infelice di salvarsi;
     Ma il grave peso ch’avea su le spalle,
     Gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
     Non conosce il paese, e la via falle,
     E torna fra le spine a invilupparsi.
     Lungi da lui tratto al sicuro s’era
     L’altro, ch’avea la spalla più leggiera.

 [4]
Cloridan s’è ridutto ove non sente
     Di chi segue lo strepito e il rumore:
     Ma quando da Medor si vede assente,
     Gli pare aver lasciato a dietro il core.
     — Deh, come fui (dicea) sì negligente,
     Deh, come fui sì di me stesso fuore,
     Che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
     Né sappia quando o dove io ti lasciassi! —

 [5]
Così dicendo, ne la torta via
     De l’intricata selva si ricaccia;
     Ed onde era venuto si ravvia,
     E torna di sua morte in su la traccia.
     Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
     E la nimica voce che minaccia:
     All’ ultimo ode il suo Medoro, e vede
     Che tra molti a cavallo è solo a piede.

 [6]
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
     Zerbin commanda e grida che sia preso.
     L’infelice s’aggira com’un torno,
     E quanto può si tien da lor difeso,
     Or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
     Né si discosta mai dal caro peso.
     L’ha riposato al fin su l’erba, quando
     Regger nol puote, e gli va intorno errando:

 (…)

 [8]
Cloridan, che non sa come l’aiuti,
     E ch’esser vuole a morir seco ancora,
     Ma non ch’in morte prima il viver muti,
     Che via non truovi ove più d’un ne mora;
     Mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,
     E nascoso con quel sì ben lavora,
     Che fora ad uno Scotto le cervella,
     E senza vita il fa cader di sella.

 [9]
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
     Ond’era uscito il calamo omicida.
     Intanto un altro il Saracin ne manda,
     Perché ’l secondo a lato al primo uccida;
     Che mentre in fretta a questo e a quel domanda
     Chi tirato abbia l’arco, e forte grida,
     Lo strale arriva e gli passa la gola,
     E gli taglia pel mezzo la parola.

 [10]
Or Zerbin, ch’era il capitano loro,
     Non poté a questo aver più pazienza.
     Con ira e con furor venne a Medoro,
     Dicendo: — Ne farai tu penitenza. —
     Stese la mano in quella chioma d’oro,
     E strascinollo a sé con violenza:
     Ma come gli occhi a quel bel volto mise,
     Gli ne venne pietade, e non l’uccise.

 [11]
Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,
     E disse: — Cavallier, per lo tuo Dio,
     Non esser sì crudel, che tu mi nieghi
     Ch’io sepelisca il corpo del re mio.
     Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,
     Né pensi che di vita abbi disio:
     Ho tanta di mia vita, e non più, cura,
     Quanta ch’al mio signor dia sepultura.

 [12]
(…)
     E sì commosso già Zerbino avea,
     Che d’amor tutto e di pietade ardea.

 [13]
In questo mezzo un cavallier villano,
     Avendo al suo signor poco rispetto,
     Ferì con una lancia sopra mano
     Al supplicante il delicato petto.
     Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;
     Tanto più, che del colpo il giovinetto
     Vide cader sì sbigottito e smorto,
     Che ’n tutto giudicò che fosse morto.

 [14]
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
     Che disse: — Invendicato già non fia! —
     E pien di mal talento si rivolse
     Al cavallier che fe’ l’impresa ria:
     Ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
     Dinanzi in un momento, e fuggì via.
     Cloridan, che Medor vede per terra,
     Salta del bosco a discoperta guerra.

 [15]
E getta l’arco, e tutto pien di rabbia
     Tra gli nimici il ferro intorno gira,
     Più per morir, che per pensier ch’egli abbia
     Di far vendetta che pareggi l’ira.
     Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
     Fra tante spade, e al fin venir si mira;
     E tolto che si sente ogni potere,
     Si lascia a canto al suo Medor cadere.


[16]
Seguon gli Scotti ove la guida loro
     Per l’alta selva alto disdegno mena,
     Poi che lasciato ha l’uno e l’altro Moro,
     L’un morto in tutto, e l’altro vivo a pena.
     Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
     Spicciando il sangue da sì larga vena,
     Che di sua vita al fin saria venuto,
     Se non sopravenia chi gli diè aiuto.




RONCONI: LA FOLLIA DI ORLANDO



ERASMO DA ROTTERDAM, ELOGIO DELLA FOLLIA 

28 – Se qualcuno riuscisse a strappare a un attore la maschera e a rivelarne le vere sembianze al pubblico non guasterebbe, forse, l’intero spettacolo? Meriterebbe di essere preso per pazzo e cacciato via dal palco a sassate. La scena, infatti, cambierebbe completamente aspetto: chi vestiva i panni della donna è un uomo, chi del giovane è un vecchio, al posto del re c’è solo un mascalzone e un uomo qualsiasi dietro la maschera del sommo Giove.
Anche la vita dell’uomo è una commedia. Ognuno ha la sua parte in cui veste i panni di qualcuno che non è lui. (…) Sì, tutto è finzione, anche nella grande commedia umana.
E se la passa male chi non si adegua alle circostanze, non si cura delle tendenze del mercato (…), insomma, chi non sta alle regole del gioco. Il vero saggio si adegua di buon grado al comportamento altrui, magari anche solo per cortesia e fa cose che per sua scelta non riterrebbe di fare. Non è pazzia questa?
(…) Si provino a contrariarmi se affermo che questo significa semplicemente recitare la propria parte nella commedia della vita!

29 – La differenza tra un pazzo e una saggio sta nel fatto che il primo obbedisce alle passioni, il secondo alla ragione. Perciò gli Stoici affermano che il saggio rifugge la passione come se fosse una malattia e Seneca, lo stoico per eccellenza, sostiene che il saggio è alieno dalle passioni. Con questa sua affermazione egli snatura l’uomo e lo trasforma in una sorta di divinità che l’uomo non è mai stato e non sarà mai. O, per usare un’espressione più semplice, fa di lui una statua di marmo, ottusa, priva di ogni umano sentire. Nessuno gli impedisce di pensarla in questo modo. Si goda, dunque, i suoi mostri di saggezza e si ritiri a vivere con loro nella città di Platone, nel regno delle idee (…). Chiunque fuggirebbe terrorizzato davanti a un uomo simile, come si fugge davanti a un mostro o a un fantasma. Nessun sentimento naturale può muoverlo a compassione; non sa cosa siano le passioni, l’amore, la pietà.

34 - Perciò i più lontani dalla felicità sono tra i mortali quelli che aspirano alla sapienza, doppiamente stolti perché, dimentichi della loro condizione di uomini, si atteggiano a Dèi immortali e, a somiglianza dei giganti, dichiarano guerra alla natura valendosi di ordigni costruiti dalla loro perizia; i meno infelici, invece, sembrano quelli che restano più vicini all'istinto e alla stupidità dei bruti, né tentano mai di oltrepassare le capacità dell'uomo. Proverò anche a dimostrarlo, e non con gli entimèmi degli stoici, ma con qualche esempio alla portata di tutti. Per gli Dèi immortali, vi è forse al mondo qualcosa di più felice di quella specie di uomini chiamati volgarmente scimuniti, stolti, fatui, sciocchi? Appellativi, a mio parere, onorevolissimi. Dirò anzi una cosa che, se a prima vista può sembrare una sciocchezza ed un'assurdità, in fondo è di una verità indiscutibile.
Loro, innanzitutto, non hanno paura della morte, male, per Giove, non trascurabile. Non li tormentano rimorsi di coscienza; non li turbano le storie degli spiriti dei defunti; non hanno paura delle apparizioni; non si crucciano per il timore di mali incombenti; non entrano in ansia nella speranza di beni futuri. Insomma, non sono in balìa dei mille affanni a cui è esposta la nostra vita. Ignorano la vergogna, il timore, l'ambizione, l'invidia, l'amore. Infine, chi più si avvicina alla stupidità dei bruti - ne sono garanti i teologi - è anche immune dal peccato.
Ed ora, mio sciocchissimo saggio, vorrei che tu mi esternassi tutti gli affanni che notte e giorno tormentano il tuo animo e facessi un bel mucchio di tutti i tuoi guai; alla fine capiresti quanto gravi mali ho risparmiato ai miei folli. Aggiungi che, non solo vivono in perpetua letizia, scherzando, canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli altri, dovunque vadano, motivi di piacere, scherzo, divertimento e riso, come se la benevolenza divina proprio a questo li avesse votati: a rallegrare la tristezza della vita umana. Perciò, mentre gli uomini provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i loro simili, nei confronti di questi pazzi nutrono senza eccezione sentimenti amichevoli: li vanno a cercare, li nutrono, li stringono in una sorta di caldo abbraccio e, all'occorrenza, li soccorrono, non tenendo in nessun conto quanto possono dire o fare. Nessuno desidera fargli del male. Persino le bestie feroci li risparmiano, istintivamente consapevoli della loro innocenza. Infatti sono davvero sacri agli Dèi, e a me in particolare. Perciò, a buon diritto, sono da tutti onorati. 

66 – E per finire vorrei tornare ancora un momento a san Paolo. Facendo riferimento a se stesso egli afferma: "prendetemi tra voi come un pazzo, io non parlo secondo Dio, ma come se fossi un folle, siamo folli per volontà di Cristo". Ecco che un autore del suo rango elogia apertamente la pazzia! Non solo, egli la definisce un bene necessario e assolutamente indispensabile: chi fra di voi crede di essere saggio diventi stolto. Solo così acquisterà la vera salvezza.(…).
Cristo detesta i saggi che si affidano totalmente al loro ingegno. San Paolo lo dimostra con evidenza quando afferma: "ciò che agli occhi del mondo è pazzia, l’ha voluto Dio; e Dio ha voluto salvare il mondo con la pazzia" e non con la saggezza.
E Cristo ringrazia il Padre per aver celato ai sapienti il mistero della salvezza, rivelandolo, invece ai fanciulli (in lingua originale la parola è νήπιοι , “infanti”, cioè “senza parola”, “sprovveduti”, in opposizione a σοφοί “sapienti”: è, dunque, lo stesso che dire agli stolti). (…).
Persino tra gli animali Egli preferisce quelli che più si discostano dalla furbizia della volpe. (…) Lo Spirito Santo scese sottoforma di colomba, non di aquila o di sparviero. (….). Coloro che seguiranno Gesù nell’eternità sono chiamati “pecorelle”. Ebbene, ditemi se c’è un animale più stupido della pecora! (…). Cristo non si vergogna (…), si compiace addirittura di farsi chiamare“l’agnello di Dio”.
Ma tutto questo che cosa significa, se non che gli uomini, tutti quanti, anche i più pii,  sono dei folli? Cristo stesso, benché avesse in sé la sapienza del Padre, per venire incontro alla stoltezza degli uomini assunse la natura umana e si fece uomo, e, dunque, a sua volta folle. Allo stesso modo egli assunse su di sé il peccato per redimere il peccato degli uomini. Egli salvò l’umanità con la follia della croce. (…).
Dio, creatore del mondo, proibisce ad Adamo di assaggiare i frutti dell’albero della scienza, come se la scienza fosse un veleno per l’umanità. San Paolo ribadisce che il sapere rende superbi, perciò è dannoso. (…).
Ma la prova più convincente ci è fornita dalle parole che Cristo pronuncia sulla croce, quando prega per i suoi nemici: “Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Essi trovano giustificazione nell’ignoranza.

68 – (…) Colui che ama profondamente non vive più per sé, ma per l’amato. E quanto più si allontana da sé per darsi all’altro, tanto più grande è la sua gioia. (…). Quanto più forte è l’amore, tanto più grande e beata è la pazzia.


I. CALVINO, LA SFIDA AL LABIRINTO

Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alle loro difficoltà: ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. È la sfida al labirinto che vogliamo salvare, è una letteratura della sfida al labirinto che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della resa al labirinto.
(I. Calvino, La sfida al labirinto, in "Il Menabò", 5, 1962; poi in Una pietra sopra. Discorsi di lettertura e società, 1980)

lunedì 18 aprile 2016

IL MITO DI ULISSE

DANTE E ULISSE
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec' io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com' altrui piacque,

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».
(Dante Alighieri, Inferno, XXVI)


R. Benigni presenta l'Ulisse dantesco

 


***

L’ISOLA DELLE SIRENE
                                                  
Quando ai suoi ospiti che domandavano,
Rainer Maria Rilke
alla fine del loro giorno,
dei suoi viaggi sul mare e dei pericoli,
tranquillo raccontava, non sapeva

mai come spaventarli e quali forti                            
parole usare perché come lui
nell'azzurro pacifico arcipelago
vedessero il dorato colore di quelle isole

la cui vista fa sì che muti volto
il pericolo, e non è più nel rombo,
non nel tumulto come sempre era;
ma senza suono assale i marinai

i quali sanno che là su quelle isole
dorate qualche volta s’ode un canto,
ed alla cieca premono sui remi,
come accerchiati

da quel silenzio che tutto lo spazio
immenso ha in sé e nelle orecchie spira,
quasi fosse la faccia opposta del silenzio
il canto cui nessun uomo resiste.

Rainer Maria Rilke, in Nuove poesie, 1907

***
F. KAFKA, IL SILENZIO DELLE SIRENE
Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza.
Per difendersi dalle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all’albero maestro. Naturalmente tutti i viaggiatori avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli che le Sirene avevano già sedotto da lontano, ma era risaputo in tutto il mondo che era impossibile che questo potesse servire. Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e albero. Odisseo non ci pensò, benché forse lo sapesse. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene, e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò direttamente incontro alle Sirene.
Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.

E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell’avversario, sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo tuttavia, per così dire, non udì il loro silenzio, e credette che cantassero e di essere lui solo protetto dall’udirle. Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.
Quelle – più belle che mai – si stirarono e si girarono, fecero agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo.
Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.
A questo punto, si tramanda ancora un’appendice. Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca del destino poteva penetrare nel suo intimo. Egli, benché questo non si possa capire con l’intelletto umano, forse si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dèi la suddetta finzione.
(F. Kafka, Il silenzio delle sirene)



***

KOSTANTINOS KAVAFIS, ITACA


KOSTANTINOS KAVAFIS
1863-1933
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,               fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o Poseidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto e squisita
è l'emozione che ci tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi
né Poseidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d'estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d'ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Recati in molte città dell'Egitto,
a imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna a quell'approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all'isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t'ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la ritrovi povera, Itaca non t'ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un'Itaca.

ITACA di K. Kavafis

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L'ULISSE DANNUNZIANO
http://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-online/22-dannunzio.pdf

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L'ULISSE PASCOLIANO
http://online.scuola.zanichelli.it/letterautori-files/volume-3/pdf-online/20-pascoli.pdf

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SABA, ULISSE

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele 
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
(U. Saba, da Il Canzoniere)

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Primo Levi,  Se questo è un uomo,  Il canto di Ulisse”, (cap. XI)
 In questo capitolo Levi si ritrova a raschiare una vecchia cisterna insieme ai suoi compagni del Kommando, un lavoro di lusso per i prigionieri del Lager. Presto però Levi viene chiamato da Jean, il Pikolo del Kommando, colui che svolgeva i compiti di fattorino-scritturale. Jean comunica a Levi che da quel giorno sarebbe stato il suo aiutante nelle corvée quotidiane del rancio. Era un lavoro faticoso, ma comportava una gradevole camminata di andata senza carico, e l’occasione sempre desiderabile di avvicinarsi alle cucine.
Già da una settimana Levi e Pikolo erano diventati amici, ma raramente avevano la possibilità di parlarsi, se non con un saluto di sfuggita. Questa poteva, invece, essere una grande possibilità per confrontarsi, ragionare, ma anche solo per parlare delle loro case, di Strasburgo e di Torino, delle letture, degli studi. 

 "Appeso alla scala con una mano oscillante mi indicò:
- Ajourd'hui c'est Primo qui viendra avec moi cercher la soupe.
Fino al giorno prima era stato Stern, il transilvano strabico; ora questi era caduto in disgrazia per non so che storia di scope rubate in magazzino e Pikolo era riuscito ad appoggiare la mia candidatura come aiuto nell'Essenholen, nella corvée quotidiana del rancio.
Si arrampicò fuori, ed io lo seguii, sbattendo le ciglia nello splendore del giorno. Faceva tiepido fuori, il sole sollevava dalla terra grassa un leggero odore di vernice e di catrame che mi ricordava una qualche spiaggia estiva della mia infanzia. Pikolo mi diede una delle due stanghe e ci incamminammo sotto un chiaro cielo di giugno.
Cominciavo a ringraziarlo, ma mi interruppe, non occorreva. Si vedevano i Carpazi coperti di neve. Respirai l'aria fresca, mi sentivo insolitamente leggero. (…)

Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo di scegliere, quest'ora già non è più un'ora. Se Jean è intelligente capirà. Capirà: oggi mi sento da tanto.
... Chi è Dante. Che cosa è la Commedia. Quale sensazione curiosa di novità si prova, se si cerca di spiegare in breve che cosa è la Divina Commedia. Come è distribuito l'Inferno, cosa è il contrappasso: Virgilio è la Ragione, Beatrice la Teologia.
Jean è attentissimo ed io comincio, lento e accurato:
Lo maggior corno della fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica.
Indi, la cima in qua e là menando
come fosse la lingua che parlasse
mise fuori la voce e disse: Quando…
Qui mi fermo e cerco di tradurre. Disastroso: povero Dante e povero francese! Tuttavia l'esperienza pare prometta bene: Jean ammira la bizzarra similitudine della lingua, e mi suggerisce il termine appropriato per rendere "antica".
E dopo "Quando"? Il nulla. Un buco nella memoria. "Prima che sì Enea lo nominasse". Altro buco. viene a galla qualche frammento non utilizzabile: "...la pièta del vecchio padre, né il debito amore che dovea Penelope far lieta......" sarà poi esatto?
... Ma misi me per l'alto mare aperto
Di questo sì, di questo son sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché "misi me" non è "je me mis" è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare   se stessi al di là di una barriera, noi conosciamo bene questo impulso.
L'alto mare aperto: Pikolo ha viaggiato per mare e sa cosa vuol dire, è quando l'orizzonte si  chiude su se stesso, libero diritto e semplice, e non c'è ormai che odore di mare: dolci cose ferocemente lontane.
Siamo arrivati al Kraftwerk, dove lavora il Kommando dei posacavi. Ci deve essere l'ingegner Levi. Eccolo, si vede solo la testa fuori dalla trincea. Mi fa un cenno colla mano, è un uomo in gamba, non l'ho mai visto giù di morale, non parla mai di mangiare.
 "Mare aperto". "Mare aperto". So che rima con  "diserto";
"... quella compagnia picciola, dalla qual non fui diserto", ma non rammento più se viene prima o dopo. E anche il viaggio, il temerario viaggio al di là delle Colonne d'Ercole, che tristezza, sono costretto a raccontarlo in prosa: un sacrilegio. Non ho salvato che un verso, ma vale la pena di fermarcisi.

... Acciò che l'uom più oltre non si metta

"Si metta" dovevo venire in un Lager per accorgermi che è la stessa espressione di prima " e misi me". Ma non ne faccio parte a Jean, non sono sicuro che sia una osservazione importante. Quante altre cose ci sarebbero da dire, e il sole è già alto, mezzogiorno è vicino. Ho fretta, una fretta furibonda.
Ecco, attento Pikolo, apri gli occhi e la mente, ho bisogno che tu capisca:

Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguire virtute e conoscenza.

Come se anch'io lo sentissi per la prima volta; come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento ho dimenticato chi sono e dove sono.
Pikolo mi pregava di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di più: forse nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

… Li miei compagni feci sì acuti

... e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire "acuti". Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile "... Lo lume era di sotto della luna" o qualcosa di simile; ma prima?....Nessuna idea, "Keine Ahung" come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.
-         Ça ne fait rien, vas-y tout de même.

... Quando mi apparve una montagna bruna
per la distanza e parvemi alta tanto
che mai veduta non avevo alcuna.

Sì, sì "alta tanto", non " molto alta", proposizione consecutiva: e le montagne, quando si vedono di lontano... le montagne... oh Pikolo, Pikolo, dì qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino!
Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda.
Darei la zuppa di oggi per saper saldare " non avevo alcuna” col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita, ma non serve, il resto è silenzio. Mi danzano per il capo altri versi "... la terra lagrimosa diede vento..." no, è un'altra cosa. È tardi, è tardi, siamo arrivati alla cucina, bisogna concludere:

Tre volte il fè girar con tutte l'acque,
alla quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, come altrui piacque...

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo "come altrui piacque", prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai più, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del così umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell'intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui...
Siamo ormai alla fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle.

-Kraut und Rüben? -Kraut und Rüben-. Si annunzia che la zuppa è di cavoli e rape. 
- Choux et navets. - Kaposzta es repak.

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso."

P. Levi e “Il canto di Ulisse” 
Introduzione
Nel passo, tratto dall’XI capitolo del libro, Jean, un compagno di prigionia di Levi che ricopre la carica di “Pikolo”, ovvero di responsabile del “Kommando Chimico” del campo, tra le altre incombenze (pulizia della baracca, consegna degli attrezzi da lavoro, contabilità ecc.) ha anche quella di prelevare il rancio per il proprio gruppo di internati. Poiché il trasporto della marmitta piena di zuppa richiede la collaborazione di un’altra persona, egli ha facoltà di scegliersi, di volta in volta, un accompagnatore. Un giorno tocca a Primo Levi seguirlo fino alla baracca delle cucine. 
Sintesi del passo
Nel non lungo tragitto che va dalla “cisterna interrata”, dove Primo Levi sta lavorando quando viene chiamato da Jean alle cucine dove i due si recano a riempire la marmitta di zuppa per il rancio dei deportati, si svolge una lezione dal profilo molto speciale. Il giovane Jean, che essendo di origini alsaziane, parla perfettamente il francese e il tedesco, esprime al proprio compagno di prigionia il desiderio di apprendere la lingua italiana. Levi vuole subito accontentarlo, ma compie una scelta metodologicamente curiosa: assume come testo di partenza il canto XXVI dell’Inferno dantesco, quello di Ulisse. Una scelta istintiva, la cui ragione profonda si chiarisce solo dopo, quando la lezione assume una piega imprevista: i versi danteschi si rivelano poco produttivi dal punto di vista linguistico, ma incredibilmente attuali e incisivi riguardo ai contenuti, capaci di far luce in maniera sorprendente sulla situazione dei deportati. 
Aspetti fondamentali
1) La memoria di Dante e la memoria della propria identità
La memoria di Dante, così faticosamente recuperata, fa affiorare, in un intreccio inestricabile, anche la memoria del vissuto dei due personaggi, Jean e Primo (le montagne, il mare), ferocemente annullata dalla logica industriale dello sterminio nazista in virtù della quale l’identità dell’internato è ridotta a un numero di matricola stampato sul braccio. E’ un numero che serve a inventariare oggetti o meglio strumenti di lavoro destinati alla soluzione finale. Ebbene, proprio in questo contesto di annientamento totale, di naufragio della propria dignità, il ricordo del XXVI canto dell’Inferno, che Levi sceglie inconsapevolmente per la sua lezione di italiano, fa affiorare, salvandola dalla brutalità del campo, l’identità profonda dell’io. Dante non viene solo citato, ma arriva a contaminare il racconto: «avrei dato la zuppa di oggi per saldare “non ne avevo alcuna” con il finale», afferma infatti l’autore verso la fine del passo. Il senso di tale dichiarazione è che egli sarebbe stato disposto a sacrificare un bene essenziale nel campo – il misero rancio – pur di salvare quei ricordi dall’oblio, perché gli consentivano di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la sua identità. Ricordare Dante è un modo per ritrovare se stessi nell’abisso del nulla, ma è anche uno strumento per recuperare la propria umanità, la propria capacità di “far funzionare la mente” nell’inferno della bestialità e della barbarie, dove l’umanità è messa in discussione. 
Attraverso Dante, attraverso i ricordi, Primo e Jean fanno risorgere dentro il Lager il mondo di fuori, il mondo di prima, il mondo in cui gli uomini sono “fatti per seguir virtute e canoscenza”. 
2) Virtute e conoscenza contro la disumanità del Lager: il volo di Ulisse non è folle.
Perché Levi abbia scelto di partire proprio dal XXVI canto dell’Inferno, lo si capisce alla fine, proprio quando egli arriva alla celebre esortazione che Ulisse rivolge ai compagni prima di sprofondare oltre l’abisso delle Colonne d’Ercole davanti alla montagna del Purgatorio: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. Ed è qui che si colloca, non a caso, il fulcro tematico del passo che abbiamo letto: ricordando il fatti non foste a viver come bruti, Levi condanna la cinica malvagità del sistema dei campi di concentramento che miravano proprio a ridurre gli uomini allo stato animale e rilancia uno scopo più nobile e più degno per la creatura eletta (l’uomo): inseguire virtute e canoscenza. Ed è proprio qui che cogliamo una delle maggiori differenze tra l’Ulisse dantesco e l’Ulisse di Primo Levi che si spiega anche alla luce della diversa concezione del mondo:
a) per Dante, la razionalità di Ulisse non illuminata dalla grazia di Dio , anzi che prescinde proprio dal volere divino e si spinge oltre in un atto estremo di superbia, è un “folle volo”; questo si spiega alla luce di una visione trascendente del mondo, per cui ogni azione e ogni evento ha la sua ragion d’essere e la sua sussistenza nel piano provvidenziale di Dio; l’esplorazione di Ulisse oltre le colonne d’Ercole non rientra in tale piano, anzi ne sono la violazione e dunque costituisce un folle volo, un atto di empietà; per questo Dante contrappone al viaggio orizzontale di Ulisse (un viaggio geografico, spaziale) il proprio viaggio, che è invece verticale (come verticale è tutta la struttura della Commedia, cioè tesa verso il vertice ultimo che è Dio); 
b) per Levi, al contrario, il volo di Ulisse non è empio, non è folle, bensì un appello alla dignità operativa (cioè attiva, pratica) della ragione umana anche in condizioni estreme. Recuperando virtù e conoscenza, cioè la propria dimensione razionale, la propria capacità innata di spingersi oltre il limite, i deportati, costretti a vivere come bruti, riacquistano, anche se per un solo attimo, la loro dignità umana. Tutto ciò si spiega alla luce della visione immanente del mondo propria di Primo Levi, una visione laica e materialista che esclude ogni provvidenzialismo. 
Il naufragio finale
Il naufragio di Ulisse in vista della montagna del Purgatorio – a cui rimanda la citazione finale “Infin che ‘l mar fu sopra noi richiuso” – riflette il naufragio di Primo: anch’egli, proprio grazie alla memoria di Dante,ha momentaneamente riconquistato la propria identità che tuttavia, subito dopo, viene nuovamente sommersa dalla realtà di Auschwitz che torna a dominare con la sua Babele di lingue (il tedesco, il polacco, il francese), con le sue necessità fisiche primarie (il rancio) e con tutto il suo dolore. 



CESARE PAVESE, L'ISOLA
ODISSEO Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada e lasciarti affondare nel tempo…
ODISSEO Non sono immortale.
CALIPSO Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO Dimmi.
ODISSEO Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.


Da "L'isola" in "Dialoghi con Leucò"



ULISSE  E IL PENSIERO FILOSOFICO
In un racconto omerico è custodito il nesso di mito, dominio e lavoro. Il dodicesimo canto dell'Odissea narra del passaggio davanti alle Sirene. (...)
La sua via fu quella dell'obbedienza e del lavoro, su cui la soddisfazione brilla eternamente come pura apparenza, come bellezza impotente. Il pensiero di Odisseo, ugualmente ostile alla propia morte e alla propria felicità, sa di tutto questo. Egli conosce due sole possibilità di scampo.
Una è quella che prescrive ai compagni. Egli tappa loro le orecchie con la cera, e ordina loro di remare a tutta forza. Chi vuole durare e sussitere, non deve porgere ascolto al richiamo dell'irrevocabile, e può farlo solo in quanto non è in grado di ascoltare. È ciò a cui la società ha provveduto da sempre. Freschi e concentrati, i lavoratori devono guardare in avanti, e lasciare stare tutto ciò che è a lato. L'impulso che li indurrebbe a deviare va sublimato - con rabbiosa amarezza - in ulteriore sforzo. Essi diventano pratici.
L'altra possibilità è quella che sceglie Odisseo, il signore terriero, che fa lavorare gli altri per sé. Egli ode, ma è impotente, legato all'albero della nave, e più la tentazione diventa forte, e più strettamente si fa legare, così come, più tardi, anche i borghesi si negheranno più tenacemente la felicità quanto più - crescendo la loro potenza - l'avranno a portata di mano.
Ciò che ha udito resta per lui senza seguito: egli non può che accennare col capo di slegarlo, ma è ormai troppo tardi: i compagni, che non odono nulla, sanno solo del pericolo del canto, e non della sua bellezza, e lo lasciano legato all'albero, per salvarlo e per salvare sé con lui.
Essi riproducono, con la propria vita, la vita dell'oppressore, che non può più uscire dal suo ruolo  sociale. Gli stessi vincoli con cui si è legato irrevocabilmente alla prassi, tengono le Sirene lontano dalla prassi: la loro tentazione è neutralizzata a puro oggetto di contemplazione, ad arte.

L'incatenato assiste ad un concerto, immobile come i futuri ascoltatori, e il suo grido appassionato, la sua richiesta di liberazione, muore già in applauso. Così il godimento artistico e il lavoro manuale si separano all'uscita dalla preistoria. L'epos contiene già la teoria giusta. Il patrimonio culturale sta in esatto rapporto col lavoro comandato, e l'uno e l'altro hanno il loro fondamento nell'obbligo ineluttabile del dominio sociale sulla natura.
(Horkeimer - Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, 1947)




LUIGI MALERBA, ITACA PER SEMPRE

Ho raccontato tante menzogne che ora io stesso  non riesco più a districarmi nel groviglio che ho creato con le parole intorno alla mia persona. Non ho resistito alla tentazione di mentire anche a me stesso e mi sono commosso fino alle lacrime ogni volta che ho raccontato quelle storie false e infelici.
I poeti cantano le vicende degli eroi, ma io non sono un poeta e dubito di essere un eroe, anche se ho compiuto imprese che tutti dicono memorabili ma che svaniranno nel nulla della dimenticanza come tutte le imprese degli uomini se non troveranno un poeta che le racconta.

Dove sono i poeti? Non c'erano poeti sotto le mura di Troia e nemmeno sulle navi con le quali ho solcato i mari. Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d'amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere.
(L. Malerba, Itaca per sempre)



ITACA, L. DALLA

Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino
capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto.

Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l'ho solo là
Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

Capitano le tue colpe
pago anch'io coi giorni miei
mentre il mio più' gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori è un re che muore
la tua casa avrà un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete

Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l'ho solo là
Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

Capitano che risolvi
con l'astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha più paura
ma anche la paura in fondo
mi dà sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo
sono pronto: dove andiamo?

Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l'ho solo là
Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

Itaca Itaca Itaca
la mia casa ce l'ho solo la'
Itaca, Itaca, Itaca

ed a casa io voglio tornare...





venerdì 8 aprile 2016

SCRIPTORIA


Le attività nello Scriptorium
Lo scriptorium era una vasta sala adibita alle attività di studio.
I monaci lavoravano vicino ai punti più adatti a ricevere la luce.
Gli strumenti di lavoro erano penne, inchiostro e temperini, righelli, punteruoli (per praticare minuscoli fori, utilizzati come riferimenti per tracciare linee dritte sul foglio) e, infine, il leggio.
Tutto il materiale era fornito dall'armarius (il bibliotecario del monastero), vero regista dell'operazione di copiatura. L'armarius poteva avere anche altri incarichi. In una stessa stanza potevano lavorare fino a trenta amanuensi.

L'attività di copiatura propriamente detta comprendeva tutte le fasi della lavorazione del libro. Poiché il papiro non era più disponibile dopo la conquista araba dell'Egitto, il supporto di scrittura più usato, in attesa della diffusione della carta, era la pergamena, i cui fogli erano ricavati dal trattamento delle pelli degli animali domestici (mucche, pecore e capre); la pergamena più pregiata si ricavava dalla pelle di vitello e prendeva il nome di vellum. Varie erano le fasi della preparazione della pergamena per la scrittura (taglio dei fogli, foratura, rigatura, levigazione).

Una volta posto sul leggio, la prima operazione consisteva nel tracciare righe orizzontali (generalmente in numero di 26) sul foglio vuoto, indispensabili affinché la scrittura fosse diritta, e definire gli spazi da lasciare disponibili per le miniature. L'amanuense copiava quindi il testo sulla pagina rigata; ovviamente il lavoro riguardava la copia di testi classici e religiosi, bibbie e commenti ai testi sacri.

Tria digita scribunt, totum corpus laborat
S. Agostino

All'interno dello scriptorium vi era una specifica suddivisione dei compiti.
I copisti  si occupavano delle riproduzione dei testi in bella grafia, lavorando su piani inclinati. Il manoscritto da copiare era poggiato su di un leggio fissato ad un supporto.

Gli amanuensi scrivevano o meglio trascrivevano il testo, avendo cura della fedeltà dello scritto e della qualità del carattere, sui fogli di pergamena cioè pelle di agnello, pecora, montone o capra lavorata in modo da divenire liscia e chiamata pergamena in quanto entrata nell'uso comune per la prima volta a Pèrgamo, città dell' Asia Minore.

La decorazione spettava invece ai miniaturisti i quali avevano un compito certamente secondario rispetto al fatto di riprodurre e tramandare un testo, ma sicuramente più appariscente, più artistico e di forte impatto visivo.
Le loro meravigliose creazioni danno inizio, nei testi medievali, ai paragrafi e ai capitoli e molto spesso, nell'immaginario collettivo, s'identificano con lo stesso Medioevo. I miniaturisti realizzavano spesso autentiche opere d'arte miniate che volevano riflettere la grandezza e la gloria di Dio e venivano create in oro applicato su una base in gesso, per esaltarne la spazialità e poi lucidato con un brunitoio in pietra d'agata.

La parola 'miniatura' deriva dal latino minium, il colore usato per riquadrare le pagine e per scrivere i titoli e le lettere iniziali dei manoscritti. Gli amanuensi infatti lasciavano appositamente in bianco la lettera iniziale di ogni capitolo affinché venisse poi
' miniata' dai miniaturisti 
In qualche libro, i margini di ciascuna pagina venivano decorati con ghirlande di fiori e di foglie e spesso, in mezzo a questi bordi infiorati venivano dipinti anche figure animali.

Le miniature, col passare del tempo, divennero piccoli capolavori contenuti nello spazio di pochi centimetri quadrati all'interno degli Evangelari ( raccolta di testi sacri, messali), nei Salteri (raccolta di salmi) e nelle Bibbie che ebbero, grazie all'uso dell'oro e della porpora, un aspetto molto elegante.


Infine la rilegatura spettava ai rilegatori, che spesso traducevano il loro lavoro in realizzazioni artigianali ed artistiche di altissimo livello in quanto spesso la rilegatura era in cuoio ed i volumi venivano abbelliti con massicci angoli d'argento lavorato a mano e con grossi fermagli. Alcuni libri venivano invece ricoperti di velluto o con una tavoletta d'avorio scolpito in basso rilievo. Qualche esemplare era perfino rivestito con una lamina d'oro battuto e riposto negli scrigni insieme con perle ed altri gioielli.


























lunedì 4 aprile 2016

LONGOBARDI E FRANCHI

« Ab intactae ferro barbae longitudine [...] ita postmodum appellatos. Nam iuxta illorum linguam "lang" longam, "bart" barbam significat. »

« Furono chiamati così [...] in un secondo tempo per la lunghezza della barba mai toccata dal rasoio. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bart barba. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 9)

TRAGITTO MIGRATORIO DEI LONGOBARDI
Tappe fondamentali: Scandinavia, Pannonia (Ungheria), Italia.

























Figlia di Cunimondo, che era il re dei Gepidi, nacque quando il suo popolo era stanziato in Pannonia, in conflitto con i Longobardi. Nel 567 Cunimondo venne sconfitto e ucciso in battaglia da Alboino, re dei Longobardi. Dopo la sconfitta dei Gepidi, Alboino sposò Rosmunda, probabilmente per legare a sé i guerrieri superstiti di quel popolo. La nuova regina seguì Alboino in Italia, nel 568.
Narra Paolo Diacono, nel secondo libro della sua Historia Langobardorum, che Rosmunda organizzò la congiura che uccise Alboino, nel 572, in collaborazione con il nobile del seguito regale e suo amante, Elmichi.


Secondo la leggenda, dopo una notte di gozzoviglie a Verona, nella reggia che era stata di Teodorico, Alboino bevve vino in una coppa ottenuta dal cranio del padre di Rosmunda, Cunimondo, e costrinse perfino la moglie a imitarlo. Per vendicarsi, quest'ultima legò al suo fodero la spada del marito, che all'arrivo dei congiurati guidati da Elmichi , non poté difendersi..

Più prosaicamente, dietro alla leggenda Jörg Jarnut legge l'episodio come un tentativo di usurpazione da parte di Elmichi, appoggiato dalla regina, da alcuni guerrieri longobardi e gepidi aggregati all'esercito e appoggiato da Bisanzio. Infatti, secondo l'uso praticato dai longobardi, la regina vedova poteva scegliere il nuovo re, legittimandolo con un nuovo matrimonio: così fece Rosmunda con Elmichi.

La scelta, ovviamente, avveniva su indicazione dell'assemblea dei guerrieri. Rosmunda trasmise il potere a Elmichi, appoggiato da una parte del popolo longobardo. La maggioranza, però, non gradì la scelta e un'altra assemblea dei guerrieri, convocata a Pavia, elesse Clefi. Rosmunda fuggì, allora, a Ravenna, con Elmichi e con il tesoro longobardo.

A Ravenna i due regicidi si sposarono, ma presto vennero divisi dall'odio (forse anche a causa di una relazione di Rosmunda con il prefetto bizantino, Longino). Rosmunda tentò di avvelenare Elmichi ma questi, bevuto un sorso dalla coppa avvelenata, si rese conto dell'inganno e obbligò Rosmunda a bere a sua volta. Anche questa parte del racconto è di derivazione leggendaria. I fuggitivi potrebbero non aver neanche raggiunto Ravenna: Gregorio di Tours, contemporaneo degli avvenimenti, scrive infatti (Storie, IV, 41) che furono raggiunti e uccisi durante la fuga.

Paolo Diacono (Cividale del Friuli, 720 – Montecassino, 799) è stato un monaco, storico, poeta e scrittore longobardo di espressione latina.
Nel 774 visse il crollo del regno longobardo ad opera di Carlo Magno. Per ottenere la liberazione del fratello, catturato dai Franchi, scrisse in onore di Carlo Magno un'epistola metrica: Ad regem. Ottenne ciò che chiedeva, ma come condizione entrò al servizio del re Carlo Magno, presso la corte di Aquisgrana,dove fu fra i protagonisti della "rinascita carolingia" con Alcuino, monaco inglese
Paolo Diacono riuscì a scappare e si fece monaco a Montecassino, dove scrisse l'Historia Langobardorum, in cui narra, fra mito e storia, le vicende del suo popolo, dalla partenza dalla Scandinavia all'arrivo in Italia. 

Gregorio di Tours (Clermont-Ferrand, 538 circa – Tours, 17 novembre 594) fu un cronista ed agiografo gallo-romano, nonché vescovo di Tours.
Il suo lavoro principale fu l' Historia Francorum, in dieci libri, ma è anche conosciuto per i suoi resoconti sui miracoli dei Santi.

LA FINE DEL REGNO LONGOBARDO


EGINARDO, Vita di Carlo Magno

22. Di corpo era grande e robusto, alto di statura, senza essere sproporzionato – a quanto risulta, la sua altezza corrispondeva a sette volte la lunghezza del suo piede –; aveva testa rotonda, occhi molto grandi e vivaci, naso un po’ più lungo del normale, bei capelli bianchi, uno sguardo allegro e cordiale. Era un aspetto che gli conferiva grande autorevolezza, sia quando stava in piedi, sia quando sedeva; e i suoi difetti (il collo appariva grosso e corto, e il ventre troppo sporgente) li nascondeva l’armonia dell’insieme. Aveva passo fermo e portamento virile; la voce era acuta, ma poco adatta a un uomo della sua corporatura. 
Godeva di buona salute, tranne negli ultimi quattro anni prima della morte, quando era spesso colto di febbri; alla fine zoppicava anche da un piede . Anche allora, però, preferiva fare di testa sua che seguire i consigli dei medici: li detestava perché volevano convincerlo a rinunciare agli arrosti, cui era abituato, e a passare ai lessi.
Andava spesso a cavallo e a caccia, attività che gli erano congeniali, perché sulla terra sarebbe difficile trovare un popolo che in questo campo possa uguagliare i Franchi. Gli piacevano anche le acque termali calde, dove praticava spesso il nuoto; e a nuotare era così abile che nessuno potrebbe essergli a buon diritto considerato superiore. Anche per questo fu ad Aquisgrana che fece costruire la reggia, e lì passò costantemente gli ultimi anni di vita, fino alla morte. Alle terme invitava non solo i figli, ma anche i maggiorenti e gli amici, e talvolta anche una quantità di suoi uomini e guardie del corpo, tanto che capitava che cento e più persone facessero il bagno insieme.   

25. Aveva un’eloquenza ricca e prorompente, ed era in grado di esprimere con la massima chiarezza tutto ciò che voleva. Non si accontentò di conoscere la sua lingua materna, ma si impegnò anche nello studio delle lingue straniere: il latino lo imparò così bene che lo usava nei discorsi come la sua propria lingua, il greco riusciva a capirlo meglio che a parlarlo. Aveva parola così sciolta che poteva apparire anche mordace. 
Studiò con grande diligenza le arti liberali; ne venerava i maestri, (…) ebbe come maestro Albino, detto anche Alcuino, anch’egli diacono, un sassone della Britannia dottissimo in ogni campo. Con lui passava molto tempo, impegnandosi nell’apprendimento della retorica, della dialettica e soprattutto dell’astronomia: studiava l’arte del computo, e indagava con grande passione e acuto interesse le leggi del movimento degli astri.
Si sforzava anche di scrivere, e per questo teneva tutto intorno al letto, sotto i cuscini, tavolette e quaderni, per esercitarsi a tracciare l’alfabeto quando aveva del tempo libero. Ma iniziò al momento sbagliato, quando ormai era troppo tardi, e la fatica servì a poco.  


26. La religione cristiana, che gli era stata inculcata fin dall’infanzia, la praticò e la sostenne con sommo rispetto e devozione. Per questo costruì ad Aquisgrana una basilica di grande e varia bellezza, che impreziosì con oro e argento, con lampadari, con balaustre e porte di bronzo massiccio. Poiché non poteva procurarsi altrove le colonne e i marmi per costruirla, li fece trasportar via da Roma e Ravenna. Alla chiesa si recava assiduamente, al mattino e alla sera, e anche per le funzioni notturne e per la messa, almeno fino a quando la salute glielo permise. Si preoccupava molto che tutte le funzioni si svolgessero con il massimo decoro, e raccomandava in continuazione ai custodi di non far entrare o tenere nella chiesa nessun oggetto di brutto aspetto o di cattiva qualità. (…)

LA MINUSCOLA CAROLINA

LA FINE DELL'IMPERO CAROLINGIO E NASCITA DEL FEUDALESIMO

domenica 3 aprile 2016

UMANESIMO E RINASCIMENTO


Fra i concetti di Umanesimo e Rinascimento esiste una stretta relazione e per molti versi una sovrapposizione di significati.
Tuttavia il primo sottolinea in modo particolare il momento ideologico-culturale, la consapevolezza che di sé ebbe il nuovo periodo storico, mentre il secondo si riferisce soprattutto alle manifestazioni artistiche e ai fenomeni di costume, alla civiltà nel suo complesso.







L'ANTROPOCENTRISMO
Pico della Mirandola, "Oratio de hominis dignitate"



L'ESALTAZIONE DELLA VITA
Lorenzo de' Medici, "Il trionfo di Bacco e Arianna"


A. Carracci, Il trionfo di Bacco e Arianna




LA FORTUNA


Albrecht Dürer, Nemesis (La grande fortuna), acquaforte su rame, 1502-1503


L'OCCASIONE



      Bottega di A. Mantegna, Occasio e Paenitentia, 1500-1505

PROLOGO DELLA MANDRAGOLA
http://www.p4lmedia.net/pdf/lup_rossa/v1/PDF/Parte_V/OnLine_NeRossa_T_023_vol_2.pdf

Cacciari: Machiavelli e il suo tempo
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Perché la bontà non è sempre una virtù, spiega Machiavelli



Rileggere Machiavelli oggi
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/06/18/machiavelli-per-principianti44.html