La scuola di Atene

La scuola di Atene

domenica 10 febbraio 2019

ROBINSON CRUSOE

NASCITA DEL ROMANZO MODERNO
Il romanzo moderno del Settecento si rivolge a un pubblico di massa e non a un gruppo ristretto di intellettuali. Questo spiega il successo del nuovo genere in Francia e in Inghilterra, dove la borghesia si amplia e afferma il proprio potere politico ed economico, al punto che si può parlare di "romanzo borghese": il nuovo romanzo è infatti rivolto al pubblico borghese; la borghesia vi si riconosce; emerge una vera e propria etica borghese veicolata dai romanzi che hanno come protagonisti "eroi" di ogni giorno capaci di costruire la propria vita con le loro ingegnose capacità. Nei romanzi borghesi i personaggi mostrano una forte fiducia in se stessi e nella vita, le vicende narrate traggono spunto dalla realtà e si allontanano da narrazioni mitologiche o cavalleresche: la novità dei temi e degli intrecci fa sì che in Inghilterra il romanzo prenda il nome di "novel".

Vita e avventure di Robinson Crusoe. TRAMA DEL ROMANZO
https://cultura.biografieonline.it/robinson-crusoe-riassunto/

Incipit del romanzo Vita e avventure di Robinson Crusoe
I. Primi anni di gioventù.
Nacqui dell'anno 1632 nella città di York d'una buona famiglia, benché non del paese, perché mio padre, nativo di Brema, da prima venne a mettere stanza ad Hull; poi fattosi un buono stato col traffico e dismesso indi il commercio, trasportò la sua dimora a York; nella qual città sposò la donna divenuta indi mia madre. Appartiene questa alla famiglia Robinson, ottimo casato del paese; onde io fui chiamato da poi Robinson Kreutznaer, ma per l'usanza che si ha nell'Inghilterra di svisar le parole, siamo or chiamati anzi ci chiamiamo noi stessi, e ci sottoscriviamo Crusoe, e i miei compagni mi chiamarono sempre così.
Ebbi due fratelli maggiori di me, un de' quali, tenente-colonnello in un reggimento di fanteria inglese, servì nella Fiandra, prima sotto gli ordini del famoso colonnello Lockhart, poi rimase morto nella battaglia accaduta presso Dunkerque contro agli Spagnuoli. Che cosa divenisse dell'altro mio fratello non giunsi a saperlo mai più di quanto i miei genitori abbiano saputo in appresso che cosa fosse divenuto di me. Terzo della famiglia, né essendo io stato educato ad alcuna professione, la mia testa cominciò sin di buon'ora ad empirsi d'idee fantastiche e girovaghe.
Mio padre, uomo già assai vecchio, che mi aveva procurata una dose ragionevole d'istruzione, fin quanto può aspettarsi generalmente da un'educazione domestica e dalle scuole pubbliche del paese, mi destinava alla professione legale; ma nessuna vita mi garbava fuor quella del marinaio, la quale inclinazione mi portò sì gagliardamente contro al volere, anzi ai comandi di mio padre, e contro a tutte le preghiere e persuasioni di mia madre e degli amici, che si sarebbe detto esservi nella mia indole una tal quale fatalità, da cui fossi guidato direttamente a quella miserabile vita che mi si apparecchiava.
Mio padre, uom grave e saggio, mi avea dati seri ed eccellenti consigli per salvarmi da quanto egli presentì essere il mio disegno. Mi chiamò una mattina nella sua stanza ove lo confinava la gotta, e lagnatosi caldamente meco su questo proposito, mi chiese quali motivi, oltre ad un mero desiderio di andar vagando attorno, io m'avessi per abbandonare la mia casa ed il mio nativo paese, ove io poteva essere onorevolmente presentato in ogni luogo, e mi si mostrava la prospettiva di aumentare il mio stato, l'applicazione e l'industria, e ad un tempo la sicurezza di una vita agiata e piacevole. (...)
"Dunque sii uomo; non precipitarti da te medesimo in un abisso di sventure contro alle quali la natura e la posizione in cui sei nato, sembrano averti premunito; non sei tu nella necessità di mendicarti il tuo pane. Quanto a me, son disposto a farti del bene e ad avviarti bellamente in quella strada che ti
ho già raccomandata come la migliore; laonde se non ti troverai veramente agiato e felice nel mondo, ne avranno avuto unicamente la colpa o una sfortuna non prevedibile o la tua mala condotta, venute ad impedirti sì lieto destino. Ma non avrò nulla da rimproverare a me stesso, perché mi sono sdebitato del mio obbligo col farti cauto contro a quelle tue risoluzioni che vedo doverti riuscire rovinose. Son prontissimo dunque a far tutto a tuo favore, se ti determini a rimanertene in mia casa e ad accettare
un collocamento quale te l'ho additato; ma altresì non coopererò mai alle tue disgrazie col darti veruna sorta d'incoraggiamento ad andartene." (...)
II. Fuga.
Sol quasi un anno dopo io ruppi il freno del tutto; benché in questo intervallo avessi continuato a mostrarmi ostinatamente sordo ad ogni proposta di dedicarmi a qualche professione, e benché frequentemente mi fossi querelato de' miei genitori per questa loro volontà, sì fermamente dichiarata contro a quanto sapevano essere, com'io diceva, la decisa mia vocazione. Ma trovatomi un giorno ad Hull, ove capitai a caso e in quel momento senza verun premeditato disegno, incontrai uno de' miei
compagni, che recandosi allora a Londra per mare sopra un vascello del padre suo, mi sollecitò ad accompagnarlo col solito adescamento degli uomini di mare: col dirmi cioè, che un tal viaggio non mi sarebbe costato nulla. Non consultai nè mio padre nè mia madre, nè tampoco mandai a dir loro una parola di ciò; ma lasciai che lo sapessero come il Cielo lo avrebbe voluto, e partii senza chiedere nè la benedizione di Dio, nè quella di mio padre; senza badare a circostanze o conseguenze; e partii in una trista ora: Iddio lo sa! Nel primo giorno di settembre del 1651 mi posi a bordo di un vascello diretto a Londra. 

Robinson sull'isola
http://online.scuola.zanichelli.it/lettereinmovimento-files/Vol_2/brani/v2_c1_giallo.pdf

L'incontro con Venerdì
http://www.edu.lascuola.it/edizioni-digitali/Convivio/letture/DDefoe_incontroconvenerdi.pdf

giovedì 24 gennaio 2019

ITALO SVEVO

 LA COSCIENZA DI ZENO
PREFAZIONE PREAMBOLO


LA SALUTE MALATA DI AUGUSTA

LA PROFEZIA DI UN'APOCALISSE COSMICA
La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte piú considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandí e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha piú alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

L'INETTO COME "ABBOZZO" DELL'UOMO FUTURO
Nella maggioranza degli uomini lo sviluppo per loro fortuna e per fortuna dell’ambiente sociale, s’arresta. Lo sviluppo eccessivo di qualità inferiori, tutte quelle che immediatamente servono alla lotta per la vita, non sono altro che un arresto di sviluppo. Lo sviluppo di queste gambe è evidentemente un maggior sviluppo ma d'altra parte rappresenta per sé un arresto definitivo di sviluppo. Negli uomini questo maggior sviluppo dà un sentimento di superiorità ed anche una superiorità di forza reale. Io credo che l’animale più capace ad evolversi sia quello in cui una parte è in continua lotta con l’altra per la supremazia, e l’animale ora o nelle generazioni future, abbia conservata la possibilità di evolversi da una parte o dall’altra in conformità a quanto gli sarà domandato dalla società di cui nessuno può ora prevedere i bisogni e le esigenze. Nella mia mancanza assoluta di uno sviluppo marcato in qualsivoglia senso io sono quell’uomo. Lo sento tanto bene che nella mia solitudine me ne glorio altamente e sto aspettando sapendo di non essere altro che un abbozzo. 
(I. Svevo, Racconti, saggi e pagine sparse, Dall'Oglio, Milano, 1969)

giovedì 10 gennaio 2019

LA NOVELLA

Caratteristiche della novella:
- estensione breve;
- rappresentazione di ambienti, personaggi e situazioni nella loro concretezza;
- impianto generalmente realistico, legame con la vita quotidiana nella selezione dei contenuti;
- scelte stilistiche vicine a una fedele rappresentazione del mondo reale;
- linearità narrativa della trama (raramente, nella novella classica e medievale, si registrano digressioni, episodi paralleli);

- a differenza della fiaba, le vicende non sono chiuse dall'immancabile lieto fine, ma possono avere una conclusione 
amara o malinconica;
- a differenza del romanzo, i caratteri dei personaggi sono rappresentati nei loro aspetti essenziali, manca, cioè, un'analisi articolata della loro psicologia: molti dati si ricavano implicitamente dall'intreccio e dalla narrazione stessa delle situazioni.

La novella nel mondo classico

Petronio, La Matrona di Efeso





La novella medievale
John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916
Boccaccio, Decameron






Andreuccio da Perugia






LA BADESSA E LE BRACHE https://letteritaliana.weebly.com/la-badessa-e-le-brache.html


sabato 1 dicembre 2018

PLAUTO, PSEUDOLUS

IL SERVO-POETA
Dopo che se ne è andato, tu resti qua da solo, Pseudolo. Ebbene, che farai adesso, dopo che generosamente hai elargito promesse al tuo padroncino?
Su che cosa si fondano quelle promesse? Non hai niente di pronto: neppure l'ombra di un piano sicuro,  né un tantino di denaro...
Né ho un'idea di quel che devo fare! Non sai da dove cominciare a ordire la tua tela, né sai con certezza dove finirai di tesserla.
Ma come un poeta, prese le sue le tavolette, cerca ciò che non esiste da nessuna parte del mondo, e tuttavia lo trova, riuscendo a rendere verosimile quello che è invenzione (menzogna), così farò io: ora io diventerò poeta, e le  venti mine, che adesso non esistono in nessuna parte del mondo, tuttavia le troverò.
(Pseudolus, atto I, scena 4, vv. 394-405)
http://www.edu.lascuola.it/edizioni-digitali/Cappelli/HortusApertus

IL SERVO-GENERALE
http://online.scuola.zanichelli.it/perutelliletteratura/files/2010/01/testi-it_plauto_t22.pdf/vol_1/Plauto/03_Contesti.pdf

giovedì 18 ottobre 2018

LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO


I greci innamorati ci lasciarono la statua di Venere,
noi lasceremo il cancan litografato sugli scatolini da fiammiferi. Non discutiamo nemmeno sulle proporzioni; l’arte allora era una civiltà, oggi è un lusso: anzi un lusso da scioperati.
(G. Verga, Prefazione a Eva, 1873)

E. Degas, Ballerina con bouquet, 1877

Con i personaggi di Eva e Enrico Lanti, Verga affronta il problema della crisi dell’arte nella società industriale, in cui dominano gli interessi materiali. La ballerina diventa per l’artista oggetto di identificazione simbolica, rappresenta la sua dipendenza dal mercato. Come, infatti, la ballerina deve il suo successo ai gusti di un pubblico pagante, così l’artista, lo scrittore dipende dal mercato, dai gusti dei lettori, dalle imposizioni dell’industria editoriale che, a sua volta, dalle tendenze del pubblico è condizionata. Il senso sacro dell’arte è ora degradato a mera esibizione, spettacolo, esposizione di sé come merce offerta a chi spende; perciò le metafore dell’artista ora sono costituite da ballerine, clown, saltimbanchi. E il genio creativo è sostituito dal virtuosismo tecnico, dall’artificio di un’arte che “vende” se sta alle regole del gioco industriale, ma che perde, così, i suoi stessi connotati di arte per diventare “prodotto”.
In un’atmosfera di Banche e Imprese industriali  - conclude Verga - non c’è più spazio per l’arte, ma solo per gli affari, per gli utili.

Nella società contemporanea si assiste ad una dilatazione esponenziale del rapporto tra spettacolo e realtà, mediato dal capitale.
Lo spettacolo è l'erede di tutta la debolezza del progetto filosofico occidentale.
[…]
Il capitalismo nella sua forma ultima si presenta come una immensa accumulazione di spettacoli in cui tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. […]
Lo spettacolo è un rapporto sociale fra persone, mediato attraverso le immagini. […]
Lo spettacolo è il capitale a un tale grado di accumulazione da divenire immagine. […]
Lo spettacolo si è mescolato a ogni realtà, permeandola. Com’era prevedibile in teoria, l’esperienza pratica del compimento sfrenato della volontà e della ragione mercantile mostra, rapidamente e senza eccezioni, che il diventar-mondo della falsificazione era anche un diventar-falsificazione del mondo.
Se si eccettua un’eredità ancora consistente, ma destinata a ridursi sempre più, di libri e edifici antichi che, del resto, sono sempre più spesso selezionati e messi in prospettiva secondo la convenienza dello spettacolo, non esiste più nulla, nella cultura e nel mondo, che non sia stato trasformato e inquinato secondo i mezzi e gli interessi dell’industria moderna.
(Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967)

L’invasione dello spettacolo
Debord, dopo aver proposto una serie di definizioni di “spettacolo”, mostra come esso domini la realtà e finisca per sostituirla (lo spettacolo si è mescolato a ogni realtà, permeandola), causando un diventar-falsificazione del mondo. Infatti contamina anche le relazioni umane, sempre più filtrate dalle immagini piuttosto che dagli incontri. 
Secondo Debord, inoltre,  nulla sopravvive nella cultura e nel mondo, che non sia stato trasformato e inquinato secondo i mezzi e gli interessi dell’industria moderna.

Un manifesto di idee
Il brano proposto è di tipo saggistico, procede per aforismi, brevi affermazioni, come una sorta di “manifesto”. Debord riprende una celebre frase di Marx, (il capitalismo nella sua forma ultima si presenta come un a immensa accumulazione di merci) e sostituisce alla parola merci, la parola spettacoli, lasciando per il resto inalterata la frase di Marx.
L’accumulazione del capitale e l’espansione delle tecnologie, secondo Debord della comunicazione hanno permesso di spingere il “feticismo delle merci” ad un grado prima impensabile. La spettacolarizzazione del proprio sé  - oggi sui social - incrementa la struttura stessa del capitale.
Ne deriva, d’altra parte, un forte condizionamento delle relazioni umane nella società spettacolarizzata: lo spettacolo è un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini
E la società che poggia sull’industria moderna non è fortuitamente o superficialmente spettacolare, è fondamentalmente “spettacolista”, osserva G. Debord. 

La sovraesposizione mediatica della dimensione intima viene, di conseguenza, spesso commercializzata (attraverso pubblicità sui siti, con la nascita di nuove professioni legate alla esposizione della vita privata: influencer, you tuber).
Nel contempo lo spettatore è oggi completamente dominato dal flusso delle immagini che si è ormai sostituito alla realtà, egli è immerso in un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato. L'uomo preferisce essere spettatore più che protagonista:

a un concerto non vive la musica, riprende lo spettacolo e lo vede dal filtro del suo smartphone. Nel flusso delle immagini selezionate dai media, poi, è vero ciò che lo spettacolo ha interesse a mostrare. Tutto ciò che non rientra nel flusso delle immagini selezionato dal potere, è falso, o non esiste. 
Situazione reale in Libia
Immagine pubblicitaria sulla Libia
Quando l’immagine costruita e scelta da “qualcun altro” è diventata il rapporto principale dell’individuo col mondo, che egli prima guardava da sé da ogni luogo in cui poteva andare, evidentemente non si ignora che l’immagine reggerà tutto. […] Il flusso delle immagini travolge tutto, e analogamente è qualcun altro a dirigere a suo piacimento questa sintesi semplificata del mondo sensibile. (Commentari sulla Società dello Spettacolo).
Ne consegue una trasformazione diretta dello spettatore in consumatore-cliente: mostrare un dato da un solo punto di vista a fini propagandistici e pubblicitari significa, per converso, occultare intenzionalmente tutti gli altri aspetti che pure connotano quel dato, ma che non risultano funzionali alle strategie di marketing adottate ai fini di un incremento dei profitti.

Come l’immagine si sostituisce alla realtà, la visione dello spettacolo si sostituisce alla vita. I consumatori piuttosto che fare esperienze dirette, si accontentano di osservare nello spettacolo tutto ciò che a loro manca. Per questo lo spettacolo è il contrario della vita. Debord descrive in questi termini tale alienazione del consumatore: più egli contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio desiderio. (La Società dello Spettacolo).


 Il testo di Debord è molto attuale, descrive ciò che è oggi in atto, cioè la scomparsa del mondo delle cose e dell’esperienza concreta, rimpiazzati da una realtà sempre più virtuale. L’autore francese anticipa anche l’idea del collasso delle tradizionali forme culturali e intellettuali (libri, monumenti antichi) a vantaggio dello spettacolo. Si pensi al successo di trasmissioni come “Il grande fratello” o “L’isola dei famosi” o, ancora, “C’è posta per te”:
si tratta di format costruiti sulla spettacolarizzazione del privato, della vita e dei sentimenti, con una speculazione capitalistica in termini di ascolti e, dunque, di guadagni. È un processo che somiglia molto alla realtà distopica descritta da Ray Bradbury in Fahrenheit 451, dove case con pareti interattive creavano una confluenza costante tra spettacolo e vita reale.

Vanni Codeluppi, sviluppa ulteriormente il pensiero di Debord, introducendo la categoria di iperrealtà.

Le tecnologie digitali hanno finito con il sostituirsi alla realtà, perché pur non essendo vere, vengono considerate più affascinanti e convincenti. Ascoltare un concerto nella propria abitazione attraverso la sua riproduzione in digitale con un impianto ad alta qualità, consente di ascoltare nel luogo dove i musicisti hanno suonato e, al contempo, tuttavia, senza i problemi che si percepirebbero se si fosse realmente presenti al concerto: rumori dovuti agli altri spettatori, errori dei musicisti, distrazioni prodotte dall’ambiente. L’esperienza che si fa a casa, dunque, grazie al digitale, può essere più reale della realtà, iperreale.
L’acme di questo processo di sostituzione del virtuale al reale è raggiunto, nota Codeluppi, da una particolare forma di cura: ormai ci si preoccupa, dunque, più che essere attraenti dal vero, di risultare attraenti all’interno dei social, in una rappresentazione che non corrisponde alla realtà.

Recentemente Roberto Calasso e Maurizio Ferraris,

infine, hanno ampiamente dimostrato che una società dello spettacolo e della sovraesposizione del sé, contribuisce in modo esponenziale ai guadagni dei mercati, fornendo gratis al sistema dei Big Data quantità enormi di dati e informazioni che il mercato sfrutta.

La deriva attuale, osserva a tale proposito Vanni Codeluppi in Il tramonto della realtà, sta nel fatto che secondo un male inteso principio di trasparenza ("Io non ho niente da nascondere!"), oggi le persone ritengono di avere un valore nella società solamente quando sono connesse alle altre sul web e si sottopongono, perciò, in modo costante allo sguardo di altri occhi. E, va detto, c'è un intreccio diretto tra la spinta individuale ad esporsi e il condizionamento a farlo da parte dell'industria pubblicitaria, che fornisce un grande sostegno economico ai media in cambio di una conoscenza chiara e dettagliata di tutti i tratti del pubblico cui i media si rivolgono, in modo da indirizzare i messaggi pubblicitari con sempre maggiore precisione e definizione.
I dati che si accumulano e che lasciano tracce di noi, una volta raccolti ed elaborati da opportuni algoritmi, possono dare vita a dei "metadati". Producono, cioè ulteriori informazioni. Attraverso i nostri semplici "like" noi forniamo gratis informazioni  sui nostri gusti, sulla nostra personalità, consentendo al sistema dei Big Data di comprendere e interpretare molti dei nostri desideri più profondi di cui noi stessi, forse, non siamo pienamente consapevoli.


Bibliografia e sitografia
Per le riflessioni su Verga, cfr. Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese, Le parole e le cose, vol. 3°, Palumbo editore, 2016
Guy Debord, La società dello spettacolo, 1967
Per le osservazioni su Debord cfr. Cataldi, Angioloni, Panichi, L’esperienza della letteratura, vol.3b, Palumbo editore, 2012 e http://www.filosofico.net/debord.htm
Per il concetto di iperrealtà, cfr. Vanni Codeuppi, Il tramonto della realtà, Carocci, 2018
 Per il rapporto tra soggetti e Big Data cfr. Maurizio Ferraris, Mobilitazione totale, Laterza, 2015 e 
Roberto Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi, 2017.

domenica 14 ottobre 2018

IPPOLITO NIEVO

IPPOLITO NIEVO - BIOGRAFIA
http://www.treccani.it/enciclopedia/ippolito-nievo/

LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO  – Trama
Personaggio principale e narratore in prima persona è Carlo Altoviti (Carlino) che, ormai più che ottantenne, rievoca la sua vita dal 1755 al 1858 e, poiché le vicende personali del protagonista si intrecciano strettamente agli accadimenti politici italiani, il romanzo assume anche le caratteristiche di un vasto e movimentato affresco storico.

Creduto orfano e povero, Carlo è allevato senza amore dagli zii, i Conti di Fratta, in un vecchio e grande castello vicino a Portogruaro, nell’ambito del quale si muove una nutrita schiera di personaggi; tra essi le due contessine, la Pisana e la Clara: della prima Carlino è perdutamente innamorato fin dalla più tenera età, la seconda sarà protagonista di una travagliata storia d’amore con il medico e patriota Lucilio, che si sviluppa lungo tutto il romanzo in parallelo con quella di Carlo e la Pisana. Qust’ultima, nel corso degli anni, matura nei confronti di Carlo un amore intenso e passionale, che attaverso infinite separazioni, ripicche, vicissitudini (tra cui un matrimonio d’interesse con un «frollo fidanzato») costituisce uno dei perni intorno ai quali ruota il romanzo.

Cresciuto, Carlo viene inviato all’Università di Padova per seguire gli studi di giurisprudenza. A Padova Carlo, a contatto con gruppi di studenti democratici, aderisce alle idee egualitarie della Rivoluzione francese e si entusiasma per le vittorie di Napoleone, fiducioso che questi porterà la libertà anche agli italiani.

Amaramente deluso dal trattato di Campoformio con cui Napoleone ha ceduto il Veneto all’Austria, Carlo Altoviti continua tuttavia a ritenere positiva politicamente la guerra che l’esercito francese sta conducendo ed egli stesso diventa ufficiale della Legione Partenopea di Ettore Carafa.

Intanto si è riacceso l’antico amore infantile fra Carlo e la Pisana che per lui lascia il marito, l’anziano Mauro Navagero, sposato per capriccio e per interesse. Ben presto però la Pisana abbandona anche Carlo: lo ritroverà nel 1799, quando egli, fatto prigioniero dalle bande del brigante Mammone, è salvato proprio dalla Pisana, in un susseguirsi di avventurose vicende.

Carlo cade gravemente ammalato e la Pisana lo cura con devozione, convincendolo infine a sposare l’Aquilina, una fanciulla tranquilla e semplice con cui Carlo trascorre un lungo periodo di quieta familiare mentre sulla scena politica si susseguono i trionfi e poi la caduta di Napoleone e infine la Restaurazione.

Dopo anni «muti e avviliti», nel 1820 scoppiano nel Regno di Napoli i primi moti carbonari e Carlo vi prende parte con entusiasmo ma, fallita l’insurrezione, viene condannnato a morte. Lo salva il deciso intervento della Pisana che fa commutare in esilio la sua condanna a morte e poi lo segue nel suo esilio a Londra, dove lo assiste con grande dedizione, giungendo fino a mendicare per lui che in prigione è diventato quasi cieco.
Grazie alle amorevoli cure della donna e a Lucilio, anch’egli esule a Londra, Carlo recupera la vista ma, intanto la Pisana, stremata dalle fatiche e dagli stenti, muore.

Rientrato in Italia, Carlo è spettatore di altre importanti vicende storiche, quali la rivoluzione contro i turchi in Grecia, l’elezione di Pio IX e i moti del 1848.
Provato da una vita lunga e intensa, «dopo tanti errori, tante gioie, tante disgrazie», Carlo trascorre i suoi ultimi anni nella «pace della coscienza» circondato dai figli e dai nipoti.
(dal sito studiarapido.it)
Incipit del romanzo

1) https://www.unive.it/media/allegato/Edizioni_cafoscari/ECF21x28.pdf
2) https://prometeo3.palumboeditore.it/biblioteca#modal-one

Ricezione critica
http://www.repubblica.it/speciale/2004/biblioteca/intro/nievo.html


domenica 30 settembre 2018

LA FAVOLA E LA FIABA

La favola classica
I più noti rappresentanti del genere favolistico in età antica furono Esopo in Grecia e Fedro a Roma.


Tratti caratteristici del genere:
- Brevità
- Personaggi zoomorfi con funzione allegorica
- Contesto realistico e quotidiano
- Morale esplicita o implicita
- Schema narrativo standardizzato (prologo - situazione iniziale; svolgimento; epilogo-conclusione)
Esempiohttp://tuttoscuola.altervista.org/favole/favole-cervo.htm

La favola moderna
Mentre la favola classica è impostata sul contrasto vizio/virtù, secondo uno schema esclusivamente moraleggiante e si basa su pochi personaggi, la favola moderna ha una maggiore ricchezza narrativa, presenta temi di impegno sociale e civile (amore per la natura, solidarietà, rispetto per gli altri, generosità disinteressata) e risulta propositiva, rispetto ai modelli di Esopo e Fedro, caratterizzati, invece, dall'etica della rassegnazione (prevale la legge del più forte, i prepotenti vincono sempre, sembra inutile ogni sforzo per modificare la realtà).

Luis Sepúlveda, La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare
“Ho paura” stridette Fortunata.
“Ma vuoi volare, vero?” miagolò Zorba.
Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. La pioggia avvolgeva la torre della televisione, e al porto le gru sembravano animali in riposo.
“Guarda si vede il bazar di Harry. I nostri amici sono laggiù” miagolò Zorba.
“Ho paura! Mamma! ” stridette Fortunata.
Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L’umano prese la gabbiana tra le mani.
“No! Ho paura! Zorba! Zorba!” stridette Fortunata beccando le mani dell’umano.
“Aspetta. Posala sulla balaustra” miagolò Zorba.
“Non avevo intenzione di buttarla giù” disse l’umano.
“Ora volerai ,Fortunata. Respira. Senti la pioggia. E’ acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali.” Miagolò Zorba.
La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi.
“La pioggia. L’acqua. Mi piace!” stridette.
“Ora volerai” miagolò Zorba.
“Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono” stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra.
“Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” miagolò Zorba.
“Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti.” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perchè come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi.
“Vola!” miagolò Zorba allungando una zampa e toccandola appena.
Fortunata scomparve alla vista , e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele.
Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa.
” Volo! Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio.
L’umano accarezzò il dorso del gatto.
“Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando.
” Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba.
” Ah sì? E che cosa ha capito?” chiese l’umano.
” Che VOLA SOLO CHI OSA FARLO”  miagolò Zorba.
“Immagino che adesso tu preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù” lo salutò l’umano.
Zorba rimase a contemplarla finchè non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatte nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto.
(Luis Sepùlveda, La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare, Salani, Firenze, 1997)


CARATTERISTICHE DELLA FIABA

Il valore delle fiabe:
l'interpretazione dell'antropologa Laura Marchetti
https://www.cooperazione.tv/video/leversivo-universo-delle-fiabe-incontro-con-laura-marchetti


LA FIABA MODERNA
La ragazza mela (da I. Calvino, Fiabe italiane)

Il palazzo delle scimmie (da I. Calvino, Fiabe italiane)

Il cavaliere del secchio ( F.Kafka, da Tutti i racconti, a cura di E. Porcar, Mondadori, Milano)


Commento di I. Calvino al racconto di Kafka, Il cavaliere del secchio

Vorrei chiudere questa conferenza ricordando un racconto di Kafka, Der Kübelreiter (Il cavaliere del secchio).

E' un breve racconto in prima persona, scritto nel 1917 e il suo punto di partenza è evidentemente una situazione ben reale in quell'inverno di guerra, il più terribile per l'impero austriaco: la mancanza di carbone. Il narratore esce col secchio vuoto in cerca di carbone per la stufa. Per la strada il secchio gli fa da cavallo, anzi lo solleva all'altezza dei primi piani e lo trasporta ondeggiando come sulla groppa d'un cammello. La bottega del carbonaio è sotterranea e il cavaliere del secchio è troppo in alto; stenta a farsi intendere dall'uomo che sarebbe pronto ad accontentarlo, mentre la moglie non lo vuole sentire. Lui li supplica di dargli una palata del carbone più scadente, anche se non può pagare subito. La moglie del carbonaio si slega il grembiule e scaccia l'intruso come caccerebbe una mosca. Il secchio è così leggero che vola via col suo cavaliere, fino a perdersi oltre le Montagne di Ghiaccio.

Molti dei racconti brevi di Kafka sono misteriosi e questo lo è particolarmente. Forse Kafka voleva solo raccontarci che uscire alla ricerca d'un po' di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quête di cavaliere errante, traversata di carovana nel deserto, volo magico, al semplice dondolio del secchio vuoto. Ma l'idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l'aiuto e anche l'egoismo degli altri, il secchio vuoto segno di privazione e desiderio e ricerca, che ti eleva al punto che la tua umile preghiera non potrà più essere esaudita, - apre la via a riflessioni senza fine.

Avevo parlato dello sciamano e dell'eroe delle fiabe, della privazione sofferta che si trasforma in leggerezza e permette di volare nel regno in cui ogni mancanza sarà magicamente risarcita. Avevo parlato delle streghe che volavano su umili arnesi domestici come può essere un secchio. Ma l'eroe di questo racconto di Kafka, non sembra dotato di poteri sciamanici né stregoneschi; né il regno al di là delle Montagne di Ghiaccio sembra quello in cui il secchio vuoto troverà di che riempirsi. Tanto più che se fosse pieno non permetterebbe di volare. Così, a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi. La leggerezza, per esempio, le cui virtù questa conferenza ha cercato d'illustrare.
(da Italo Calvino, Lezioni americane, Leggerezza, 1988)